Redazione

L’Atletico Madrid di Simeone le prova tutte. Inizia con le buone, continua con le cattive, ma il risultato non cambia. A Cardiff ci va il Real di Zidane, nonostante una prestazione maiuscola dei Colchoneros, andati in vantaggio di due reti e poi riportati sulla terra da Isco. Il pubblico del Vicente Calderon ha continuato a sostenere i suoi eroi fino alla fine, anche sotto un improvviso acquazzone, ma la garra dei ragazzi del Cholo non è bastata. I padroni casa vincono, ma sono eliminati. Eppure per qualche minuto c’è stata l’impressione che l’Atletico potesse farcela. Merito di questa Champions, che ha offerto un paio di serate memorabili. Ma non facciamoci ingannare dalla folle remuntada del Barça contro il PSG o dal 3-1 del Monaco al Manchester City. Le partite di ritorno nelle coppe non sono sempre l’elogio del coraggio di chi deve superare se stesso e riprendere un avversario che sembra irrimediabilmente fuggito. Succede molto più spesso che un risultato perentorio in una partita di andata segni a tal punto la sfida che il ritorno diventa una formalità. E poi ci sono casi speciali. Storie di incontri tiratissimi, in cui il sogno della rimonta c’è, è palpabile, ma che alla fine lasciano solo l’amaro in bocca ai tifosi. Vittorie inutili, delusioni cocenti e tanti, troppi rimpianti. Rivedendone qualcuno, ci accorgeremo che c’è uno strano fil rouge che li lega…

5. Juventus – Borussia Mönchengladbach (1975-76)

Coppa dei Campioni. Quella vera, quella a cui partecipi solo ed esclusivamente vincendo il campionato. Quella senza gruppi, solo eliminazione diretta e sorteggio senza teste di serie. Può quindi accadere che agli ottavi di finale già si incontrino due delle favorite. È il caso di Juventus e Borussia Mönchengladbach, che nell’ottobre 1975 si sfidano al Rheinstadion di Düsseldorf perchè lo storico Bökelbergstadion è in ristrutturazione. Ventisei minuti e Jupp Heynckes si inventa un gol da antologia, anticipando di tacco al volo il suo marcatore e lasciando impietrito Zoff. Dieci minuti dopo raddoppia il futuro Pallone d’Oro Allan Simonsen e per la Juventus è buio pesto.

Ma due settimane dopo la musica cambia. I bianconeri di Parola entrano al Comunale con il sangue agli occhi, per una rimonta difficile ma non impossibile. Apre le danze Sergio Gori, detto Bobo, che dopo tre scudetti tra Inter e Cagliari tenta di fare la storia anche a Torino. Al sessantesimo il capolavoro sembra compiuto grazie al solito Roberto Bettega, Ma il Borussia è uno squadrone. I tedeschi non si scompongono, sanno che un solo gol può tranquillamente bastare. E infatti dieci minuti dopo Dietmar Danner, centrocampista con caschetto lungo e discutibili sopracciglia, gela i tifosi juventini. La Vecchia Signora continua ad attaccare, ma a due minuti dal termine il solito Simonsen sigilla ulteriormente il passaggio del turno, regalando alla Juventus la prima di una stagione piena di delusioni.

4. Roma – Slavia Praga (1995-96)

L’Olimpico di coppa spesso per la Roma ha l’odore dei sogni spezzati, della tragedia sportiva. Non serve scomodare il Liverpool o la sfortunata doppia finale con l’Inter, per dimostrarlo basta ricercare nella memoria il quarto di finale della Coppa Uefa 1995-96. Il sorteggio accoppia ai giallorossi lo Slavia Praga, all’apparenza squadra di onesti lavoratori del pallone, ma che in realtà schiera alcuni calciatori (Poborský o Šmicer) pronti ad esplodere quell’estate a Euro96. La partita di andata è il classico psicodramma giallorosso. Tra una colossale papera di Cervone e l’impossibilità di tenersi in piedi sul terreno ghiacciato, si torna a Roma con due reti sul groppone. Ma i ragazzi di Mazzone ci credono e l’Olimpico risponde presente. Davanti a 65000 spettatori i giallorossi giocano un match intenso e volitivo, con la consapevolezza di potercela fare.

Due terzi di partita senza reti dovrebbero scoraggiare tutti, ma il pubblico continua ad incitare la Roma che al quarto d’ora della ripresa passa con Checco Moriero. All’ottantatreesimo ci pensa il Principe Giannini a portare la squadra ai supplementari, deviando di testa alla Pruzzo un cross tagliato di Carboni. Lo stadio è incontenibile, diventa una bolgia e a cinque minuti dalla fine del primo overtime Moriero rischia di farlo venire giù, concludendo un contropiede innescato da un cioccolatino di un giovanissimo Francesco Totti. L’impresa sembra fatta, ma la Roma non ha considerato un piccolo particolare. È la Roma. E per la Roma la delusione è sempre dietro l’angolo.

Rilancio chilometrico del portiere ceco, la palla rimbalza sulla testa di un attaccante terminando sui piedi di Vavra. Il pubblico inciampa assieme ad Aldair che non riesce a intervenire, chiude gli occhi mentre la sfera appena calciata passa sotto le gambe di Lanna e piange di rabbia quando si insacca alla destra di Cervone. Basterebbe comunque un gol, ma ormai la Roma è sulle gambe. L’impresa è fallita. Sarà per la prossima volta. Come sempre, del resto.

3. Barcellona – Inter (2009-10)

Anche gli eroi delle remuntade piangono. Nella semifinale della Champions’ League 2009-10 si affrontano il Barça di Guardiola e l’Inter di Mourinho. Due notti di grande calcio con da una parte Messi e Ibrahimovic, dall’altra Eto’o e Milito. Nella partita di andata, giocata a San Siro, i nerazzurri vanno subito sotto, ma riescono a ribaltare il risultato con una prova maiuscola e mettono in cascina un ottimo 3-1 grazie a Sneijder, Maicon e al Principe. Ma Mou conosce bene l’ambiente blaugrana e mette in guardia i suoi. Al Camp Nou ci sarà da soffrire, perchè il Barcellona non muore mai. Nella presentazione del match di ritorno, tutti gli addetti ai lavori prevedono un assedio degli spagnoli ed una strenua difesa interista. Hanno totalmente ragione.

A rendere l’Inter ancora più chiusa del previsto ci pensa Goran Pandev, che da forfait pochi minuti prima del fischio di inizio. L’allenatore portoghese non si fida di inserire Balotelli tra gli undici titolari e opta per Christian Chivu, trasformando il suo classico 4-2-3-1 in un 5-3-2, che data la propensione al sacrificio di Eto’o è tranquillamente assimilabile ad un bel 5-4-1. Comprensibile quando in uno stadio pieno all’inverosimile e che ribolle di passione devi far fronte a Messi, Xavi, Iniesta, Ibra e compagnia cantante. Chi rischia di rovinare i piani di Mourinho è Thiago Motta, che già ammonito allarga troppo il braccio in un contrasto con Busquets. Il catalano crolla come colpito da un bazooka e il belga de Bleeckere manda l’italo-brasiliano sotto la doccia con più di un’ora di anticipo. È un duro colpo, ma il fortino regge.

Il gioco palla a terra del Barça è continuamente disturbato dal pressing nerazzurro e le incursioni degli attaccanti blaugrana vengono vanificate da Julio Cesar, Lucio e Samuel. La squadra di Mou gioca con i nervi degli avversari e comincia a perdere tempo e a interrompere il gioco di continuo. Guardiola e i suoi non riescono a venire a capo di una partita che per gli interisti sembra durare un secolo. Solo a cinque minuti dalla fine Pique, improvvisatosi attaccante nell’assalto dell’ultimo quarto d’ora, trova lo spiraglio giusto per battere il portiere della Selecao, ma il miracolo si ferma . A volare al Bernabeu a giocarsi la finale sono i nerazzurri.

Josè Mourinho festeggia la vittoria della Champions’ League 2009-10

2. Chelsea – Liverpool (2008-09)

Hiddink e Benitez, due nomi che non molto spesso vengono associati all’idea di bel calcio. Eppure il quarto di finale della Champions’ 2008-09 resta di certo uno degli scontri più epici degli ultimi anni. La poca propensione tattica delle squadre inglesi prende totalmente il comando dello scontro tra le due rappresentanti della Premier sin dal match di andata ad Anfield. Torres apre le marcature, ma l‘eroe della serata è un insospettabile Ivanovic, che trafigge Pepe Reina da calcio d’angolo una volta per tempo. Il Chelsea chiude i conti con il solito Drogba ed i tifosi dei Blues tornano dal Nord con la ragionevole certezza che la partita di ritorno a Stamford Bridge sarà quasi una formalità. Tre reti in trasferta dovrebbero mettere al sicuro da qualsiasi sorpresa. Ma il Liverpool non è assolutamente d’accordo.

La troppa sicurezza gioca subito un brutto scherzo alla squadra di Hiddink. Sul calcio di punizione dalla trequarti destra di Fabio Aurelio, Cech è leggermente fuori dai pali in attesa di un cross e quando il mancino brasiliano calcia in porta il portiere tenta goffamente di rientrare, ma senza successo. I Reds, privi di capitan Gerrard, cominciano a crederci e si gettano in avanti. Ivanovic non è in serata e i suoi se ne accorgono quando atterra Xabi Alonso in area di rigore, permettendo allo spagnolo di raddoppiare dagli undici metri. Sugli spalti il volto di Terry, squalificato, diventa una maschera. Hiddink corre ai ripari e dopo neanche mezz’ora inserisce Anelka per lo spaesato Kalou. Ma per sciogliere le paure dei padroni di casa serve Reina, che su un cross innocuo appena sporcato da Drogba riesce a gettare il pallone nella propria rete. Il portiere spagnolo viene trafitto di nuovo da Alex su calcio di punizione e da Lampard, che capitalizza un veloce contropiede. La partita sembra finita.

Sembra, perchè il Liverpool non ne vuole sapere di arrendersi. Nel giro di due minuti Lucas Leiva e Kuyt riportano avanti i Reds, a cui ora basterebbe solo una rete per passare il turno. Nelle battute finali le tentano tutte, ma si scoprono troppo e permettono a Lampard di realizzare la doppietta personale e di porre fine a questo monumentale match. Ah, ci sarebbe anche spazio per il 4-5, ma Essien decide che il tiro di N’Gog non deve proprio entrare in porta e gettandosi alla disperata respinge sulla linea. Probabilmente meglio così, dato che vincere una partita del genere e comunque non qualificarsi sarebbe stata per il Liverpool una beffa ancora più atroce.

1. Liverpool – Borussia Mönchengladbach (1972-73)

Già, di nuovo loro, due squadre che con le rimonte hanno sempre parecchio a che fare. Ma qui parliamo di due match davvero leggendari, una finale di Coppa UEFA che sembra non voler finire mai e che rimane negli annali. Al doppio confronto arrivano il Liverpool di Bill Shankly e Kevin Keegan e il Borussia di Netzer e Heynckes, due future grandi potenze del calcio europeo che si stanno affacciando alla ribalta continentale. Il 1973 passa alla storia in Inghilterra come l’anno della crisi petrolifera, dell’entrata nella allora Comunità Economica Europea e del maltempo. Acquazzoni fortissimi flagellano il Regno Unito e Liverpool non fa eccezione, al punto che il 9 maggio la partita di andata viene definitivamente sospesa al minuto ventisette a causa delle pioggia torrenziale.

Il giorno dopo si ricomincia dal primo giro di lancette, ma la mezz’ora scarsa di gioco ha già dato a Shankly le indicazioni di cui aveva bisogno. Netzer è un calciatore fenomenale, ma non eccelle nel gioco aereo. Per questo motivo l’allenatore dei Reds decide di schierare John Toshack e di sfruttarne il fisico dominante per giocare a palla alta su un campo ancora ai limiti della praticabilità. La partita gli dà ragione, perchè Tosh offre due assist perfetti a Kevin Keegan che, nonostante abbia difficoltà nel controllare la sfera, realizza una doppietta, sbagliando anche un calcio di rigore tra le due reti. La terza marcatura del Liverpool è sempre merito di Toshack, talmente controllato a vista su un corner che i difensori lasciano Larry Lloyd completamente solo, permettendogli di colpire indisturbato. Heynckes potrebbe limitare il passivo dal dischetto, ma si fa ipnotizzare da Clemence. Il match termina tre a zero.

Tutto finito? Macchè. Due settimane dopo, trentaquattromila tifosi attendono fiduciosi sugli spalti del Bökelbergstadion di Mönchengladbach. Attendono perchè l’arbitro, il sovietico Kazakov, sta valutando se far iniziare il match. Perchè neanche a dirlo, anche in Germania piove a dirotto. Alla fine si comincia, nonostante il campo somigli più ad una pista di pattinaggio che a un manto erboso. Tocca al Borussia attaccare e Netzer stavolta è schierato a centrocampo, dato che difendere non è assolutamente un’opzione per i tedeschi. Stavolta a subire le pessime condizioni del terreno sono gli inglesi, costretti ad arroccarsi nei loro trenta metri per far fronte all’assedio neroverde. Al ventinovesimo Heynckes si fa perdonare per il rigore sbagliato all’andata e capitalizza un assist di Rupp, lanciato in area da uno scellerato retropassaggio della difesa del Liverpool.

Dieci minuti più tardi Berti Vogts lancia lungo dalla metà campo. Un pallone fortissimo, incontrollabile per chiunque, ma non per un Rupp in serata di grazia. Il numero dieci danza nei sedici metri avversari, con i difensori preoccupatissimi di non fare fallo sul tedesco scivolando sul terreno bagnato. Ad approfittarne è il solito Heynckes, che si avvicina al compagno, si fa offrire la sfera e realizza il 2-0 con un piazzato a rientrare sul palo lontano. Nel secondo tempo il Borussia continua a bombardare la porta di Clemence. Heynckes va più volte vicino allo storico tris, in particolare con un colpo di testa che termina di poco a lato. Il Liverpool soffre, perde tempo, disturba gli avversari al limite dell’antisportività, ma alla fine porta a casa il trofeo. La festa del settore dei Reds contrasta con i fischi del Bökelbergstadion, deluso da un’impresa che per 45 minuti sembrava vicina ma che non si è concretizzata.