Francesco Cavallini

Ci hanno provato in Baviera, bisogna dargliene atto. Hanno tentato di cambiare, di evolversi, di assecondare quelli che sono i trend (e che molti definiscono “le mode”) di questo calcio moderno. Tiki-taka? Perchè no? Acquisti faraonici? Si può fare. Allenatori stranieri? Ci sono già stati, non è un sacrilegio. Peccato che poi, escluso il dominio in ambito nazionale che è difficile da infrangere, anche decidendo di sabotarsi da soli, il Bayern Monaco non si sia certo distinto in Europa. Dove spesso a fare la differenza prima erano l’impegno, la fisicità, l’organizzazione. Tutte doti molto bavaresi, ma che con i profeti venuti dall’estero si erano (almeno secondo la tifoseria e la dirigenza) perse. E che si sono viste per l’ultima volta, guarda un po’, l’anno del Triplete, con in panchina il teutonico Heynckes. E quindi via Guardiola e poi anche Ancelotti, per fare spazio sulla panchina al figliol (anzi al nonno, 72 anni) prodigo.

Guardiola, il tiki-taka non fa per i tedeschi

Il Maestro venuto dalla Catalogna ha portato con sè molti spagnoli, forse troppi per non minare l’identità tedesca del Bayern. E il suo tiki-taka non era esattamente quello visto a Barcellona, figlio di più di qualche equivoco tattico e di una mancata capacità di adattamento al calcio tedesco. In Bundesliga i problemi non si sono palesati, anche a causa dell’evidente divario tecnico tra i bavaresi e la maggior parte delle altre squadre del campionato. In Champions però il gioco di Guardiola non ha ottenuto i risultati sperati e dopo tre Meisterschale le strade del tecnico e del Bayern si sono divise.

Ancelotti tradito dai senatori

Al suo posto è arrivato Carlo Ancelotti, partendo dalla convinzione comune che con una rosa del genere sarebbe bastato qualcuno con abbastanza carisma e con la capacità di gestire un gruppo per ottenere la vittoria continentale, che ormai è l’unico vero obiettivo della dirigenza e dei tifosi. Tutto giusto, ma alla prova del nove stavolta Carletto ha fallito. Non è riuscito a gestire, la sua specialità, la fase discendente della carriera di due delle stelle del Triplete di Heynckes, Franck Ribery e Arjen Robben. Non è stato in grado di farsi apprezzare dagli altri senatori, a partire da Muller, e si è affidato troppo a uomini di sua fiducia piuttosto che alla vecchia guardia. E alle prime avvisaglie di crisi, è stato messo da parte.

Quello di Heynckes è un ritorno a termine

E quindi torna il buon vecchio Jupp, così apprezzato da squadra e tifoseria che persino la moglie di Ribery ha esultato attraverso i social network all’annuncio dell’ingaggio (fino alla fine della stagione) dell’allenatore tedesco. Ma non è una situazione destinata a durare. Heynckes ha una certa età ed ha accettato di guidare la squadra solo a causa del momento di necessità del “suo” Bayern. Ma non rinnoverà (a meno di un clamoroso Triplete numero 2) e quindi il Bayern si ritroverà con lo stesso problema degli scorsi anni. Affidarsi a un tedesco, magari il giovane Nagelsmann, o tentare un altro tecnico della nuova era (come Luis Enrique)? Tradizione o modernità? Il dubbio amletico del Bayern Monaco. Che sbanda dall’una all’altra parte e rischia di perdere la sua identità.