Francesco Cavallini

Bonucci, arrivano gli emissari del Chelsea. Donnarumma, ipotesi Real. Monchi in Germania per trattare con lo Zenit, sul piatto le cessioni di Manolas e Paredes. Scusate, ma quest’ultima è davvero troppo. Passi per il Chelsea, c’è King Antonio Conte, è normale che richieda un calciatore che conosce bene. Al limite possiamo anche accettare l’idea che alla fine Gigio si accasi a Madrid, il concetto che i campioni d’Europa vogliano investire su uno dei migliori prospetti del mondo non è così campato in aria. Ma Monchi, DS della Roma vicecampione d’Italia, che va in Germania…a trattare con i russi? Per un’operazione in uscita? Ce n’è abbastanza per far accapponare la pelle a chiunque ricordi le sessioni di calciomercato degli anni Ottanta e Novanta, quando l’Italia era la Mecca del football mondiale. Quando i nostri direttori sportivi, con la sicurezza di chi tutto vede e tutto comanda, erano attesi con trepidazione dalle dirigenze dei club esteri, consci che almeno un po’ della spropositata ricchezza della Serie A sarebbe finita nelle loro tasche.

E ora, che succede? Prima eravamo noi i Re Mida, o addirttura i polli da spennare, quelli a cui, come nelle leggendarie scene de L’Allenatore nel pallone, gli intermediari cercavano di rifilare il Luis Silvio o il Fabio Junior di turno. Oggi no, noi siamo gli scaltri venditori. Poi alla fine scaltri neanche tanto, perchè chi viene dall’estero ad acquistare in Italia spesso ottiene più di quel che paga, anche e soprattutto in relazione alla endemica crisi tecnica ed economica che si è abbattuta sul nostro calcio. Prendiamo l’ultimo caso, il trasferimento di Salah dalla Roma al Liverpool per 42 milioni, che con altri otto di bonus, fa la modica cifra finale di 50.

salah liverpool

L’arrivo di Salah al Liverpool

I Reds, giova ricordarlo, hanno già speso negli ultimi anni più o meno la stessa cifra per Benteke, mestamente ceduto poi al Crystal Palace, e hanno incassato circa settanta milioni per la cessione del pur promettente Sterling agli sceicchi del City. Ora, pur volendo valutare nel computo del valore del calciatore egiziano l’esperienza passata in Premier, in cui Salah non è che abbia fatto proprio stropicciare gli occhi, bisogna comunque ricordare che il calciatore è reduce da una stagione in cui tra competizioni nazionali ed europee ha portato a casa 19 reti e 15 assist. Cifre importanti, che una volta probabilmente sarebbero valse una nomination al Pallone d’Oro e che ora invece portano in dote 42 milioni. Che per carità, sono molti (e sono esattamente quel che la Roma contava di fare con la cessione dell’egiziano). Ma se Salah avesse giocato con il Southampton (come il povero van Dijk, ormai pietra di paragone delle negoziazioni esagerate), probabilmente i Reds avrebbero dovuto sborsare almeno un decino in più.

La Roma invece incassa 42 sperando alla fine della fiera di incamerare 50, ed è anche contenta. Come sarebbe contenta (la società probabilmente, i tifosi un po’ meno), la Juventus se il Chelsea recapitasse un’offerta di un cinquantino per una delle B della BBC, più precisamente per Leonardo Bonucci. Che, per la cronaca, è unanimemente considerato uno dei migliori difensori del mondo, ma che per il mercato in uscita dall’Italia vale meno di un David Luiz. La Juventus, per inciso, fa anche storia a sé, perchè è l’unica che riesce a vendere a cifre che più o meno si avvicinano a quelle che girano in Inghilterra o in alcune parti della Spagna. Pogba a 110 milioni è un affare, ma non certo per lo United, che a occhio e croce fa la peggior minusvalenza della storia economica del pallone. Vidal però è andato al Bayern a 37 milioni, che è meno di quanto, volendo fare un paragone azzardato, i cinesi erano disposti ad offrire alla Fiorentina per Kalinic.

Arturo Vidal, tra i protagonisti del ciclo vincente bianconero

Questione prettamente economica, quindi? Sì, ma fino ad un certo punto. Paradossalmente parlando, il cambio di tendenza che ha portato il calcio italiano ad essere considerato un movimento di Serie B è iniziato esattamente la sera del 12 luglio 2006, mentre Cannavaro alzava la Coppa al cielo di Berlino. Da quel momento in poi l’emergenza del futbol spagnolo e del fußball tedesco, unita ai mostruosi ricavi della Premier League, ha pian piano relegato la Serie A tra i campionati di minore importanza, forse pari alla Ligue 1, ma sicuramente dietro alla Premier, alla Liga e anche alla non proprio entusiasmante Bundesliga. Di chi è la colpa? In primis dell’incapacità, politica e strutturale, del sistema calcio di adeguarsi ai nuovi trend provenienti da Berlino e da Madrid. La sconfitta nel mondiale casalingo ha dato ai tedeschi la spinta necessaria per ricostruire il sistema calcio teutonico. La Spagna ha sfruttato nel migliore di modi una generazione che all’inizio sembrava del tutto irripetibile. Ma basta vedere le Furie Rosse versione Under-21 per capire che il ciclo degli iberici è ben costruito e lontano dalla fine.

E quindi, in Italia, noi vendiamo, perchè ci servono i soldi e perchè non siamo più il campionato leader d’Europa, quello in cui ogni calciatore vorrebbe giocare. Chi vendiamo? Giovani virgulti nostrani, anche già in odor di nazionale. Esempio, Verratti, che parte per Parigi nel lontano 2012 per una cifra abbastanza bassa, che però nessun club italiano decide di investire. O Darmian, che dopo una ottima esperienza a Torino prende il volo per Manchester. Che poi alcuni di questi non siano andati benissimo, vedi Immobile, non può certo essere colpa nostra. Poi vendiamo calciatori stranieri, che arrivano in Serie A quando sono ancora degli ottimi prospetti e una volta diventati campioni fanno il salto. Pogba, Vidal, quel genere lì. E infine esportiamo allenatori, ma quella è un’altra questione.

Verratti con la 10 azzurra

Certo, per vendere è necessario comprare. E quindi chiediamoci, che tipologia di calciatori acquistano dall’estero le squadre italiane? Qualche colpo ancora riesce, vedi Alex Sandro e l’arrivo fresco fresco di Karsdorp a Roma. Ma le nostre società hanno cominciato a fare di necessità virtù e tentano di scovare i nomi meno conosciuti, con la consapevolezza che sui talenti conclamati c’è ben poco da fare, che, come si dice in gergo, non sono alla portata delle italiane. E quindi via con cognomi meno altisonanti (ma non per questo meno utili) e soprattutto con gli scarti delle grandissime d’Europa. Che poi è un po’ quel che facevano una volta le nostre società minori, aspettare un esubero dalla Juventus o dall’Inter e cercare di costruirci intorno qualcosa. In questo senso i parametri zero aiutano e permettono anche di ingaggiare qualche reale plusvalore (Khedira), ma le esperienze di Ashley Cole e Fernando Torres dovrebbero far riflettere.

Insomma, se anche l’Italia che partecipa (e con ottimi risultati) alla Champions è costretta a cedere, soprattutto all’estero, qualche motivo c’è. Ai tifosi non si può far altro che chiedere pazienza. La ruota gira e di certo prima o poi la Serie A tornerà ad essere l’Eldorado del pallone. Nel frattempo, un consiglio. Non affezioniamoci troppo ai calciatori. I Re Mida sono sempre in agguato. E stavolta, purtroppo, non siamo noi.