Francesco Cavallini

Papà, papà, perchè in televisione c’è scritto Mechelen ma il signore dice Malines? Chi è quello biondo con la maglia nerazzurra? E soprattutto perchè fanno vedere l’Atalanta in TV di mercoledì? Non sono in Serie B?

Vaglielo a spiegare a quel bambino che quelli con la maglia giallorossa sono belgi e che quindi la squadra ha due nomi, uno in fiammingo e uno in vallone. Che quel biondo è Glenn Peter Strömberg, forse il giocatore più amato della storia dell’Atalanta. E soprattutto che sì, è vero, l’Atalanta è in Serie B.

Ci è finita dopo una stagione sfortunata, in cui però è arrivata in finale di Coppa Italia. Sì, l’ha persa contro il Napoli, ma Maradona e gli altri hanno anche vinto lo Scudetto. E a giocare la Coppa delle Coppe non ci pensano minimamente. E quindi nella seconda competizione continentale ci va la Dea. Dalla serie cadetta. Non è una novità, è successo tante volte. Quello che non è mai successo è vedere una squadra di Serie B in semifinale. 

Ci è arrivata soffrendo, già dal primo turno. I gallesi del Merthyr Tydfil non sono esattamente irresistibili, ma se tu ci metti del tuo e nella partita di andata ti fai due autoreti, beh, tutto diventa maledettamente più complicato. Ma parliamo di metà settembre, squadra nuova, allenatore nuovo, quell’Emiliano Mondonico che, seppure a fasi alterne, guiderà la Dea per quasi un decennio. Brutta figura in Coppa Italia, eliminazione nel girone eliminatorio. Quattro giornate per la prima vittoria in campionato. Ma tempo di crescere ce n’è. E infatti nel ritorno di Coppa Coppe due a zero ai gallesi e pass per il turno successivo.

 

Glenn Strömberg contro Michel Platini

Dove c’è l’Ofi Creta, altro avversario abbordabile. Sì ok, la Coppa delle Coppe non è il massimo della competitività, ma guai a sottovalutare chi hai di fronte. Si rischiano figuracce, tipo perdere 1-0 in terra greca. Ma anche in questo caso, la legge del Comunale non tradisce. Altro due a zero, altra qualificazione. Si va ai quarti. Come ai quarti? Con solo due turni? Già, funzionava così. Niente gironi, ripescaggi, migliori terze, nulla di tutto ciò. Trentadue partecipanti (chiaro, le federazioni all’epoca erano molte di meno), per un massimo di nove partite per arrivare alla finale di Strasburgo. Che è l’obiettivo dell’Atalanta.

Tra il dire e il fare c’è di mezzo il mare, anzi il Malines. Ma non prima di aver strapazzato lo Sporting Lisbona, questo sì avversario di livello. Stavolta la prima si gioca a Bergamo. C’è bisogno di dire quanto finisce? Ovviamente, due a zero. Il ritorno in Portogallo prende una brutta piega quando lo Sporting passa a metà ripresa, ma ci pensa Cantarutti a zittire l’Alvalade. L’Atalanta è la prima squadra di una serie minore a raggiungere una semifinale europea. Finora, resta anche l’ultima.

E così si arriva a quella famosa sera, quella di tutte quelle domande. Ma forse no, meglio cominciare da due settimane prima. È il sei aprile, sempre di mercoledì. Ma del resto a quei tempi si giocava SOLO il mercoledì, con tanti saluti agli spezzatini e ai diritti TV. A Mechelen, Malines o come diavolo preferiscano chiamarla, lo stadio è piccolo e la gente…mormora. Mormora perchè i padroni di casa sono passati in vantaggio dopo sette minuti, ma neanche sessanta secondi dopo c’è uno strano deja-vu.

Calcio di punizione e palla in rete. Stavolta però a esultare non è un giocatore belga. È quel biondo lì. Sì, quello che sembra un incrocio tra Borg e uno degli ABBA. Il gol di Strömberg è prezioso. E importa poco che il Malines (lo chiameremo così) porti a casa la vittoria, anche in questo caso con una rete sugli sviluppi di un calcio piazzato. Al ritorno sarà un’altra storia. C’è da far rispettare la legge del Comunale, che ormai fa paura anche agli avversari.

Stavolta sì, è quella sera, la sera più straordinaria della storia europea dell’Atalanta. Non è la prima e non sarà l’ultima notte di Coppa, ma è quella che, nel bene e nel male, resta nei cuori dei tifosi nerazzurri. Le emozioni sono infinite. Ad un certo punto Strömberg (sempre lui) si trasforma in Pruzzo e colpisce con la nuca verso la porta belga. Ma Preud’homme da Clark Kent diventa per un attimo Superman e, chissà come, si oppone. Ma c’è una giustizia calcistica, se è vero che sul corner l’arbitro, il russo Butenko, indica il dischetto per un plateale fallo di mano. Dagli undici metri va bomber Garlini. Preud’homme ci prova, ma il Comunale esplode di gioia. Uno a zero.

Quel che succede dopo è triste e malinconico, ma va comunque raccontato. Il gran tiro al volo di Rutjes è il segnale che qualcosa non va. La legge del Comunale fa acqua, il Malines ha pareggiato. Ma non tutto è perduto. Basta una rete, la classica seconda rete casalinga per arrivare ai supplementari. Il sogno non si è ancora spento. Ci si avvicina Cantarutti, l’eroe di Lisbona, con un colpo di testa. Vicino, ma non abbastanza.

E mentre l’Atalanta lotta, corre e sbuffa, i belgi attendono. Attendono finchè Emmers si inventa un tiro non irresistibile, che però trafigge Piotti. Il replay è devastante. Qualcuno scivola davanti al giallorosso, lasciandogli lo spazio per tirare. Indovinato. È quel biondo lì. Che avrebbe anche occasione di rifarsi, ma il 2-2 sarebbe solo un’inutile beffa.

Si spengono i riflettori, ma il Comunale non dimentica. E anche ora che si chiama Atleti Azzurri d’Italia, vuole prendersi una rivincita attesa da quasi trent’anni. Di fronte l’Everton, non proprio l’ultima arrivata. In campo il cuore nerazzurro. Il leader di oggi non è biondissimo e di sicuro non è alto come Strömberg. Ma cercherà di guidare la Dea verso altre grandi notti di Coppa. Proprio come hanno fatto quei ragazzi del 1988.