Francesco Cavallini

Una giornata da romanisti. In tutto e per tutto, dall’inizio alla fine. E a ben pensarci non poteva essere altrimenti. C’è da dare l’addio sportivo al figlio prediletto di Roma giallorossa, normale che lo si faccia alla propria maniera, nel bene e nel male. L’atmosfera è ovviamente elettrica. Si comincia a parcheggiare già a Corso Francia (che per i non romani è a due km dall’Olimpico), tanto per farsi una passeggiata e ricordare tutti assieme i tempi che furono. Tante maglie, molte più del solito, quasi tutte portano dietro il sacro numero 10, il patto che lega in maniera inscindibile Francesco Totti alla Roma e ai suoi tifosi. Poche file ai tornelli, l’affluenza è stata costante sin da qualche ora prima dell’inizio del match.

Il colpo d’occhio dell’Olimpico è quello dei giorni migliori. Settore ospiti non pervenuto, un muro giallorosso lungo due curve e altrettante tribune. Il ricordo corre a Roma-Parma del 17 giugno 2001, quando in un impianto pieno ben oltre i limiti di capienza (si narra che più di qualcuno sia riuscito ad entrare mostrando un biglietto ATAC) i giallorossi conquistano il loro terzo Scudetto. Francesco Totti, ovviamente, c’era. Il prepartita scorre rapido, tra il ricordo di Agostino Di Bartolomei ed il riscaldamento delle squadre. Fa capolino anche il sole, che comincia a illuminare la Tribuna Tevere e fa presagire un pomeriggio caldo in tutti i sensi, scatenando la classica dose di ironia (avemo giocato de sera tutto er campionato, oggi che fanno ducento gradi giocamo de pomeriggio).

Non c’è traccia della curva che protesta o di scontento per un secondo posto che la Roma deve ancora conquistarsi e che forse non soddisfa neanche tutti. Si alzano cori, per la squadra e per il suo Capitano. Vola anche un aeroplanino. No, non è Vincenzo Montella, compagno di molte delle 25 Rome del ragazzo di Porta Metronia. È il classico ultraleggero che sorvola l’Olimpico. La scritta che trasporta è semplice, ma efficace. GRAZIE CAPITANO. E già a qualcuno scendono le prime lacrime. Il maxischermo mostra volti conosciuti, grandi campioni che sono stati compagni e avversari di Francesco e ne salutano la splendida carriera. Maldini, Del Piero, Zanetti, Buffon. E poi altre leggende. Gerrard, Beckham, Sergio Ramos. Rimanere composti diventa sempre più complicato. La lettura delle formazioni viene affrontata con il solito entusiasmo, eppure si capisce che c’è fretta. Bello De Rossi, bello Dzeko, bella la boiserie, bello, bello tutto. Ma il nome che tutti aspettano è uno solo, perfettamente scandito all’unisono da più di settantamila voci: FRAN-CE-SCO… TOT-TI!

addio totti roma

La coreografia della Curva Sud dedicata a Totti prima della partita.

Le prime note di Roma Roma Roma sono il segnale per la coreografia, preparata ed eseguita alla perfezione. Totti è la Roma. Lo sanno tutti, ma giova ripeterlo per l’ultima volta, mentre Francesco viene a prendersi l’abbraccio della Sud. Ma poi Tagliavento fischia, come a ricordare ai presenti che in fondo, per rendere questa festa ancora più speciale, c’è una partita da vincere. Tre minuti bastano a segnalare che non solo servono i tre punti, ma che di fronte c’è un Genoa coriaceo e, soprattutto, che la squadra in campo è la Roma. Pellegri scatta sul filo del fuorigioco mentre Manolas e Fazio ancora sonnecchiano e porta gli ospiti in vantaggio. Il ragazzino, nato nell’anno dello Scudetto vinto da Totti e compagni, vuole mandare la giornata di traverso a tutti. Per fortuna al decimo minuto Edin Dzeko fa 29, riportando la sfida in parità. Ma non sarà comunque semplice, questo appare chiaro, soprattutto quando il povero Emerson Palmieri crolla a terra urlando dopo una tremenda torsione del ginocchio.

Il primo tempo scorre via tra occasioni che potevano essere sfruttate meglio e ovazioni a Totti ogni volta che il Capitano fa capolino verso la Sud per il riscaldamento. Entrerà, è evidente, non c’è neanche da chiederlo. Non ci sono logiche di partita e di Champions che tengano, qualsiasi sia il risultato, Francesco giocherà gran parte del secondo tempo. Questa la decisione di Spalletti (che viene ricoperto di sonori fischi ogni qualvolta il maxischermo lo inquadra). E al minuto 54, l’urlo dell’Olimpico squarcia il silenzio della Città Eterna. Entra per l’ultima volta in campo il condottiero giallorosso, il simbolo della squadra e della tifoseria. Totti è carico, i compagni lo cercano subito. Juric lo affida alle amorevoli cure di Cofie, che lo seguirebbe anche se dovesse andare in bagno. Qualche palla ciccata, alcune buone illuminazioni, molti apprezzatissimi contrasti a recuperare la sfera.

E su ogni corner calciato verso la porta sotto la Curva Sud si scatena il delirio, l’omaggio della sua gente al Capitano di una vita. La spinta del pubblico giallorosso si fa sempre più forte e, batti e ribatti, arriva il tanto sospirato 2-1. Dzeko controlla in area e appoggia all’indietro al compagno che accorre. Che in realtà sono due. Francesco e Daniele, non potrebbe essere altrimenti. Sul pallone che vale una stagione si avventano i due figli di Roma (il terzo, Florenzi, è in tribuna a soffrire come e più di tutti). La zampata vincente è del centrocampista di Ostia, ma poco conta. Conta invece che neanche cinque minuti dopo il Genoa pareggi di nuovo, complice l’ennesima dormita difensiva. Sembra un’altra Roma-Lecce, dicono quelli di una certa età. A quelli un po’ più giovani viene in mente un Roma-Sampdoria. I bambini ricordi del genere non ne hanno, ma dalle facce si capisce che vorrebbero evitare di cominciare ora. Per fortuna ci pensa Diego Perotti allo scadere a risolvere tutto. Totti passa i suoi ultimi tre minuti da calciatore in una maniera familiare a lui e a tutto il suo pubblico. Accanto alla bandierina a difendere la sfera, svicolando tra un nugolo di gambe per far passare gli ultimi interminabili giri di orologio. Ma Tagliavento fischia. Ora è davvero finita.

E inizia l’attesa, quella vera. Quella per la festa, che poi festa vera non è, perché dare l’addio a chi per un quarto di secolo ti ha rappresentato in Italia e nel mondo non è semplice. Viene allestito il campo per la cerimonia, i compagni restano sull’erba e indossano le maglie celebrative. Manca solo lui, il grande protagonista. Non si sta facendo desiderare, ma è negli spogliatoi. Solo con se stesso, a cercare la forza di realizzare che stavolta non c’è recupero, che la giostra è finita, che fare un ultimo giro (che poi l’ultimo non lo è mai) non è davvero possibile. E poi finalmente dal tunnel sotto la Sud esce l’ottavo Re di Roma, il Dieci Eterno. La prima passerella è tra i compagni e lo staff. L’emozione è enorme, ma i maxischermi sono impietosi. Lacrime ovunque. Padri e figli, fidanzati, amici e perfetti sconosciuti, tutti uniti in un abbraccio e con in mano quintali di fazzoletti. In campo De Rossi e Florenzi piangono a dirotto, anche loro tifosi e diretti eredi del Capitano che sta per salutare. Pallotta è sotto la tribuna per donare a Totti una maglia, ma è una fugace apparizione. La stella è solo lui, Francesco.

L’abbraccio di Totti con Daniele De Rossi

Prima del giro d’onore c’è tempo per l’abbraccio della famiglia, di Ilary, Cristian, Chanel e della piccola Isabel, che vuole andare in braccio a papà e che fa quello che ogni tifoso vorrebbe fare, ma non può. Bacia Totti, lo accarezza, lo stringe forte, con il timore che da un momento all’altro quella mano possa lasciare la presa. La musica non aiuta, la regia ancor meno. In campo, in tribuna, ovunque si piange. Il giro d’onore è un colpo al cuore, per Totti e per tutti i presenti. Ogni tanto Francesco è costretto a fermarsi, sopraffatto dai sentimenti e dal calore della sua gente. Lo stop sotto la tribuna Tevere è emblematico. Seduto sui cartelloni, con le spalle rivolte al pubblico, ben sapendo di non poter affrontare quegli occhi pieni di lacrime senza crollare in un pianto a dirotto. Si riprende e arriva sotto la Sud, mentre uomini e donne di ogni età si stringono inconsciamente mano nella mano. Totti si inchina e lo stadio si inchina a lui. Mentre risuonano di nuovo le note di Roma Roma Roma e gli schermi mostrano i tanti volti noti che sono venuti all’Olimpico a rendere omaggio al Capitano, Francesco vede per l’ultima volta il suo viso campeggiare sopra la sua curva. Si ferma, mani nei capelli. Il crollo è totale, suo e di tutto lo stadio.

Francesco Totti sotto la Curva Sud

Torna al centro del campo e prende un microfono. Gioca, scherza, sembra il solito Totti. Ma non riesce a nascondere l’emozione, come potrebbe? È un discorso breve ed infinito allo stesso tempo, pieno di pause spontanee. Quando dice è arrivato il momento che speravo non arrivasse mai, il religioso silenzio dell’Olimpico è rotto da una voce di donna. Neanche noi, France’. Uno striscione dice tutto, speravo de mori’ prima. Ogni volta che la voce è rotta dai singhiozzi il pubblico, il suo pubblico, gli viene in soccorso. È evidente, per Totti è quasi un’agonia dare l’addio a tutto ciò. Ma il tempo, parole sue, è arrivato a bussargli sulla spalla. Accanto a lui i compagni sono una maschera di lacrime, da Strootman a Manolas, da Alisson a Palmieri, che è in campo con stampella e tutore pur di non perdersi quest’ultimo abbraccio. Parte dalla fine ringraziando tutti, ma poi spiega benissimo quello che tutti sapevano. Non è semplice andare via, ma non lo sarebbe mai stato.

Nascere romani e romanisti e romanisti è un privilegio. Lo grida ad almeno quattro generazioni, a chi ha vissuto la Rometta degli anni ’60, a chi ha pianto la sera di Roma-Liverpool, a chi nel 1993 era bambino e ora magari è diventato padre e a chi non ha mai visto una Roma senza Francesco Totti. Ha paura. Lo dice chiaramente, senza vergogna. E chiede l’aiuto dei suoi tifosi. E a noi France’, a noi chi ce aiuta? È tutto un sorreggersi a vicenda, tra emozione e lacrime, fino alle ultime due parole, rotte da un sentimento indescrivibile. VI AMO. Stavolta è finita sul serio. Resta il giro di campo della squadra, i bambini che giocano su un campo troppo grande per i loro piccoli piedi. E resta la più bella e la più triste delle immagini. La frase che, nel bene e nel male, segnerà questa giornata.

Mi levo la maglia per l’ultima volta…

No France’. Non ora. Domani. Domani è un altro giorno e fuori è quasi buio. Tienila stretta ancora quella maglia, almeno per un po’. Aspetta lì, finchè anche l’ultimo tifoso sarà uscito dallo stadio e l’ultima delle mille telecamere sarà spenta. Risparmia alla tua gente di vedere il numero dieci inghiottito per l’ultima volta dal tunnel degli spogliatoi. Lasciali sognare. Fagli sperare che un giorno, nel momento dell’estrema difficoltà, tornerai con indosso quella che è la tua seconda pelle, a lottare di nuovo per la Roma e per i tuoi tifosi. Come Romolo, assunto in cielo, tra gli dei, durante una tempesta. E proprio come te, arrivato nella Roma da bambino ed andato via da uomo. Appena uscito dal campo, ma già entrato, per sempre nella leggenda. 

Il volto commosso di Francesco Totti