Adriano Stabile

L’11 novembre 2006 a San Siro si gioca MilanRoma: all’11’ del secondo tempo il rossonero Brocchi pareggia il vantaggio iniziale di Totti e cinque minuti più tardi il tecnico romanista Spalletti mette dentro Alberto Aquilani al posto di Perrotta. Aquilani, all’epoca, è un ragazzo di 22 anni pieno di talento: romano e romanista come Totti e De Rossi, sembra destinato a un futuro radioso nella squadra che ama.

Alberto Aquilani, dalla rabona del 2006 a Pescara

Quel giorno, a San Siro, la “Scala del calcio”, il numero 8 della Roma cambia il match a favore dei suoi. E soprattutto illumina l’azione del gol vittoria giallorosso con un colpo rarissimo in Italia, la rabona: Seedorf perde palla sulla trequarti e Alberto Aquilani, per sfruttare in velocità lo sbilanciamento avversario, serve di prima intenzione sulla fascia Amantino Mancini, colpendo con il piede sinistro dopo averlo fatto passare dietro al destro. Cross in mezzo del brasiliano per Totti e rete del definitivo 2-1 romanista.

Sembra il momento della sospirata e definitiva affermazione per questo fantasista, ricco di estro, ma che ancora fatica a partire titolare con costanza in Serie A. Tutti parlano di lui e di quella magnifica rabona che ha dato il via all’azione del gol vittoria della Roma, a digiuno di successi a San Siro da 20 anni. Quattro giorni più tardi, il 15 novembre 2006, Alberto Aquilani esordisce in maglia azzurra, nella nazionale di Donadoni, a Bergamo contro la Turchia (1-1). La sfortuna però è in agguato: passano  altri dieci giorni e si scontra in allenamento con Taddei lesionandosi un legamento collaterale del ginocchio destro. I medici parlano di due mesi di stop, che invece diventano, settimana dopo settimana, quasi cinque.

Il CALVARIO INFINITO DEI SUOI INFORTUNI
Probabilmente l’ascesa di Alberto Aquilani si è fermata proprio allora, con quell’infortunio di dieci anni fa. Nato nella Capitale il 7 luglio 1984, sembra un predestinato sin dai tempi delle giovanili della Roma: già nel 2000, quando ha soli 16 anni, tutti gli pronosticano un futuro da campione. Nel 2003-04, a 19 anni, disputa a testa alta 41 partite in Serie B nella Triestina, in prestito: gioca da regista al centro, il suo ruolo preferito, spostandosi ogni tanto sulla sinistra.

Tornato alla Roma si fa largo nella stagione dei quattro allenatori, quel doloroso 2004-05 in cui si avvicendano in panchina Prandelli, Völler, Delneri e Conti. Poi, sul più bello, si ferma: all’infortunio del novembre 2006, ne segue un altro (lesione a un muscolo della coscia) nell’ottobre 2007 (tre mesi e mezzo di stop).

I problemi muscolari, e non solo, perseguitano Alberto Aquilani: lesione al flessore sinistro nell’ottobre 2008, infortunio alla caviglia destra nel febbraio 2009 con ricaduta che porta all’intervento chirurgico ad Amsterdam tre mesi più tardi. E così, nell’agosto di quel 2009, quando il fantasista romano passa al Liverpool, in tanti, tra addetti ai lavori e tifosi giallorossi, pensano: «Poco male. Aquilani è bravo, ma si infortuna troppo spesso».

Alberto Aquilani infortuni

Aquilani alla Roma nel 2009

ORA IL PESCARA, SENZA RIMPIANTI
Le sofferenze continuano: nel febbraio 2011, quando è alla Juve, viene fermato per “soli” 15 giorni a causa di uno stiramento alla coscia destra. Nel gennaio 2012 è al Milan quando deve fermarsi due mesi per un’infiammazione alla caviglia destra. A settembre dello stesso anno, nella Fiorentina, resta altri due mesi lontano dai campi per un’infiammazione al tendine d’Achille.

Nel gennaio 2015 nuovo stop per problemi al tallone: un mese out. Anche nella scorsa stagione, disputata nello Sporting Lisbona in Portogallo, gioca a intermittenza, pur senza grandi problemi fisici. Da qualche giorno Alberto Aquilani ha iniziato una nuova avventura nel Pescara, con cui debutterà domenica sera affrontando l’Inter. Non a San Siro però, altrimenti la mente sarebbe andata lontano verso quella rabona del 2006. Secondo noi, alla luce di tutto, resta l’idea di un grande talento frenato dagli infortuni. Lui però, a 32 anni, guarda ancora avanti: «Rimpianti? Assolutamente no – dice oggi con orgoglio sulle pagine della Gazzetta dello Sport – a fine carriera magari ci penserò, ma non ora: ho ancora tanto da dare al calcio italiano».