Paolo Valenti

Bergamo-Milano, un’asse di sessanta chilometri sul quale balla un destino europeo che può influenzare le strategie di una stagione. Fin qui la cronaca, perché su quei sessanta chilometri la storia racconta che, in entrambi i sensi di marcia, hanno viaggiato aspirazioni, speranze e delusioni di tanti calciatori, più o meno importanti, che hanno firmato con le loro giocate risultati e classifiche delle due compagini lombarde.

Da Donadoni a Lentini, fino a Ganz

A cominciare da Giuseppe Meazza, attaccante italiano tra i più forti di sempre. Noto agli appassionati soprattutto per i successi raccolti con la Nazionale di Vittorio Pozzo prima della Seconda Guerra Mondiale (i Campionati del Mondo 1934 e 1938) e per aver indossato la maglia dell’Inter diventandone un simbolo, il Balilla, com’era soprannominato all’epoca, ebbe anche delle parentesi professionali col Milan (1940-42) e con l’Atalanta (1944-46) prima di chiudere definitivamente la carriera con i nerazzurri più blasonati. Devono passare trent’anni prima che si torni a parlare di un passaggio di rilievo tra bergamaschi e rossoneri. È l’estate del 1973 quando Pier Luigi Pizzaballa, alla soglia dei trentaquattro anni, va a difendere i pali della porta del Milan dopo essere stato portiere nerazzurro dal 1958 al 1966. Poche presenze (dieci in tre anni, chiuso da un mostro sacro come Enrico Albertosi) prima del ritorno definitivo a Bergamo, dove chiude la carriera nel 1980 e dove tutt’oggi continua a insegnare calcio ai ragazzi di quartiere. Nel 1986 tocca a Roberto Donadoni preparare i bagagli direzione San Siro. Lo vuole fortemente il Milan, per il quale il neo presidente Berlusconi versa otto miliardi di lire strappandolo alla concorrenza di una più sobria Juventus. Ventitrè anni, è la promessa mantenuta di continuità dell’alta scuola di ali destre italiane: Domenghini, Claudio Sala, Causio e Bruno Conti trovano un degno erede capace di declinare il ruolo anche in funzione delle necessità imposte dal calcio moderno, schematico e iper organizzato di Arrigo Sacchi. Tecnica sopraffina, capacità di scatto e resistenza fuori dal comune ne fanno un interprete ideale anche di posizioni più accentrate o addirittura sulla fascia opposta. Superfluo ricordare il suo palmares, fatto di innumerevoli vittorie alla cui base stanno i cinque anni di formazione vissuti tra le fila atalantine. Dopo dieci anni, siamo nel 1996, tocca a un altro giocatore di fascia cambiare il colore della striscia diversa delle due maglie: è Gianluigi Lentini, piemontese di Carmagnola e cuore granata, che lascia Milano per raggiungere Bergamo. Quattro anni in rossonero nati sotto i migliori auspici: anche per lui Berlusconi aveva fatto follie, spendendo quasi venti miliardi di lire per portarlo a Milanello e contrattualizzare uno stipendio da quattro miliardi di lire a stagione. Poi la difficoltà a fare il definitivo salto di qualità in una squadra piena di fuoriclasse, un brutto incidente automobilistico che ne rallenta il percorso di ascesa, la delusione. Lentini ha bisogno di ritrovarsi: per farlo cerca la tranquillità della provincia e il suo vecchio mentore, Emiliano Mondonico. Ma a ventisette anni Gianluigi, per vedere l’apice della carriera, deve già voltarsi indietro. Su questo tragitto di sessanta chilometri viaggia verso San Siro anche Domenico Morfeo, classe 1976, formatosi nelle giovanili nerazzurre. Esordisce ancora giovanissimo in Serie A nel 1993 come solo ai ragazzi di grande talento può accadere. Brevilineo, tecnicamente ineccepibile, il più delle volte ispirato e capace di mandare facilmente in gol i compagni, Domenico dimostra però difficoltà nel gestire un’indole irrequieta che nemmeno l’approdo al Milan nella fortunata stagione 1998-99 riesce a placare. Undici presenze gli garantiscono il premio scudetto ma non gli evitano un vagare caotico in cerca di una stabilità che sembra inafferrabile. Fa un ulteriore passaggio a Bergamo nella stagione 2000-01, prima di tornare a Milano, questa volta sponda Inter, nel 2002-03. Polvere di stella. E’ del 1997 l’approdo di Maurizio Ganz al Milan. All’Atalanta fino al 1995, prima dell’approdo in rossonero gioca due stagioni intense con l’Inter. Col club di via Turati raggiunge l’apice della carriera vincendo lo scudetto nel 1999. Torna a Bergamo l’anno successivo: ventiquattro presenze e cinque gol chiudono definitivamente il suo viaggio di andata e ritorno.

campioni milano bergamo

La formazione dell’Atalanta nella stagione 1984-85. In basso a sinistra Roberto Donadoni.

I CAMPIONI MANCATI TRA BERGAMO E MILANO E ALTRE STORIE D’AMORE
Ma la strada tra Bergamo e Milano non è stata attraversata solo da talenti più o meno affermati. Nell’estate del 2001 il presidente Ruggeri spese trenta miliardi di lire per acquistare dai rossoneri Comandini e Saudati, che oggi chiunque fatica a ricordare tranne Beppe Marotta, all’epoca direttore sportivo atalantino che gestì la fallimentare operazione. Il percorso contrario, sempre quell’anno, lo fece Massimo Donati: per lui il Milan spese 15 miliardi, cifra che non resse alla prova di San Siro. Prova che invece sostenne laureandosi con lode uno degli attaccanti meno spettacolari e più efficaci del calcio italiano: Pippo Inzaghi, che proprio nel 2001 arriva ventottenne al Milan dopo essere stato uno dei protagonisti della Juventus di fine secolo. Per lui una sola stagione a Bergamo, quella 1996-97, che convinse i bianconeri ad acquistarlo: ventiquattro gol scaricati come un mitragliatore. L’incompatibilità con Del Piero lo porta a Milano, dove trascorre la felicissima seconda parte di una carriera che arricchisce di tanti gol e affermazioni collettive. Che dire, invece, di Christian Vieri? Bomber nel senso più letterale del termine: ruvido, potente e terribilmente incisivo sotto porta, a Bergamo si mette in luce la stagione che precede il suo transito alla Juventus, segnando nove gol in ventuno partite. Nel Milan è solo di passaggio per qualche mese nella stagione 2005-06 senza che riesca a lasciare il segno. Campionissimo ormai al tramonto, trascorre a Bergamo altre due stagioni prima di smettere: 2006-07 e 2008-09, quando chiude la sua storia professionistica con gli ultimi due gol da inserire nel suo personale tabellino. Siamo così ai nostri giorni: a Montolivo e Pazzini, arrivati insieme al Milan cinque anni fa dopo essere cresciuti nelle giovanili orobiche; a Bonaventura, milanista dal 2014 dopo il periodo di formazione a Bergamo; a Petagna, arrivato lo scorso anno all’Atalanta dopo un percorso articolato iniziato proprio nelle giovanili rossonere. La storia di Atalanta-Milan è intarsiata di vicende umane fatte di andate e ritorni, punti di arrivo e di partenza, delusioni e sogni. Oggi, però, la storia lascerà spazio all’attualità di una sfida da giocare nello scenario di un’Europa League che, per entrambe, deve ancora maturare il suo passaggio da prospettiva a certezza.