Francesco Cavallini

Carolus Rex, direbbero i latini. Re Carlo, King Charles, Charles le Roi, el Rey Carlos, König Karl. Dovunque abbia messo piede, Carlo Ancelotti ha saputo vincere. La gavetta tra Reggina e Parma e le delusioni juventine sembrano cose di una vita fa. Dall’approdo al Milan, solo grandi soddisfazioni, per un palmares che fa spavento. Basterebbero tre Champions League in bacheca a parlare, ma poi ci sono anche quei campionati portati a casa. Tutti, tranne quello spagnolo, ma quando regali la Decima al popolo del Real puoi anche permetterti di lasciare la Liga agli altri. Sembra la favola del cavaliere senza macchia e senza paura, che porta la sua aura splendente ovunque vada.

Tutto poco bavarese

Solo che in Germania le cose non vanno esattamente così. Non basta una Bundesliga e due Supercoppe, ok le foto con le birre e l’immancabile hashtag #MiaSanMia (cioè Noi, il Bayern, siamo noi), ma per una parte della tifoseria Re Carlo è solo un usurpatore straniero. Il secondo della serie, dopo Pep Guardiola. Stessi problemi, stessi rimproveri. Lo spagnolo prima e l’italiano poi stanno “debavaresizzando” il club. Che è una multinazionale con un indotto economico che fa spavento e fan sparsi in tutto il globo, ma che è ancora legato alla città di Monaco e si sente rappresentante dell’indomito spirito dei tedeschi del Sud. Ma cosa ha combinato Ancelotti di così imperdonabile?

Thomas Müller, la spina nel fianco di Ancelotti

Un errore da matita rossa, che da un perfetto gestore di uomini e calciatori come lui forse non ci si aspetta. Poi intendiamoci, l’allenatore ha tutto il diritto di scegliere la formazione che scende in campo, ma deve anche considerare il contorno. L’ambiente in cui si lavora. Le persone con cui confrontarsi. E stavolta Carletto potrebbe aver fatto il passo più lungo della gamba. Ancelotti, che fissato della tattica non è, di un raumdeuter (l’attaccante vagabondo, che cerca gli spazi) non sa davvero che farsene. Ed è quindi logico che Thomas Müller, che di mestiere fa esattamente quello, passi abbastanza tempo in panchina. Forse troppo per una delle stelle della nazionale Campione del Mondo, nato nel 1989 nel Baden-Württemberg, ma a Monaco di Baviera da ormai quasi vent’anni.

Il Bayern ha iniziato peggio del solito

Ancelotti non mi vede, ha tuonato il tedesco a fine agosto, lasciando suggerire una frattura profonda tra lui e il tecnico. Frattura che si è estesa anche a livello societario, con Rummenigge costretto a mediare tra la necessaria indipendenza dell’allenatore e le pressioni esterne. Müller forse esagera nel lamentarsi, dato che ha giocato da titolare tre partite su quattro della gestione di Carletto, ma è anche vero che in Champions League il tedesco si vede in campo raramente. E il pubblico? Beh, finchè si vince va tutto bene, ma l’inizio di stagione stranamente balbettante del Bayern (quattro vittorie, un pareggio e la sconfitta con l’Hoffenheim del prodigioso Nagelsmann) fa affiorare qualche malumore. E qualcuno (come Mario Basler) già vede Re Carlo lontano da Monaco, magari in Cina, e di nuovo un tedesco sulla panchina dei bavaresi.

Insomma, la crisi di governo è ufficialmente aperta. Non si andrà ai voti, ma si giudicheranno i risultati. Chi vince ha sempre ragione. E Ancelotti, per sua fortuna, sa bene come si fa.