Augusto Ciardi

Italian style. Il made in Italy. The italian job. Italia, Paese di santi, poeti, navigatori e allenatori. Ci si può sbizzarrire pescando nella cesta dei luoghi comuni e dei titoli usati e usurati, ma sempre di moda. Mai superati. Soprattutto ora che è iniziata la gestazione della stagione calcistica 17-18, che evidenzierà la voglia dei club della nostra Serie A di puntare ancora più forte sugli allenatori nati e cresciuti in terra italiana, o che dall’Italia sono stati adottati ai tempi in cui giocavano a pallone. 18 Mister su 20 (compresa la terza squadra che salirà dalla Serie B al termine dei play off), sono italiani. Gli altri due, Sinisa Mihajlovic (Torino) e Ivan Juric (Genoa), sono arrivati rispettivamente nel 1991 e nel 2001 e, fatta eccezione per la stagione in cui il tecnico granata ha diretto la Nazionale serba nel 2012-13, hanno formazione italiana anche da allenatori.

Allenatori da esportazione e vincenti

Non ci sorprendiamo: lo stile italiano domina l’Europa. Impera in Premier League dove a trionfare nelle ultime due stagioni sono stati Claudio Ranieri e Antonio Conte. Miete successi in giro per il continente grazie alla versione da asporto di Carlo Ancelotti; conquistatore di Inghilterra, Francia, Spagna e ora Germania, dove ha appena aggiunto un tassello nel mosaico pluridecorato del Bayern Monaco. Eleva il talento di Massimo Carrera, vincitore a sorpresa del campionato russo con lo Spartak Mosca, dove sembrava avesse assunto l’incarico di capotecnico in attesa di tornare a fare il vice. Sembrava. Per non tacere di Walter Mazzarri, lasciato a piedi dal Watford prima dell’ultima ripresa, a salvezza ampiamente raggiunta e meritata. O di Cannavaro e Lippi oramai da tempo cinesi. Con Cesare Prandelli che va a sposare i petrodollari e Roberto Mancini che resosi conto delle porte chiuse per lui sulle panchine che contano, sta ottenendo lo Zenit San Pietroburgo e proprio la possibilità di sfidare Carrera all’Est.

La Juventus non ha affatto intenzione di interrompere il rapporto vincente con Massimiliano Allegri, è lui che quantomeno sta abbozzando dei pensieri. Se la Juventus dovesse fare spazio in bacheca per il trofeo della Champions League, al livornese mancherebbe soltanto il Mondiale per club, per logica considerato il trofeo meno importante fra i più importanti. Dopo aver moltiplicato per tre scudetti e coppe Italia, se vincesse anche con il Real Madrid (ma qualcuno sostiene che ci penserebbe anche se uscisse sconfitto da Cardiff) quantomeno ragionerebbe sul fatto di aver ottenuto il massimo. Mangiando di gusto e arrivando all’ammazzacaffè nel ristorante dove pasteggiano i big del pianeta, lasciando persino la mancia, laddove il predecessore Conte temeva che non ci fossero neanche le possibilità per leggere il menù. La concentrazione va nell’unica direzione che porta in Galles, ma Allegri non è mai stato perentorio nel rispondere a logiche domande. Ovviamente in caso di addio, lascerebbe per continuare ad allenare, e a inizio giugno non sarebbe semplice trovare una panchina ad hoc per lui, che oramai fa parte del Gotha del pallone. Forse neanche più quel Paris Saint-Germain che nonostante le conferme di facciata non è mai del tutto convinto di Emery, che per ora le italiane hanno soltanto corteggiato senza conquistarlo. Iniziò cinque anni fa la Roma, seguirono Napoli, ancora Roma, Milan e Inter. In caso di non semplice addio di Allegri, la Juventus potrebbe prediligere la linea azzurra puntando proprio su Carrera, o abbassare la media degli allenatori nostrani in Serie A aggredendo il Monaco per Jardim, uno dei cinque migliori allenatori della stagione praticamente conclusa.

Serie A 2016-17 record

Massimiliano Allegri, tecnico della Juve, con la coppa dello scudetto 2016-17

La Roma che ha parlato straniero nei primi quattro anni e mezzo della gestione americana (Luis Enrique, Zeman, Garcia, Garcia bis e un pezzetto di Garcia ter), ha virato bruscamente sulla Toscana, chiamando al capezzale Luciano Spalletti, che alla squadra ha salvato la vita, e poi l’ha curata, rimessa in piedi, restituito dignità e l‘ha fatta correre in ottima salute. Per poi sganciarla per sempre dalla sua vita (e l’epitaffio dell’interista, ops, Califano, “non escludo il ritorno”, più che una promessa non sarà una minaccia, ma di sicuro non troverà mai più riscontro nella realtà). Il rapporto si è consumato. Con la società coi media, con parte della tifoseria. Ma aveva l’intera squadra dalla sua parte, e questo rende l’addio quasi inspiegabile. Ritroverà Sabatini all’Inter, che ha bisogno di un’anima italiana nelle figure cardine, perché tutto il resto parla cinese, inglese, spagnolo con accento argentino. Ma con l’Inter non ha iniziato a parlare in queste ore. La risposta sul tema evidenziato nella conferenza stampa dei saluti gli ha fatto il crescere il naso. Più Luciano da Collodi che da Certaldo in quel passaggio specifico.

Spalletti Inzaghi

Spalletti e Simone Inzaghi.

Via Spalletti, la Roma riparte da Eusebio Di Francesco, che non è la prima scelta, perché davanti a lui c’erano altri tecnici graditi, alcuni dei quali, forse il più gradito, Montella, italiani. Marco Giampaolo compreso. Per Di Francesco la chance della vita. Dopo un campionato in tono minore col Sassuolo che del Made in Italy è il club portabandiera, per scelta di calciatori e scelta di allenatori, considerando che in Italia pescherà l’erede del tecnico che patron Squinzi non voleva liberare, risentito per l’addio, già annunciato due mesi fa dall’incontro con il Direttore sportivo della Fiorentina, Pantaleo Corvino, che incontrò Di Francesco proponendogli la panchina di Paulo Sousa, straniero in uscita, ricevendo per risposta un “riparliamone”. Perché Di Francesco intendeva aspettare la Roma, che sentiva puzza di bruciato nel suo rapporto con Spalletti. Corvino ha mangiato la foglia e ha iniziato a flirtare con Stefano Pioli, che sarebbe arrivato a prescindere dall’esonero dell’Inter.

Eusebio Di Francesco

Eusebio Di Francesco

Panchina salda per Maurizio Sarri a Napoli, almeno fino alla prossima sfuriata di De Laurentiis. L’ingombrante presidente non è solito contare fino a dieci, le sue raffiche ad altezza d’uomo possono lasciare il segno. Destinatario della sua verve spesso eccessiva è stato anche l’allenatore metà toscano e metà campano. Che replica con gli stessi toni. Insomma, un rapporto a orologeria nel quale i tifosi napoletani sono schierati totalmente dalla parte del tecnico.

Il Milan non lascia Montella, anzi raddoppia gli anni di contratto, nonostante sia stato fortemente tentato dalla Roma, forse troppo poco tempista nel momento di chiudere, ossia poco dopo il closing rossonero, quando Montella più che perplesso dalla consistenza dei proprietari cinesi, lo descrivevano terrorizzato. Oltre che lusingato dalla sua ex società. Ora non lo è più. La Roma resta per lui un amore mai del tutto consumato da allenatore, ma il mercato in entrata e la liaison con città e tifosi, sono stati messi, per ora, da parte. Perché il nuovo Milan lo ha convinto sull’intenzione di fare sul serio.

Vincenzo Montella

Atalanta, soprattutto, e Lazio, vanno avanti felici con Gian Piero Gasperini, fresco di rinnovo, e Simone Inzaghi. Il canadese Joe Saputo ha capito subito quanto sia eccellente il lavoro dei docenti di Coverciano. E va avanti convinto con Roberto Donadoni a Bologna. Pozzo ha in Gigi Delneri una figura rassicurante con cui rilanciare una politica all’Udinese, quella dei giovani stranieri, che nelle ultime tre stagioni ha perso smalto e slancio. È infatti ha appena rinnovato fino al 2018. Massimo Rastelli dopo una promozione e una salvezza comoda resta, per ora, con merito al Cagliari. Ma dovrà registrare il prima possibile i meccanismi difensivi, il Cagliari formato gruviera non verrà più tollerato. Marco Giampaolo ha fatto gola a Fiorentina e Roma, ma col rinnovo di due mesi fa ha ucciso sul nascere le voci sul suo addio alla Sampdoria. Dopo l’impresa mordi e fuggi di Empoli (un anno con salvezza mai in discussione nell’anno più difficile, quello post Sarri) non ha voglia di cambiare dopo appena una stagione, più che positiva a Genova. Il Chievo non vuole mollare Rolando Maran, il cui lavoro è sempre troppo sottovalutato e  poco lodato.

gasperini atalanta

L’Atalanta di Gasperini sorpresa del campionato

Davide Nicola è l’allenatore dell’anno, forse addirittura un po’ più di Gasperini. Il suo capolavoro a Crotone vale una Champions League. Compiuta dopo aver girato nel girone d’andata con punti e morale che avrebbero piegato in gigante. Non lui, e se siete stati distratti da discorsi di alta classifica, andate a vedere che tipo di campagna acquisti ha fatto una società alla quale va riconosciuto il grande merito di non scaricare un tecnico bravo, forse troppo poco sponsorizzato o con troppo poco appeal mediatico, che ora piace al Sassuolo e non solo, ma che a Crotone vorrebbero tenere e al quale vorrebbero fare una statua.

Davide Nicola, tecnico del Crotone

Davide Nicola, tecnico del Crotone

San Gimignano, Figline. Arezzo, Pisa, tre anni nel settore giovanile della Fiorentina e poi SPAL. Leonardo Semplici ha scalato prima la Toscana, poi le classifiche col doppio salto dalla Lega Pro alla Serie A, che torna a Ferrara dopo una vita. Si merita la chance. Che bussa alla porta a cinquant’anni. Più breve l’ascesa di Fabio Pecchia, al quale il presidente Setti ha affidato la fuoriserie della Serie B, l’Hellas Verona. Un paio di sbandate, ma alla fine la promozione diretta e nonostante le voci su un altro italiano rampante, Filippo Inzaghi, la sua A non gliela toglie nessuno. Lui che l’aveva assaporata da assistente di Rafa Benitez. Chi verrà in A per chiudere il palinsesto, tra Carpi e Benevento, in panchina non avrà bisogno dell’interprete.

18 allenatori italiani su 20. Due in più rispetto alla stagione che si è appena conclusa. Potevano essere di più, ma all’Inter è andata male con Simeone, ed Emery non verrà in Italia neanche quest’anno. Nel 2015-16 gli stranieri erano 3 (Garcia, Sousa, Mihajlovic), 4 nel 2014-15, come nel 2013-14. Per contare 2 allenatori nostrani su 20 bisogna tornare al 2012-13, a Petkovic (Lazio) e Zeman (Roma), al  2011-12, 2010-11 e 2009-10. Dieci campionati fa (contando a ritroso dal prossimo), nel 2008-09, c’era un solo straniero in panchina, ed era il top, Jose Mourinho. Fra i pochi eletti arrivati nell’ultimo decennio. Lui, Leonardo, Benitez, Petkovic, Mihajlovic, Garcia, Luis Enrique, Zeman, Diego Lopez, Sousa, Juric, De Boer. Appena 12 allenatori stranieri  in dieci campionati, 3 di questi di formazione professionale italiana (Zeman, Mihajlovic, Juric). Una tendenza che si rinnova, una moda che non passa. Che si esporta. Come gli abiti dei nostri connazionali stilisti. Una controtendenza se confrontiamo questi numeri a quelli dei calciatori che giocano in A, oramai una torre di Babele. E rispetto per esempio alla Premier League, che all’inizio della stagione appena conclusa su 20 allenatori ne contava appena 4 inglesi, Howe (Bournemouth), Dyche (Burnley), Pardew (Crystal Palace) e Phelan (Hull City), questi ultimi due esonerati in corso d’opera. In Bundesliga lo scorso agosto i tedeschi in panchina erano 11 su 18, nella Liga gli spagnoli 14 su 20, in Francia gli allenatori di casa 16 su 20. La Ligue 1 il campionato nazionale che più si avvicina all’Italia per tecnici indigeni in panchina, ma a stagione in corso Bastia. Lille e Nantes li hanno avvicendati con allenatori stranieri.

Mihajlovic calo

Sinisa Mihajlovic ai tempi del Catania

Cosa contribuisce alla volontà di scegliere nel nostro Paese il tecnico per la Serie A? Di sicuro la prestazione, considerando per esempio che la tesi per il patentino di Giampaolo viene studiata anche all’estero. La superiorità in materia tattica, gli staff che non lasciano nulla al caso, in piccola parte anche il rischio che non si vuole correre nell’ingaggiare un allenatore che potrebbe avere bisogno di un periodo di rodaggio superiore rispetto a chi conosce il nostro calcio a menadito. La Serie A in panchina non fa passare lo straniero. Anzi, all’estero i nostri tecnici come il vino, come la moda, come il parmigiano, sono un’eccellenza da esportazione. Una volta il luogo comune era “Italiano? Spaghetti!”  Oggi gli stranieri se la cantano e se la suonano così “Italiano? Ntonio Conte!”.