Francesco Cavallini

Il miglior giocatore al mondo? Quale Messi, quale Ronaldo. Il più forte è Pastore. Detta così sembra un’eresia. Poi ci si rende conto che a fare questa dichiarazione è stato Eric Cantona, uno con il quale è meglio non dissentire, e allora forse è il caso di pensarci su. Cosa rende il ragazzo di Córdoba, tanto filiforme da guadagnarsi il soprannome di Flaco, così unico agli occhi di molti? Perchè la sua carriera non è decollata come era lecito aspettarsi? Ma soprattutto, dato che siamo a giugno e ancora non è stato accostato a nessun top team, che fine ha fatto Javier Pastore?

Già, perchè per almeno tre estati a questa parte il fantasista argentino, per dirla alla romana, ha fatto costantemente la fine della celeberrima Sora Camilla, quella che tutti la vogliono ma alla fine nessuno se la piglia. Trattative, incontri, assenso del calciatore, cifre iperboliche da far arrivare in Francia e poi, magicamente, un’altra stagione al Paris Saint-Germain. Tra l’altro spesso in panchina, perchè a causa di qualche infortunio di troppo e del curioso fenomeno della moltiplicazione dei trequartisti, che in questo periodo a Parigi vengono su come i funghi, non è che il numero 10 abbia poi così tanto spazio nell’undici titolare. Normale quindi aspettarsi anche quest’anno la solita ridda di voci su suoi fantomatici trasferimenti. E invece nulla, nada de nada, neanche il classico interessamento della società che in quel momento ha sotto contratto Walter Sabatini, colui che lo ha scoperto nell’ormai lontano 2009.

Javier Pastore in panchina durante un match di Champions League

A onor del vero, qualche timido accostamento all’Inter c’è stato, ma l’arrivo di Spalletti in nerazzurro dovrebbe chiudere definitivamente le porte a qualsiasi trattativa. Pastore non è adatto al 4-2-3-1 tanto caro al tecnico di Certaldo, né come trequartista né tantomeno nella coppia di centrocampisti. Potrebbe fare l’interno in un centrocampo a tre, o all’occorrenza l’esterno dietro la punta, ma sarebbe comunque sacrificato. Niente Milano, quindi. Il problema vero, quello puramente tattico, è che ormai il trequartista centrale vecchio stile è (di nuovo) superato. Nella assoluta ciclicità delle mode pallonare, siamo tornati nel periodo in cui il calciatore che si incunea tra le linee avversarie per creare l’ultimo passaggio è un optional. Soprattutto se sa fare bene (quasi) solo quello.

E Pastore in questo è un genio come ce ne sono pochi, ma non è certo il nuovo trequartista box-to-box che va per la maggiore (qualcuno ha detto Nainggolan?) o una seconda punta mascherata, come il suo connazionale Dybala. Javier Pastore è la luce improvvisa che si accende, con un’accelerazione fulminea o un passaggio filtrante. La facilità con cui riesce a mettere il compagno davanti al portiere è quasi disarmante. È di quei calciatori che, comunque vada, salta secco il primo avversario. Poi, per quelli dopo, dipende. Ma da cosa? Dalle condizioni meteo? Dal menù del pranzo prepartita? Da qualche astrusa congiunzione astrale? Mistero. Il grande limite di un ragazzo che ormai va verso i ventotto anni è sempre stato il suo brillare a intermittenza. Limite che rischia di relegarlo nella affollata categoria di quelli che potevano essere, ma non sono stati.

Nella splendida annata 2010/11, quella che gli è valsa l’interesse del Paris Saint-Germain, che per prelevarlo dal Palermo ha speso più di 40 milioni di euro, queste difficoltà sembravano superate. Una stagione da grande protagonista, con la tripletta nel derby, la sontuosa prestazione contro la Juventus e quelle tredici reti che valgono il titolo di capocannoniere della squadra. Ma soprattutto quarantacinque partite (tra Serie A, Coppa Italia e Europa League) in cui il Flaco ha raggiunto una continuità fino a quel momento mai neanche sfiorata. E non è certo un caso che la presenza in rosa dell’argentino sia coincisa con due ottime annate per la compagine rosanero. Perchè quando Pastore è in giornata, il compito degli altri diventa infinitamente più semplice.

Javier Pastore con la maglia del Palermo

Il problema, si diceva, è che azzeccare questa famosa giornata in cui il prodigio di Córdoba è in grado di esprimersi al massimo delle sue potenzialità è più difficile di un terno al lotto. È quasi come se ogni volta mancasse l’ultimo step, quello della definitiva consacrazione. Anche l’arrivo trionfale a Parigi non ha fatto altro che illudere. La decisione di Ancelotti, all’epoca tecnico del PSG, di spostarlo in mediana per aumentare il tasso di qualità del suo centrocampo, è stata a posteriori una pessima idea, nonostante i risultati (almeno in campo nazionale) abbiano dato ragione a Carletto. Il successivo approdo sulla Senna del nostro Marco Verratti ha ridotto ulteriormente gli spazi nella zona nevralgica del campo per Pastore, che è quindi stato spostato di nuovo verso la porta avversaria.

Peccato che il modulo del neo-tecnico Blanc (un 4-1-2-3 che tende a concentrarsi per vie centrali) non preveda il trequartista e che quindi il Flaco sia spesso costretto a giocare in un ruolo non proprio consono alle sue capacità, quello di esterno di un tridente atipico accanto a Ibra e a Cavani, spinto anche lui verso le fasce dall’irrefrenabile svedese. Volente o nolente, da quello spicchio di campo diventa più complicato inventare calcio e le prestazioni ne risentono. Al punto che la costanza così faticosamente raggiunta va a farsi benedire, riportando Pastore al punto di partenza. Calciatore splendido, ma discontinuo. Nella capitale francese arrivano Lucas Moura e Di Maria, poi anche Draxler a rubargli spazi e minuti nel nuovo PSG di Emery. A ventotto anni e con un contratto in scadenza nel giugno 2019, non c’è mai stato un momento migliore per lasciare Parigi.

Javier Pastore e Laurent Blanc

Eppure al momento non è arrivata nessuna chiamata, neanche dall’Italia che l’ha visto sbocciare. Anche perchè, da un punto di vista strettamente economico, i problemi sono diversi. Il PSG non ha alcuna intenzione di prestare il calciatore, che l’anno prossimo arriverà a dodici mesi dalla possibilità di liberarsi a parametro zero. L’idea è quindi quella della cessione, che per una società con quelle disponibilità economiche può tranquillamente generare una minusvalenza senza conseguenze catastrofiche. Ok, ma fino a un certo punto, perché se nessuno a Parigi può sognare di rientrare degli oltre quaranta milioni spesi nell’estate 2011, una richiesta che si aggira sui 25 sembra perlomeno legittima. Ma chi, avendo a disposizione una cifra del genere, punterebbe su un elemento dal talento fulgido, ma troppo intermittente? E anche ponendo il caso che qualcuno decida di scommettere su Javier Pastore, rimarrebbe lo scoglio di un ingaggio pesante, da oltre sei milioni di euro.

Tecnicamente e tatticamente parlando, il Flaco potrebbe fare la differenza in una squadra di alto livello, soprattutto se messo in condizione di esprimere il suo calcio migliore, quello fatto di accelerazioni brucianti e passaggi verticali. Ci vorrebbe, insomma, un allenatore che abbia la voglia di giocare con il vero trequartista, anche nell’ormai onnipresente 4-2-3-1, ma senza pretendere troppo in fase di pressing o di copertura. Ma parliamo di un insieme di fattori che, purtroppo per Pastore, sembra verificarsi sempre più di rado. In un calcio in cui la tecnica di base e la fantasia vengono subordinate alla tattica e alla fisicità, invece di esserne coadiuvate, fino alla prossima inevitabile (e ciclica) rivoluzione, di posto in campo per i fantasisti ce ne sarà meno. Sempre che all’innegabile qualità non venga unita una continuità nelle prestazioni che permetta di pensare che forse il gioco vale la candela.

Riuscirà l’ex Huracán a ritagliarsi spazio nel PSG 2017/18? O troverà qualche estimatore che abbia voglia di scommettere sul suo talento accecante? Presto per dirlo, del resto siamo solo a giugno. Di certo, questo rischia di essere l’ultimo treno verso la consacrazione per un ragazzo dalle potenzialità enormi, ma che è rimasto impantanato in un limbo dal quale non pare in grado di uscire. Chiaramente non è mai troppo tardi. Ma forse sarà il caso di accelerare. Proprio come fa il Flaco non appena riceve la sfera.