Paolo Valenti

L’attentato a Manchester al concerto di Ariana Grande è l’ultimo di una serie che ha preso di mira eventi di intrattenimento durante i quali numerosi cittadini si sono radunati alla ricerca di esperienze di svago e di condivisione tipiche della cultura occidentale e per questo oggetto degli atti di terrorismo di matrice islamica. Diversi, ormai, gli esempi, che si aggiungono agli obiettivi “classici”, costituiti da aeroporti e stazioni metro: da Boston (maratona 2013) a quello di pochi giorni fa in Inghilterra passando per Parigi (Bataclan e Stade de France, novembre 2015). Nelle valutazioni suicide degli attentatori, una strage ad un concerto o a un evento sportivo ha un doppio valore: la massimizzazione del risultato, che amplifica l’eco dell’operazione, e il valore simbolico del gesto, che va a colpire delle attività che caratterizzano maggiormente il modo di vivere occidentale. Musica e sport, il calcio in particolare, sono attività bandite nei territori sotto il controllo del Califfato islamico proprio perché individuate come estremamente rappresentative di un modello di vita osteggiato e combattuto, almeno in apparenza.

Strategia del terrore

Alla luce di quanto accaduto, sorgono spontanee due considerazioni: una legata alla sicurezza e una al valore che lo sport, in particolare il calcio, può rappresentare nei contesti attuali. Partiamo dalla prima, considerando quanto, negli ultimi tempi, le stringenti misure di sicurezza adottate in alcuni stadi italiani abbiano fatto storcere il naso a tifosi infastiditi dalla necessità di sottoporsi a controlli e divieti che spesso generano file agli ingressi e difficoltà logistiche a raggiungerli. Tali misure, nate per il monitoraggio e la prevenzione delle azioni legate al tifo violento, hanno la duplice valenza di funzionare da deterrente anche nei confronti di eventuali terroristi che, come dimostrato dal fallito attentato allo Stade de France del 2015 durante il match tra Francia e Germania, possono vedere negli stadi riempiti in occasione delle partite di calcio un territorio ideale per i loro scopi.

Ma il calcio può diventare oggetto di eventuali attentati anche per i fini sociali a cui assolve: capacità di aggregazione, senso di appartenenza e modalità di condivisione di emozioni ne fanno un obiettivo particolarmente sensibile in quanto, proprio per questi motivi, capace di aumentare la potenza dell’impatto emotivo che un qualsiasi atto terroristico è in grado di determinare. Caratteristiche che, di converso, ne determinano anche le qualità lenitive del dolore condiviso che una collettività sperimenta dopo accadimenti come quelli di Manchester. Stasera, nella finale di Stoccolma, la squadra di Mourinho porterà con sé il dolore di una città con la consapevolezza di poterlo esorcizzare. Magari solo per qualche ora. Ma a Manchester, in caso di vittoria, una comunità potrà ritrovarsi per strada ad asciugare le lacrime di questi giorni con un panno tessuto da migliaia di sorrisi.