Francesco Paolo Traisci

Ogni tanto se ne riparla: riusciremo a vedere nel nostro campionato realtà come il Real Madrid o il Barcellona, società calcistiche con migliaia di soci, in grado di effettuare grandi investimenti per vedere giocare con i propri colori i migliori assi, perché ciascuno contribuisce a pagarli con la propria parte associativa? Questo, nell’immaginario collettivo, consentirebbe di superare i due grandi limiti del nostro calcio attuale: l’assenza di liquidità e di patron che abbiano un patrimonio tale da potersi permettere una squadra di calcio all’altezza dei sogni dei tifosi da un lato, e, dall’altro, la sindrome da imprigionamento (celebre lo slogan “Lotito, libera la Lazio!”) che molte tifoserie sentono nei confronti di presidenti, padroni e dispotici, che sembrano più interessati a potersi pavoneggiare con gli amici, che non a fare contenti i tifosi, investendo sui loro sogni.

“Il calcio torni ai tifosi, quelli buoni!”. Questa è l’idea che ogni tanto illumina i nostri politici interessati ad affrontare una importante questione sociale ma anche desiderosi di consensi e (sicuramente in buona fede) di trovare una soluzione alle disavventure della propria squadra del cuore. In Italia funzionerebbe?  Vediamo innanzitutto come funziona adesso. La struttura delle società professionistiche è regolata dalla famosa legge 91 del 1981 (quella, per intenderci,che ha riconosciuto e disciplinato il professionismo sportivo in Italia). L’art. 10 prevede che “possono stipulare contratti con atleti professionisti solo società sportive costituite nella forma di società per azioni o di società a responsabilità limitata”. Quindi non ci sono forme particolari per le società calcistiche, ma semplicemente un richiamo ai modelli previsti e disciplinati dal nostro codice civile agli artt. 2325 e ss. (S.p.A.) e 2642 e ss. (S.r.l.). Poche sono le regole specifiche per le società sportive (che, peraltro, grazie ad una modifica della legge 91, ora possono, come tutte le società, perseguire uno scopo di lucro).

L'esterno del Santiago Bernabeu.

L’esterno del Santiago Bernabeu.

I club italiani quotati in Borsa: scelta lungimirante?

In generale poi, come tutte le società, anche quelle calcistiche debbono essere gestite secondo i principi di democrazia propri del nostro sistema. Tutti i soci debbono poter esprimere il loro voto in assemblea e la maggioranza vince. Ma se i soci sono solo il “patron” ed i suoi familiari o amici, quale spazio rimane per la gestione dei tifosi e per i loro sogni? Ed allora qualche anno fa si è già tentato di distribuire le azioni anche ai tifosi, consentendo alle società calcistiche di quotarsi in borsa con il reperimento dei capitali sul libero mercato degli investitori. Il tentativo, però, non ha portato grandi frutti. Solo poche società hanno compiuto il grande passo. Inizialmente furono le inglesi (primo in assoluto il Tottenham, nel lontano 1987, seguito da altre inglesi, poi furono le tedesche, qualche blasonata squadra turca e altre di varie nazioni). Da noi solo la Lazio di Cragnotti, che nel 1997 reperì sul mercato 120 miliardi (di vecchie lire), poi nel 2000 la Roma di Sensi ed infine la Juve. Ma solo una parte dei soldi reperiti sul mercato è finita nelle casse delle rispettive società: la gran parte infatti è finita nelle tasche dei vecchi soci che hanno venduto ai risparmiatori tifosi una parte delle loro quote. Dei 120 miliardi per le azioni della Lazio, solo la metà entrò nelle casse della società (mentre l’altra metà fu destinata alla Cirio, all’epoca proprietaria della squadra). In modo simile furono ripartiti i circa 150 milioni reperiti per la quotazione della Juve, mentre assai peggio andò alla Roma, relativamente alla quale, dei 71,5 milioni reperiti sul mercato, solo 16, 5 furono destinati a ripianare i debiti del club. Peraltro a fronte alla vendita di una parte delle azioni, i vecchi presidenti non hanno mai ceduto la guida dei loro club. Si è infatti sempre trattato di cessione di quote minoritarie (o comunque non sufficienti per far entrare i tifosi nella gestione), che hanno lasciato ai soci di riferimento la assoluta libertà di gestire la società come meglio hanno creduto. Una sorta di padroni con i soldi altrui! E’ vero che per le società quotate è previsto la vigilanza della CONSOB sulle variazioni delle partecipazione azionaria e su altre vicende rilevanti per l’andamento societario, come anche la necessità che i passaggi di quote sopra una determinata soglia siano seguiti o preceduti dalla famosa OPA. Ma tutto questo non si è quasi mai rivelato un ostacolo per i padroni delle società quotate.

Franco Sensi e Sergio Cragnotti.

Franco Sensi e Sergio Cragnotti.

A tutto ciò è poi necessario aggiungere che raramente il calcio si è rivelato un buon investimento. Spesso le azioni acquistate con i risparmi di una vita sono poi state rivendute per pochi spicci. Questo per vari motivi, il più evidente dei quali è che un gol segnato o mancato possono fare la differenza fra una stagione di successo ed una fallimentare, fra uno scudetto ed una retrocessione. Il tutto con conseguenze economiche che tutti possono ben immaginare. Risultato: il fallimento del modello società quotata nel nostro campionato (ma anche negli altri le fortune sono assai alterne, tanto che più della metà dei club inglesi che nei primi anni 2000 si erano quotati in borsa hanno optato per il “delisting”, scegliendo di uscirne, con il ritiro delle azioni sul mercato e la loro concentrazione in capo a pochi soci). E allora? Ricominciamo da capo… In realtà, infatti, il rifermento al Real Madrid (o al Barcellona) non ha nulla a che fare con quanto spiegato sino ad ora. Il Real non è una società quotata in borsa. E’ una associazione sportiva senza scopo di lucro con 93.267 soci (dati del 2013), che per far parte del sodalizio versano una quota associativa annuale di 150 euro. Ogni 4 anni eleggono il Presidente ed i Consiglieri che amministrano il club. In altre parole, una sorta di “mega circolo sportivo” in cui i soci, anziché giocare a tennis, a calcetto o a golf nei fine settimana, vanno allo stadio a veder giocare campioni del calibro di Cristiano Ronaldo o di Gareth Bale, ma anche di Reyes, Maciulis o Rudi (perché il Real è una polisportiva, le cui sezioni principali sono appunto il calcio ed il basket). Dello stesso tipo Barcellona (che di soci ne ha più di 220.000), Osasuna e Athletic Bilbao.

ALCUNI ESEMPI DI AZIONARIATO POPOLARE ITALIANO
In verità qualche iniziativa seppur isolata c’è o c’è stata. Il modello è nato dal sito MyFootballClub, che qualche anno fa ha chiesto ai propri soci di votare se acquistare una partecipazione rilevante nell’Ebbsfleet United Football Club (squadra della Southern Division inglese, corrispondente ad un campionato regionale di 6° Serie, ossia la Promozione). Aderendo all’iniziativa circa 25.000 soci del sito così hanno versato una quota di 35£ a testa ed ora sono comproprietari del club, le cui scelte più importanti (trasferimenti, spese, trasferte ecc.) vengono pianificate mediante sondaggi telematici (una sorta di M5Stelle calcistico, per intenderci). Anche in Italia abbiamo visto nascere il progetto A.S. Squadra Mia, che ha acquistato con simili modalità il 10% dell’ASD Sant’Arcangelo (squadra attualmente militante in Lega Pro). Il progetto ha però avuto vita breve e nel 2012 la A.S. Squadra Mia è uscita dall’azionariato della società romagnola. Esiste poi qualche associazione di tifosi che possiede una parte del capitale sociale del proprio club. Ad esempio, Orgoglio Amaranto, nata da un gruppo di tifosi dell’Arezzo, titolare del 2% dell’U.S. Arezzo, ma soprattutto MyRoma, associazione che secondo il proprio Statuto “ha lo scopo di creare una rappresentanza responsabile e democratica di appassionati della squadra della Roma calcio che intende collaborare con la AS Roma S.p.A. (di seguito anche il “Club”), favorendone, anche attraverso la partecipazione al capitale sociale, la crescita sportiva e, contestualmente, operando quale entità esponenziale degli interessi dei suoi appassionati e degli Associati”. In realtà siamo ben lontani dall’azionariato diffuso, perché la quota in mano ai tifosi è sempre marginale, soprattutto per la diffidenza nei confronti dei padroni dei club, ma anche nei confronti di chi crea e gestisce queste iniziative. Per una vera svolta sarebbe necessario tuttavia l’intervento del legislatore che potrebbe ispirarsi (più che dalla situazione spagnola, difficilmente riproducibile da noi) dalla realtà tedesca. In Germania, il legislatore federale è intervenuto già nel lontano 1999 stabilendo un tetto alle quote di partecipazione azionaria all’interno dei club calcistici: nessuno di questi può avere un socio che abbia più del 50% del capitale sociale. Risultato: tutti i club (salvo il Bayer Leverkusen, interamente posseduto dalla Bayer, che però, a sua volta, è una società), hanno una parte di azioni distribuita ai tifosi. Tipico esempio è il Bayern Monaco che è dell’Audi, dell’Adidas e dell’Allianz, per il 9% ciascuna, e per il restante 73 % dei tifosi. Da noi è possibile? Chi lo sa, per ora sembra un sogno. Ma a volte i sogni diventano realtà.

L'Allianz Arena, stadio del Bayern Monaco.

L’Allianz Arena, stadio del Bayern Monaco.