Redazione

Due giorni al Teatro Goya di Madrid per il World Football Summit 2017, la convention internazionale dell’industria del calcio. L’evento, giunto alla seconda edizione è caratterizzato da più di 2.200 partecipanti provenienti da 70 paesi diversi, oltre 60 relatori di alto livello con interventi sui temi di attualità nell’industria del calcio. E ne scaturiscono osservazioni parecchio interessanti sul nuovo prodotto che tutto sembra, tranne che pallone.

Un evento sostenuto dalla Liga

Il World Football Summit ha il sostegno della Federcalcio spagnola ed ha come obiettivo la diffusione del calcio spagnolo all’estero. Non a caso si trattano argomenti legati alla diffusione del brand e al calcio 3.0: i diritti televisivi, il fan engagement, l’innovazione e le nuove tecnologie nel calcio. Certo, prevedere il futuro non è facile, specialmente in un mondo dominato dai social network e in perenne cambiamento. É altrettanto innegabile, però, che una profonda riflessione sul calcio, inteso come business globale sia ormai inderogabile. Basti pensare che in Spagna il calcio non è uno sport, né puro e semplice intrattenimento. In Spagna il pallone che rotola fa girare l’economia: rappresenta quasi l’1% del PIL.

La ricchezza? I proventi dei diritti televisivi

La Spagna non ha più un regime fiscale che agevola i grandi campioni. Le spese dei cartellini, oltre che sostenute dagli sponsor, incidono sui conti delle società per il 47%. Sino al 2010 era ferma al 43%, un regime estremamente favorevole se paragonato all’aliquota del 50% della Premier League. Resta necessario attrarre grandi campioni, perché l’obiettivo più realistico è raggiungere la quota di 2000 milioni di euro per la cessione dei diritti di trasmissione del campionato Spagnolo. Quanto basta per tenersi stretto il Barcellona. Una “Liga” priva del “clasico” perde quasi la metà del valore intrinseco. Un lusso che la Federcalcio non può permettersi.

Gli altri introiti? La fidelizzazione del tifoso/spettatore

Cambia il calcio, cambiano ovviamente anche i fruitori. I nuovi “clienti” non sono più i tifosi da “curva” quelli che seguirebbero la squadra ovunque. Piuttosto il nuovo “prodotto” è considerato sopratutto per famiglie. Il perchè? Molto semplice. Ogni “nucleo” garantisce almeno 3 biglietti. E le famiglie raggiungono più volentieri un impianto frequentato da “spettatori” piuttosto che da “tifosi”. Due termini solo in apparenza simili. Fra uno spettatore, l’appassionato di calcio che segue la partita, vuole viverne l’esperienza quasi da “turista” (quindi, mangiare allo stadio, acquistare dei gadget, avere un trattamento da VIP) e un tifoso, che non ha alcun interesse oltre a seguire la squadra, c’è tutta la differenza del mondo. Ecco perché si viaggia verso stadi piccoli, senza pista d’atletica, con posti a sedere e ottima visibilità da tutti i settori, con prezzi anche piuttosto alti per garantire “selezione” o scrematura. Il Calcio sport a fruizione popolare per eccellenza, sarà trasformato in un circo mediatico e riservato alla medio-alta borghesia?