Augusto Ciardi

di Augusto Ciardi. Estate calda come non mai, voglia di calcio infinita nell’anno senza Mondiali e senza Europei, caratterizzata da un’infinità di tornei internazionali pubblicizzati dai media come fossero la Champions League, ma meschini nell’ingannare il tifoso che prova a trarre spunti tecnico-tattici, di prospettiva, magari perché la quinta scelta del centrocampo della propria squadra vive il quarto d’ora di gloria contro la sesta scelta della terza classificata del primo campionato nazionale europeo, la Premier League.

Tornei dei quali a stento quando arriva Ferragosto ci si ricorda chi lo ha vinto o il risultato del singolo match. Tornei di luglio ingannatori come il sole di marzo, quello che ti fa scoprire per goderne il tepore salvo poi farti coprire a letto con le placche alla gola. Umane debolezze. La voglia di calcio giocato dopo tre mesi di astinenza è troppa.

Arriva finalmente il penultimo weekend del mese più bollente. Torna finalmente il campionato. Finalmente i tre punti a partita. Senza rigori da battere negli stadi d’America o in quelli dell’Estremo Oriente, dove ci si deve accontentare di vedere sugli spalti migliaia di indonesiani con la maglia dell’Inter o paonazzi statunitensi che urlano “de-fence” quando la Roma non è in possesso palla, con indosso la maglietta di Totti, mentre si danno di gomito chiedendosi “where is Totti?”, in stato quasi confusionale. Beati loro che non sanno. Che ha smesso. Da tre mesi.

Tre mesi dopo riecco il campionato. Finalmente. Finalmente stanno per andare in archivio le chiacchiere, troppe, enfatizzate, troppo, di calciomercato. Si gioca, finalmente. Bisognerebbe coccolarlo il campionato, almeno all’inizio, quando anche la Spal dopo un pareggio all’Olimpico pensa di poter condurre in porto una salvezza serena. Coccolare il campionato che mancava da tre mesi. Avete presente la frase da Baci Perugina “ti accorgi di quello che hai quando quello che hai ti manca”? Ecco. Il campionato ci mancava ma di coccolarlo non ne ha voglia nessuno.

Passi per chi ci ha già rimesso le penne, per esempio i tifosi del Crotone o quelli di una Fiorentina che forse riescono a riconoscerla per i colori sociali da trasferta e per il giglio, non certo per la squadra in campo che ha cambiato i connotati (i più distratti si saranno chiesti perché i Viola giocassero in nerazzurro quando dal sottopassaggio del Meazza sono sbucati Vecino e Borja Valero). Di sicuro dovrebbero coccolare di più il campionato i tifosi delle squadre che hanno vinto, benché ancora incomplete e con un’espressione di gioco ancora distante anni luce dagli ipotetici standard.

Invece il tifoso esigente nell’estate 2017 non fa passare nulla. Dallo stadio, da casa, dal chiosco di vacanza, insomma da ogni angolo di mondo da cui segue la sua partita, cerca una connessione per esprimere quasi il suo sdegno sui social network. Discretamente inopportuno considerando che il tifoso esigente ha appena visto vincere la propria squadra. Tre punti su tre. Ma chi se ne frega.

Apre le danze la Juventus, segue il ritmo il Napoli, si adegua alla musica la Roma, eseguono i passi giusti le milanesi. La Lazio che ha vinto il primo trofeo stagionale (o l’ultimo della passata stagione, la sostanza non cambia). Non ci si accontenta. Esulto, ma non troppo. Quasi mi piace di più entrare nella porta che conduce allo scannatoio virtuale.

Le vacanze sono terminate, la ricreazione è finita, passato ferragosto e l’amico mio che non conosco, ora nemico mio ti riconosco bene. E ti sfido. Tu esulti? Io ti riporto coi piedi per terra.

Magari per scavare la fossa ad Allegri. Cagliari liquidato, 3-0, tutti a casa alé? Manco per niente. Che cosa pensa di fare Allegri? Che problema ha con la dirigenza? Dove sono i nuovi? Perché Cuadrado sì e Douglas Costa no? E Bernardeschi? Me lo hanno descritto come un mix fra Sivori, Platini, Zidane e Del Piero e lo lascia fuori? Forse perché contando i numeri dieci che entrerebbero col Bernardeschi dovrebbero darci l’ok per farci giocare con quattro calciatori in più? In quindici? Fatto sta che il tecnico livornese, che deve di fatto quasi rivoluzionare una squadra che ha perso uno dei cinque migliori difensori europei, viene anche pesantemente criticato da chi evidentemente non gli fa passare nulla, a maggior ragione una settimana dopo la sconfitta in Supercoppa. Memoria corta. Ingratitudine. Difficile trovare altre definizioni.

Passa un’ora scarsa, tocca al Napoli. Per molti la favorita, e forse anche in questo senso si esagera. Ma la pratica Hellas viene sbrigata in una manciata di minuti. Addirittura con Sarri che fa turnover. Tre a uno in trasferta. Laddove negli ultimi anni la prima di campionato era una specie di incubo. Tutto ok? Macché. “Abbiamo sofferto troppo nel finale di gara, se andiamo in corto circuito così in autunno, usciamo dalla Champions, e finiamo quinti in campionato”. Sofferto troppo nel finale di gara sarebbe in verità “nell’ultimo quarto d’ora sul tre a zero abbiamo tirato il fiato e concesso al Verona il gol della bandiera”. Equilibrio, questo sconosciuto.

La domenica sportiva la apre la Roma alle 18. È il test più tosto fra quelli in cui sono impegnate le big. La scorbutica Atalanta ha perso parte dei suoi ori di famiglia, ma ha comprato bene, e mantiene ben individuabile il fil rouge che l’ha resa protagonista nell’ultima Serie A. Finisce zero a uno, decide uno che in A manca da una vita ma che certe partite le gioca, bene, con gli occhi bendati. La Roma soffre la pressione dell’Atalanta nell’ultima mezz’ora, ok, se la squadra di casa avesse pareggiato nessuno avrebbe gridato allo scandalo, ma vince la Roma, più che incompleta in una sessione di mercato in cui ha perso Rüdiger e Salah, colonne portanti, al momento ancora non sostituiti al meglio. Eppure al 20 agosto si alza il grido, di molti ma non di tutti “questa non è la Roma di Di Francesco”, come se poi un allenatore fosse un marchio registrato: “si vede che non è un Rolex” “questa non è Coca-Cola”. Invece questa è la Roma di Di Francesco, perché ad agosto la Roma di Di Francesco deve essere così. Così come la Juve è di Allegri ad agosto come a novembre. Semplicemente perché le squadre non sono sempre uguali, quindi polemica sterile, soprattutto se ad agosto si è già deciso che “viste le amichevoli e vista la prima di campionato, questa non sarà MAI la Roma di Di Francesco”. Brutta cosa gli assolutismi. Pessima strada quella dell’integralismo. Bei tempi quando si sarebbe pagato oro per veder vincere tutte le partite per uno a zero. Ora si insegue il dibattito: la Roma di Di Francesco, la Roma di Pallotta da comparare a quella dei Sensi. Sarà l’astinenza da vittoria di trofei ma oramai il risultato non conta più niente. Vige la partitocrazia. In parte da giustificare, perché il tifoso della Roma ha passato l’estate a sentir parlare di “esterno destro ma di piede mancino”. Chiacchiere sterili spacciate per dogmi. Meno comprensibile se una prestazione non all’altezza di Manolas si traduce in “al greco nun je va, se vede, vendemolo entro il 31 che così giocamo con uno de meno”. Già, basta una partita sottotono e il tifoso esigente suggerisce la cessione del miglior difensore in rosa. Come se poi esistesse la possibilità di sostituirlo con Hummels.

La domenica sera le milanesi fanno sei gol in due. Dopo un anno da incubo, il Milan ne fa tre al Crotone, l’Inter si sbarazza della Fiorentina segnandone altrettanti. Tutti contenti? Macché. “Come si può giocare la prima partita con Cutrone e Borini titolari?”. Il tifoso rossonero torna in un amen quello che vinceva coppe dei campioni a in modalità all you can eat, fino a saziarsi, senza limiti. Dimenticando le vacche magre di un quinquennio da incubo. Saranno i milioni spesi e ancora da spendere in un’estate in cui la Milano è tornata da bere. Si storce la bocca anche davanti a una vittoria in una partita che magari un anno fa si sarebbe trasformata in un incubo.

L’Inter in un quarto d’ora pasteggia con la Fiorentina. Col marchio di fabbrica del capitano-bomber. E con prove tecniche di spallettismo. Eppure “dopo il due a zero la squadra ha smesso di provarci, e questa non è la squadra di Spalletti”. Aridaje. Siamo andati in vacanza a Coverciano, siamo tornati quasi pronti per la panchina della Nazionale. Pretendiamo da Spalletti quello che faceva dopo un anno con la Roma di De Rossi Totti Pizarro Tonetto e Taddei. Poco importa se il toscano ha raccolto la peggiore Inter del Millennio, se in campo va ancora Nagatomo. Se gli hanno fatto sentire l’odore di Nainggolan e Vidal e ora si deve spruzzare l’eau de Vecinó. Il tifoso esigente cerca “l’Inter di Spalletti”. Arriverà santo Dio, dategli tempo.

E il laziale? Pensava forse che avendo battuto la Juve in Supercoppa avrebbe potuto chiedere la Wild Card per la Champions League per detronizzare il Real Madrid. Manco in una virtuale versione alla pajata del Trono di Spade. Lo zero a zero interno con la volenterosa Spal può deludere, ok, ma è assurdo che fino a ieri si (ri)accoglieva sotto la curva Lotito per osannarlo e ora si torna a criticarlo come fosse un despota che non sostituisce Keita, Biglia e Hoedt. Lotito è sempre lo stesso, da oltre dieci anni di Lazio, la squadra, pensa un po’, è la stessa giustamente celebrata una settimana fa, appena.

Siamo proprio sicuri che valeva la pena bramare l’inizio del campionato per vederlo maltrattare così? Anche da chi ha già avuto il pane ed ha i denti? C’e quasi da sperare che la pausa di inizio settembre arrivi presto.