Francesco Cavallini

Sventolano le bandiere blaugrana al Camp Nou, con lo stadio intero che tributa un’ovazione infinita ai propri eroi. No, al Barça non è riuscito il miracolo, la seconda remuntada consecutiva non è neppure iniziata. Eppure i circa centomila spettatori (mettiamoci anche gli juventini, che cantano di loro per ben altri motivi) non smettono di osannare l’undici catalano. Segno d’amore, certo, della passione che contraddistingue una tifoseria che è espressione di un popolo. Ma l’atmosfera è diversa. Il ringraziamento è troppo continuo, troppo accorato. In quegli applausi, nei cori, nelle lacrime di chi è sugli spalti scorrono un’infinità di volti, non solo quelli della stagione in corso. C’è Puyol, il capitano di mille battaglie. Xavi, il direttore perfetto per l’orchestra migliore. Ronaldinho, lo splendido solista. E poi Eto’o, Victor Valdes, Pedro e tanti altri. Nessuno di questi è in campo, ma nelle migliaia di voci risuonano i loro nomi.

Le sciarpe roteano nella serata catalana per Luis. Ma anche per Frank, per Pep, per Tito, il povero sfortunatissimo Tito. Forse un po’ meno per El Tata, ma in ogni famiglia non può mancare la pecora nera. E mentre l’arbitro manda tutti a casa e Neymar scoppia in un pianto disperato, l’amore dei centomila arriva a chi è ancora su quel fazzoletto verde. Al talento brasiliano, al figliol prodigo Pique, a Busquets, che grazie a papà Carles della cantera è figlio di nome e di fatto. A Messi, arrivato ancora ragazzino e che assieme a questa squadra è cresciuto a dismisura, fino a diventare il miglior giocatore del mondo. E soprattuto a Don Andrés Iniesta, che da buon capitano ha tenuto alto il vessillo in ogni istante, nei giorni di sole ed in quelli di tempesta. Ed è proprio lui, con l’ultimo, disperato e inutile lancio, figlio di un orgoglio infinito ma giustificato, ad accompagnare gli spettatori all’epilogo. Il sipario si chiude. Il Barça, questo Barça, finisce qui.

zico torna udine notizie curiose

Ronaldinho, uno dei grandi talenti del ciclo blaugrana (ph. tratta dal profilo Fb ufficiale del Barcellona).

La fine di un ciclo è un qualcosa di fisiologico, di inevitabile. Il tempo passa, il calcio si evolve, persino le favole più belle arrivano alla fine. Si tornerà a vincere a Barcellona, probabilmente già a fine maggio, prima ancora che i tifosi blaugrana abbiano il tempo di realizzare che il sogno che sembrava infinito si è bruscamente interrotto. Ma sarà un altro Barça. Figlio di quello di questi dodici lunghi anni, diretto erede della squadra che più al mondo ha saputo rappresentare questo magnifico sport. Ma non lo stesso. Non sono bastati acquisti milionari, la conferma dei pilastri del club e l’arrivo di forze fresche dalle squadre giovanili. Perchè André Gomes, con tutto il rispetto per il giovane portoghese, non è MascheranoRakitić non è più la forza della natura di un paio di stagioni fa e Sergi Roberto, nonostante l’innegabile spirito di abnegazione, non potrà mai essere Puyol.

A molti la caduta degli dei fa male, altri sono pronti a cantare un hallelujah, ma negare l’impatto della squadra catalana nell’ultimo decennio significa foderarsi volontariamente gli occhi con fette molto spesse di jamón serrano. Lo stile di gioco blaugrana ha vantato numerosi tentativi di imitazione, che nelle immortali parole di Charles Colton è la più sincera delle adulazioni. Tentativi tutti più o meno falliti, perchè esportare il modello Barça non significa solamente giocare con una difesa altissima e stordire gli avversari con un paziente e letale tikitaka. Se ne è accorto anche Pep Guardiola, che di questa squadra è assieme padre e figlio, quando ha tentato di spiegare prima ai crucchi e poi agli inglesi il senso di un’azione ragionata ed un po’ meno caotica. L’ha capito Luis Enrique, accolto a Roma da fenomeno, scacciato dall’ambiente come l’ultimo degli allenatori di provincia e tornato a casa sua per vincere tutto. E probabilmente l’ha vissuto sulla sua pelle anche Gerardo Martino, che pensava di poter arrivare nel Tempio e cambiare radicalmente le liturgie dal giorno alla notte.

Guardiola, Mourinho e Ibrahimovic durante Barcellona-Inter

Guardiola, Mourinho e Ibrahimovic durante Barcellona-Inter

Il Barça ha dominato perchè in squadra ha avuto dei fenomeni. Vero, ma fino ad un certo punto. Alla Ciutat Esportiva i talenti si coltivano, sia che arrivino alla Masia quando ancora non hanno finito le scuole elementari, sia che abbiano già sulle spalle una carriera affermata. Chi mette piede al Camp Nou pensando di sapere già tutto, a Barcellona ha vita breve. Chiedere a Ibra, che sulle Ramblas ha resistito una sola stagione. In Catalogna si impara. Ma soprattutto si insegna. Si insegna al mondo che due piccoletti che a malapena raggiungono il metro e settanta possono essere la miglior coppia di centrocampo degli ultimi vent’anni. Si dimostra che portare a casa trofei giocando un calcio offensivo e spettacolare non è un’utopia. Si spiega alle Furie Rosse come trasformare una generazione di splendidi calciatori in una potenza calcistica in grado di vincere una Coppa del Mondo e due Campionati Europei. Si racconta una storia che sì, è fatta di grandi campioni, ma in cui le straripanti individualità dei Messi, dei Ronaldinho e dei Neymar sono al servizio degli altri dieci. Una leggenda talmente egalitaria che le reti che valgono le quattro Champions più recenti le segnano i Suarez o gli Eto’o, ma anche i Belletti.

I giocatori di livello mondiale prodotti dalla cantera del Barcellona

E allora a ben vedere gli dei non cadono, anche quando sono in evidente difficoltà e devono arrendersi a nemici vecchi e nuovi, che a forza di usare la sciabola hanno finalmente la meglio su chi del tiro col fioretto ha fatto il suo credo. Piuttosto, queste stanche divinità si avviano verso un inesorabile crepuscolo. Sarà breve come quello post-Crujiff, i dodici anni (toh, la casualità) che vanno dalla sciagurata finale di Atene contro il Milan al trionfo di Parigi firmato Rijkaard? O sembrerà infinito, come il lungo tormento del Nottingham Forest, per un paio d’anni padrone del mondo e poi relegato a semplice comparsa nei racconti altrui? Solo il tempo potrà dare risposta a questo interrogativo. E di certo alcuni degli eroi non si daranno per vinti e cercheranno l’ultimo colpo di coda, la degna fine di questa storia, che per onorare a pieno tutti i suoi splendidi attori dovrebbe terminare tra applausi scroscianti e non tra le lacrime amare di una sera di aprile.

Il Barcellona vince la Liga a +1 dal Real Madrid

Il Barcellona vince la Liga 2015-16

Ed eccolo allora il colpo di genio del cuore catalano, che in una notte in cui non ci sarebbe nulla da celebrare, in cui il tridente che fa tremare il mondo sporca a malapena i guanti del portiere avversario, accompagna gli ultimi stanchi passi dei suoi eroi, storditi da un torello vagamente irrispettoso, con un’ovazione ininterrotta. Il tifoso, che per vocazione fa l’allenatore, ma per definizione è filosofo, sa di non sapere. E nella consapevolezza che magari il sogno è finito davvero, che l’ultimo glorioso canto del cigno potrebbe non arrivare mai, applaude convinto. Mostra fiero il vessillo fino alla fine, nella speranza che il Barça, un nuovo Barça, possa raccogliere il testimone di questa fantastica squadra e prendere ispirazione per nuovi e più grandi trionfi. I riflettori si spengono, gli spogliatoi della squadra casa non risuonano della solita allegria e gli ultimi seggiolini lentamente si svuotano. Ma nella fioca luce della notte catalana, rimane visibile agli occhi una scritta gialla, impressa a fuoco nella tribuna del Camp Nou e nel cuore di ogni blaugrana. Més que un Club. Non è un motto. È un dato di fatto.

Il Re è morto. E allora, per una volta, viva il Re. Persino nel cuore della repubblicana Catalogna.