Francesco Cavallini

Le maledizioni fanno da sempre parte della storia del calcio, partendo dalla storica profezia di Bela Guttman sul Benfica, passando per il campo del Derby County, stregato dai nomadi sfrattati a causa della costruzione dell’impianto, fino ai fantasmi celtici del nuovo stadio del Southampton. Chiaro, niente di reale, solo un modo come un altro per giustificare una sfortuna che sembra non avere fine. Ma il tifoso, anche il più scettico, si abitua alle dicerie fino a raggiungere una condizione riassumibile nel famoso adagio non è vero ma ci credo. E allora iniziano i riti propiziatori, si arriva addirittura a dei veri e propri esorcismi. Ma cosa accade se a maledirti è stato, più o meno inconsapevolmente, il tuo simbolo?

Anche il meno superstizioso dei tifosi della Selección non potrà fare a meno di notare delle coincidenze perlomeno inquietanti. L’Argentina non vince un trofeo internazionale dal lontano 1993. In panchina siede Alfio Basile, in campo Batistuta e Simeone regalano alla albiceleste la Coppa America. A casa c’è uno spettatore molto particolare, Diego Armando Maradona. La squalifica per doping è terminata, Dieguito è già tornato a indossare la sua maglia numero dieci, ma il CT decide di non convocarlo. I suoi ragazzi alzano comunque il trofeo per la seconda volta consecutiva, quindi ha ragione lui. Ma il ritorno dall’Ecuador è una doccia gelata. L’Argentina viene sonoramente sconfitta dalla Colombia ed è costretta all’onta dei playoff contro l’Australia per staccare il biglietto per USA ’94.

La qualificazione arriva, ma l’opinione pubblica è perplessa. Per scuotere squadra e tifosi ci vuole qualcosa di speciale. Di unico. Ci vuole Diego. E Diego c’è, lo urla al mondo dopo la terza rete nel 4-0 alla malcapitata Grecia. Il Diez è tornato, la Selección può di nuovo sognare in grande. Ma i sogni, si sa, fanno presto a diventare incubi. Quello di Maradona è una provetta, che contiene le prove della sua positività all’efedrina. Grondona, il vulcanico presidente della Federcalcio argentina, non aspetta neanche le controanalisi e squalifica a vita Diego. Che comunque risulterà di nuovo positivo. Finisce la carriera di uno dei più forti calciatori di tutti i tempi, ma finisce anche il mondiale dell’Argentina, in un pirotecnico ottavo di finale contro la Romania di Hagi.

Al ritorno dagli USA Basile saluta e lascia il posto a Daniel PassarellaEl Gran Capitán guida la Selección in Uruguay per la Coppa America 1995. Il girone inizia con la sofferta vittoria contro la Bolivia, ma il pubblico argentino può rifarsi gli occhi grazie allo scoppiettante 4-0 rifilato al Cile. Ma con l’albiceleste non c’è mai da stare troppo tranquilli e infatti gli Stati Uniti passeggiano su un’Argentina distratta, un 3-0 firmato anche dall’indimenticabile Alexi Lalas, che costa agli uomini di Passarella anche il primo posto nel girone. Sarà una sconfitta decisiva, perchè gli incroci regalano un quarto di finale d’eccezione contro il Brasile fresco campione del mondo. A Balbo e Batistuta rispondono Edmundo e Tulio, ma ai calci di rigore prevalgono i verdeoro a causa degli errori di Simeone e Fabbri.

Daniel Passarella sulla panchina dell’Argentina durante il Mondiale 1998

Due anni dopo in Bolivia la storia si ripete, con l’Ecuador che passa al primo posto davanti all’Argentina, che evita l’eliminazione solo all’ultimo minuto contro il Paraguay. Stavolta il tabellone pare benevolo, regalando a Passarella e ai suoi l’abbordabile Perù. Ma a togliere il fiato ai tifosi biancocelesti non sono i tremila metri sul livello del mare, quanto le due reti avversarie. Non basta la rete di Gallardo, che con le sue tre marcature nel torneo è l’unico a salvarsi dalla contestazione al ritorno in patria. L’ex allenatore del River si gioca tutto nel 1998 in Francia. La Selección inizia bene e fa bottino pieno nel girone prima di liberarsi dell’Inghilterra ai calci di rigore dopo un match tiratissimo. Anche la sfida con l’Olanda sembra destinata all’overtime, finchè Bergkamp non decide che è il momento di segnare una rete memorabile. Controlla la palla su un lancio da sessanta metri, scherza con il difensore che sta rientrando alla disperata e d’esterno batte l’incolpevole Roa. Quando l’aereo della squadra atterra a Buenos Aires, Passarella sa già che il suo destino è segnato dalle accuse di difensivismo che serpeggiano in patria.

Gli succede Marcelo Bielsa, che rimane sulla panchina dell’albiceleste per ben sei anni. Il primo banco di prova per El Loco è la Coppa America 1999 in Paraguay. Il copione è il solito. Secondo posto nel girone, causa batosta rimediata dalla Colombia di Ivan Cordoba, e scontro col Brasile ai quarti di finale. A Ciudad del Este Sorin illude una nazione intera, ma ci pensano Ronaldo e Rivaldo a infrangere i sogni di gloria dell’Argentina. Non c’è possibilità di rivincita nel 2001, dato che l‘Argentina rinuncia alla Coppa America in Colombia per i problemi d’ordine pubblico che affliggono il paese dei Cafeteros. Anche l’anno successivo nel Mondiale asiatico non c’è minimamente competizione. I carioca alzano la quinta Coppa del Mondo, la Selección esce mestamente di scena al primo turno, battendo a fatica la non irresistibile Nigeria, concedendo la rivincita del ’98 all’Inghilterra e non andando oltre il pareggio con la Svezia.

Marcelo Bielsa alla guida del Marsiglia

La Coppa America 2004 in Perù è quindi l’ultima spiaggia per Bielsa. Una squadra infarcita di talenti parte alla volta di Lima con tante belle speranze, ma deve fare subito i conti con la dura realtà. Volete indovinare? Secondo posto nel girone, battendo Uruguay ed Ecuador, ma perdendo contro il Messico. Ai quarti torna il fantasma bianco e rosso del Perù, ma per esorcizzarlo basta una rete di Tevez. La semifinale è un trionfo quasi catartico contro la Colombia, un 3-0 che non ammette repliche e discussioni. Il 25 luglio 2004 l’Argentina, che non vince la Coppa da dieci anni, e il Brasile campione del mondo si scontrano all’Estadio Nacional di Lima. La partita inizia bene. Lucio ha la pessima idea di abbattere Tevez in area di rigore e Kily Gonzalez porta in vantaggio l’albiceleste dagli undici metri. La difesa argentina restituisce il favore a fine primo tempo, lasciando Luisao liberissimo di colpire a rete di testa su calcio di punizione. Al minuto 42 della ripresa la storia sembra finalmente poter cambiare. César Delgado risolve un batti e ribatti in area brasiliana e lancia l’Argentina verso la gloria. Ma se così fosse, non saremmo qui a parlare di maledizione. All’ultimo respiro, quando Bielsa e la sua panchina sono già in piedi pronti a scattare in campo, Adriano con un missile dei suoi ammutolisce un paese intero. Si va ai supplementari e poi ai rigori. Il destino è già scritto, sbagliano D’Alessandro e Heinze.

A sostituire El Loco, ormai giunto a fine ciclo, arriva José Pekerman, già allenatore dell’Under 20 pigliatutto. L’Argentina si qualifica agevolmente per il Mondiale in Germania, ma le convocazioni del commissario tecnico lasciano tutti particolarmente perplessi. Pekerman lascia infatti fuori dalla rosa dei ventidue calciatori del calibro di Zanetti, Samuel Verón, attirandosi non poche critiche. Inserita nel girone della morte con Olanda, Costa d’Avorio e Serbia-Montenegro, la Selección passa il turno senza troppi patemi d’animo, regolando gli africani all’esordio con un 2-1 firmato Crespo e Saviola, strapazzando gli slavi con un 6-0 tennistico (che regala la prima rete mundial a un certo Leo Messi) e accontentandosi di un pareggio con gli Orange. Agli ottavi c’è il Messico e l’Argentina deve sudare le proverbiali sette camicie per aver ragione degli Aztechi. Ci vogliono i tempi supplementari, risolti da una delle reti più belle della storia dei Mondiali, un sinistro al volo di Maxi Rodriguez che fa venire giù le tribune del Zentralstadion di Lipsia. Ai quarti però il tifo è tutto contro, perche l’albiceleste incontra i padroni di casa. Altra sfida stellare, ma stavolta i supplementari non bastano. È di nuovo la lotteria dei rigori a condannare l’Argentina. Sbagliano Ayala e Cambiasso. Al ritorno a casa, Pekerman rassegna le sue dimissioni.

La Federcalcio argentina, probabilmente ispirata da una controllatina alla bacheca, decide quindi di richiamare l’ultimo commissario tecnico vincente della Selección. A distanza di dodici anni, Alfio Basile si siede di nuovo sulla panchina della nazionale. È un’esperienza breve, che si conclude nel 2008 dopo una sconfitta contro il Cile nelle qualificazioni al Mondiale 2010. Nel mezzo c’è un’altra Coppa America, quella del 2007 in Venezuela. L’insolito ma apprezzato primo posto nel girone regala all’Argentina un tabellone favorevole. Prima tocca al Peru essere strapazzato da Messi e Riquelme, mentre in semifinale è il turno del Messico. Tre anni dopo, l’albiceleste ritrova in finale il Brasile. Ma stavolta niente drammi, il risultato è chiaro sin dal primo tempo, che si chiude 2-0 per i carioca con Julio Baptista e autorete di Ayala. La rete di Dani Alves a metà ripresa serve solo a certificare l’ottava (e per ora ultima) Coppa America dei verdeoro.

Come detto, Basile lascia dopo la sconfitta con il Cile, quindici anni dopo l’ultimo trofeo sollevato. A partire da USA ’94 per i tifosi argentini le delusioni si sono susseguite senza soluzione di continuità. È come se negli Stati Uniti fosse scattato qualcosa, una sorta di maledizione. Come se gli dei del calcio volessero punire la Selección per qualche incomprensibile crimine. E in ogni angolo, dal Rio della Plata alla Patagonia, i nostalgici possono ripetere una frase significativa. Non vinciamo niente dai tempi di Maradona… In effetti l’albiceleste ha cominciato il suo declino nelle grandi competizioni dopo l’addio forzato di Diego… Da quel momento nessuno è riuscito a colmare il vuoto lasciato dal Diez...

E se la chiave di volta fosse proprio affidare la panchina a lui?

Diego Maradona alla guida della nazionale argentina

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