Francesco Cavallini

Se non avessi fatto il calciatore? Mi sarebbe piaciuto essere la moglie di un calciatore. Testo e musica di German Burgos, per tutti El Mono, la scimmia. Musica, sì, perchè tra i tanti hobby dell’argentino c’è anche il rock and roll, con il suo gruppo, i Burgos Simpatía. Ma sulla dicotomia tra nome della band e personaggio Mono ci arriviamo dopo. Torniamo alla carriera in campo. Ruolo? Portiere, c’è anche da chiederlo? Un tale concentrato di follia e talento non può mica giocare altrove. Come Chilavert, che nella sua rete forse più famosa lo uccella da almeno sessanta metri. Sì, lo so, mi ha praticamente segnato dal Paraguay. Eppure c’è da esser certi che sotto sotto ci sia della stima in questo sconsolato lamento.

Quindici anni tra i pali, prima con il Ferro Carril Oeste, poi al River. Trasferimento in Europa al Maiorca e, finalmente, la terra promessa. Madrid, chiaramente sponda Atletico, perchè un tipo così alla Ciudad Deportiva non lo fanno entrare neanche se paga. Comunione totale con il popolo dei Colchoneros, con il corpo e con lo spirito. Arriva che i biancorossi sono una nobile decaduta del calcio spagnolo, in Segunda da ben due stagioni. Ma con il Mono tutto cambia. Campionato stravinto, ritorno trionfale nel Fútbol dei grandi e campagna abbonamenti in grande stile. Simbolo? Lui, brutto e sporco che sbuca dalle fogne della Capitale. Più che una pubblicità, un manifesto.

Appende i guantoni al chiodo nel 2004, ma fa in tempo a guarire da un cancro al rene e a incontrare la persona che gli cambierà la vita. Che, sia ben chiaro, non è sua moglie e neanche sua figlia. Anzi, la bimba una volta si è anche beccata un rimbrotto in diretta TV per aver insinuato che suo papà potesse essere un tifoso del Boca. Non fatelo arrabbiare il Mono, non conviene. Quando gli vengono i cinque minuti, parole sue, non riconosce neanche sua madre. E c’è da credergli sulla parola. Comunque, dicevamo, incontra qualcuno. Che è simile a lui, un indomabile spirito guerriero. Che sulla garra ci ha costruito una carriera, ricevendo applausi da ogni tifoseria amica e insulti dal resto del mondo.

Diego Pablo Simeone è argentino, fumantino e cuore Atletico. Innegabile, i due formano una bella coppia, in campo e in panchina. Lo si scopre a Catania, ma l’amore vero è a Madrid. Brian Clough amava dire che lui era la vetrina, ma la merce nel negozio ce la metteva il suo secondo, Peter Taylor. E le grandi coppie, di solito, vanno per opposti. Non in questo caso. Uguali, identici. Anzi, lui è peggio di me, citando Pozzetto e Celentano. Simeone dirige l’orchestra, guida il sentimento del pubblico. Mono urla, strilla e strepita. I destinatari della sua ira? I suoi giocatori, gli avversari, persino gli arbitri. Fare il quarto uomo in una partita dell’Atletico è forse il mestiere più pericoloso di Spagna. Burgos incute rispetto e timore. Del resto basta guardarlo, grande e grosso com’è, per capire che non è una grande idea discuterci.

Ci prova Mourinho in una serata passata alla storia. Prima delle finali di Champions, prima della Liga vinta, neanche un anno dopo essersi seduto sulla panchina biancorossa Simeone sbanca il Bernabeu con un roboante 1-4 e diventa il nemico pubblico numero uno della Casa Blanca. Sulla panchina del Real c’è Special One e, naturalmente, il sentimento di rivalsa monta forte. Al punto che prevedibilmente nello scontro successivo scoppia un parapiglia. Mourinho, che contro il Barça ha preso di petto il povero Tito Vilanova, parte a mille con le sue invettive verso la panchina dell’Atletico. Errore. Grosso errore. Yo no soy Tito, yo te arranco la cabeza! (Io non sono Tito, io la testa te la stacco). Vittoria del Mono, KO tecnico alla prima ripresa.

Ma al di là del personaggio Mono, c’è molto di più in German Burgos. Nel duo Colchonero che ricorda Bud Spencer e Terence Hill, il tocco del vice di Simeone non si limita al folklore e alla coreografia. Ci sono le scelte, la capacità di parlare con i calciatori e comprenderne i momenti, di capire la partita, di azzeccare le contromosse da suggerire al Grande Capo. Che è emotivo e a volte perde la bussola, con la certezza di avere accanto a sè un’ancora di salvezza importante. Un gigante buono a cui aggrapparsi. Ma anche un fine stratega, un tecnico di cui spesso non viene riconosciuta l’importanza nei vari panegirici del miracolo Atletico Madrid. Dietro ogni grande uomo, di solito, c’è una grande donna. Nel caso di Simeone, c’è il Mono Burgos. E non c’è da sorprendersi che il Cholo si senta al sicuro. In tutti i sensi.