Francesco Cavallini

Nessuno è incedibile. Non è la frase esatta per farsi amare, soprattutto quando si fa il direttore sportivo. I tifosi, si sa, digeriscono male gli addii e paventare la possibilità che, se arrivasse l’offerta giusta, anche l’idolo più intoccabile potrebbe partire, non è un gran biglietto da visita. Ma Monchi è così, prendere o lasciare. Alla Roma, basandosi solo sui dati e sui risultati (affidandosi più all’analisi che al cuore), conviene prendere, dato che cinque Europa League in dieci anni non sono esattamente un’impresa di facile compimento. E James Pallotta ha preso, anche letteralmente, nel senso che ha convocato il DS e il neo allenatore Di Francesco per un summit a Londra in cui sono state delineate le strategie per la prossima stagione. Risultato: carta bianca a Monchi.

La Roma non ha più necessità di vendere

Il concetto secondo cui nessuno è incedibile andrebbe più che altro analizzato sotto un’altra luce. Di certo, qualcuno è più cedibile degli altri. Ma anche per loro, come per il resto della rosa, c’è un giusto prezzo. La Roma, non è un mistero, doveva cedere per questioni di bilancio. E lo ha fatto, salutando Momo Salah, che torna in Premier League facendo felice se stesso e i giallorossi (che incasseranno circa quaranta milioni più bonus per l’egiziano). I conti sono a posto, al punto che è già stato possibile ufficializzare l’acquisto di Moreno dal PSV. Risolta questa pressante problematica, il tifoso si aspettava nuovi acquisti, piuttosto che altre cessioni. D’altronde il DS l’aveva detto chiaro e tondo, la Roma non è un supermercato.

Ed ecco perchè la notizia di un’offerta dello Zenit San Pietroburgo di Roberto Mancini per Kostas Manolas ha il potere di destabilizzare un ambiente che già di suo non è molto incline alla calma. Trenta milioni alla Roma, cinque al calciatore. E quindi, la Roma vende? Alt. Non è esattamente così. La Roma, eventualmente, vende, ma alle sue condizioni. Confermando una linea già inaugurata con il caso Rüdiger, che di fatto sembra più che avviato a rimanere nella Capitale anche per la prossima stagione, Monchi ha fissato un prezzo per il suo centrale difensivo, al di sotto del quale il DS non è disposto a trattare. Cosa contribuisca a stabilire questa cifra non è dato sapersi, ma la valutazione del greco è di certo figlia di una serie di ragionamenti tattici ed economici tra lo spagnolo e Di Francesco. L’importante è far passare un messaggio. Si vende, ma l’offerta la decidiamo noi.

roma attacco super

Kostas Manolas, obiettivo dello Zenit di Mancini

E quindi trenta milioni non bastano, la Roma se ne aspetta perlomeno quaranta. Poi il tifoso si guarda attorno, si ricorda che giusto un anno fa il City ha speso 60 cucuzze per il buon John Stones e salta alle conclusioni. La Roma svende. Anche qui, c’è da analizzare meglio la situazione. Monchi, da operatore esperto, sa benissimo che il prezzo lo fa il mercato. Ed è conscio che una trattativa tra due club con ottime disponibilità economiche e senza grandi problemi per far quadrare i bilanci porti a offerte dai valori distorti. Il calciomercato inglese, in questo senso, è l’emblema delle valutazioni esagerate. Il punto è semplice. Il Liverpool (esempio) è pronto ad offrire 70 milioni al Southampton per van Dijk, ma ne darebbe massimo 40 alla Roma per Manolas perchè sa che, per impatto economico sul club che le riceve, le due proposte si equivalgono. 

Il “metodo Monchi”

Ricapitolando, la Roma vende solo se vuole e al prezzo che più le aggrada. Non c’è una volontà da parte del DS o della società di smantellare la rosa, anche perchè il capitale tecnico ed economico lasciato dalla vecchia gestione del calciomercato non è esattamente trascurabile. Monchi potrebbe anche decidere di tentare di trattenere tutti e avrebbe comunque spazio di manovra per i movimenti in entrata. Ma quando le offerte arrivano, vengono valutate e si decide se accettarle. Nel frattempo, si lavora per i sostituti. Il DS lavora così ed il suo palmares è a disposizione per convincere anche i più scettici. Se nel corso degli anni il Siviglia è sopravvissuto (e anche alla grandissima) alle cessioni dei vari Dani Alves, Jesus Navas e Carlos Bacca, significa che del metodo c’è.

Metodo che per le operazioni in entrata può invece essere riassunto proprio attraverso la storia dell’acquisto del colombiano. Al suo arrivo a Siviglia, Emery aveva chiesto a Monchi un calciatore con determinate caratteristiche. L’andaluso si mette all’opera e incrociando le varie necessità tecniche e tattiche del suo allenatore arriva ad una rosa di nomi da monitorare. Quelli bravi lo chiamano profiling. Dal profiling, appunto, esce fuori anche il nome di Carlos Bacca, all’epoca al Club Bruges in Belgio. Un’analisi più accurata dei dati conferma, l’allora ventisettenne Peluca è l’uomo ideale per il nuovo Siviglia. Ma Monchi non è solo un freddo calcolatore, il suo calciomercato è un mix di numeri e fantasia. E, come ogni commerciante che si rispetti, vuole vedere la merce prima di comprare. Solo che c’è un problema. Quando il DS decide di visionare il colombiano, Bacca fa una prestazione orrenda, o almeno brutta quanto basterebbe a sconsigliare l’acquisto a chiunque. Possibile che il metodo abbia clamorosamente fallito? No, perchè il calciatore può avere una giornataccia. E infatti Bacca arriva comunque in maglia biancorossa e porta a casa tre Europa League consecutive.

Bacca in gol contro il Dnipro nella finale di Europa League del 2015

Altra obiezione. E se questo metodo avesse funzionato solo grazie alla stretta sinergia di Monchi con il tecnico basco? Basterebbe segnalare che il quarantottenne ex portiere già portava argenteria nella bacheca del suo club quando Emery aveva appena appeso gli scarpini al chiodo. Ma il dato importante è che anche la scelta dell’allenatore è compresa nel pacchetto ed è effettuata basandosi sulla politica societaria. Di Francesco, quindi, è uomo di Monchi e la sintonia tra i due, almeno a giudicare dalle immagini dell’arrivo dell’abruzzese a Trigoria e dalla recente foto con Pallotta, sembra ottima. Non è solo il DS a giudicare acquisti e cessioni. Il placet dell’allenatore è parte integrante del processo. Se Monchi può considerare l’idea di vendere (sempre per la cifra giusta) allo Zenit Manolas e di aggiungere, in caso di offerta ritenuta congrua, alla trattativa anche Paredes (per un totale di circa 70 milioni) è perchè Di Francesco ha valutato il greco e l’argentino ed ha ritenuto soddisfacenti i profili che il direttore sportivo ha segnalato per la loro eventuale sostituzione.

Tutto analitico, consequenziale. Tutto molto sensato. Ma il vero scoglio contro cui Monchi deve giocoforza scontrarsi giorno dopo giorno è l’endemica diffidenza e volatilità della piazza di Roma, i cui umori, non a torto, sono spesso assimilabili a quelli del pubblico degli antichi giochi gladiatorii. Ci vuole un attimo per passare da pollice recto a pollice verso. Nell’Urbe la critica preventiva è un’arte ormai affinata. Lo stesso Monchi, oggetto di sperticate lodi per la ormai celebre dichiarazione secondo cui a Trigoria non c’è alcun cartello con su scritto vendesi, bensì vincere, diventa facile bersaglio non appena qualche voce di mercato segnala possibili cessioni non gradite all’ambiente. Lo spagnolo dovrà farci l’abitudine, almeno finchè a Roma non impareranno a fidarsi di lui, del suo metodo e delle sue scelte. Che non potranno certo rivelarsi tutte perfette, ma che sono il frutto di un lavoro ponderato e costante. L’unico modo che ha per convincere i suoi nuovi tifosi è vincere, come ha già dimostrato di saper fare. E (forse) in quel caso nella Capitale potrebbero anche accontentarsi.