Paolo Valenti

Mercoledì scorso, a poche ore dall’inizio della finale di Europa League che il Manchester United stava per disputare contro l’Ajax, proprio sulle pagine de il Posticipo rimarcavamo la portata che avrebbe potuto avere la vittoria della competizione per la città inglese a poca distanza dagli attentati terroristici subiti. In effetti, la conquista dell’Europa League da parte degli uomini di Mourinho è servita a dare sollievo a tutta la comunità, tanto che anche i rivali del Manchester City hanno celebrato la vittoria dei Red Devils pubblicando su Twitter una grafica su sfondo nero con l’hashtag #ACityUnited.

Il dolore e il senso civico di appartenenza a una collettività uniscono e si sono nuovamente espressi ieri attraverso l’altro elemento che, oltre agli eventi sportivi, è oggetto del biasimo della dottrina terroristica di matrice islamica: la musica. Le immagini della folla riunitasi per le strade di Manchester a esprimere il proprio dolore cantando una delle più belle canzoni degli Oasis ha fatto il giro dei circuiti televisivi internazionali, impartendo al mondo una lezione di civiltà di cui gli inglesi devono andare fieri. Un successo degli Oasis, si diceva: canzone al top delle chart negli anni novanta, nata presumibilmente sulle emozioni di una storia d’amore ormai alla fine, il cui titolo, ripreso più volte nel ritornello, è un messaggio che i cittadini di Manchester hanno voluto declinare sulle recenti vicende subite e rivolgere al mondo intero: Don’t look back in anger. Un messaggio senza equivoci, un’esortazione che è un consiglio e una preghiera: non guardare al passato con rabbia, non cedere alla tentazione della vendetta. Un testo creato da altri figli di Manchester in contesti completamente diversi, riutilizzato e terribilmente attuale come avviene con le opere artistiche che esprimono valori capaci di andare oltre le epoche e le mode legate ai tempi.

Figli di Manchester legati al calcio, essendo nota a tutti la passione viscerale che legava gli Oasis ai Citizens, tanto da spingerli, durante i loro concerti, a dirigere cori non proprio oxfordiani all’indirizzo dei Red Devils. Quante volte Noel Gallagher ha intonato sul palco il coro “Who the fuck are Man United?” poco prima, o poco dopo, aver cantato Don’t look back in anger? Ieri, però, la gente di Manchester, tifosi del City e dello United insieme, ha preferito raccogliere i messaggi migliori che il calcio e la musica possono trasmettere: unità e armonia, senso di appartenenza e condivisione di emozioni. Vincere una competizione europea e cantare una canzone di pace hanno aiutato Manchester a riprendere il suo doloroso cammino verso la normalità.