Redazione

Cervelli in fuga? Il calcio femminile è nel suo anno zero. La riforma, le grandi società che investono anche sulle squadre “rosa”. Scorrendo la serie A saltano agli occhi tanti nomi importanti, ma è assente un’eccellenza. La migliore. Che fine ha fatto Carolina Morace? Il monumento del calcio femminile italiano è ai Caraibi. Non in vacanza, ma per lavoro. É la responsabile delle selezioni femminili di Trinidad e Tobago. Si occupa sia della nazionale maggiore che delle giovanili. Una scelta coraggiosa. Quanto sorprendente.

La donna dei due mondi

Carolina Morace non è una calciatrice qualsiasi: ha vinto 12 scudetti e altrettanti titoli di capocannoniere della serie A. Prima donna ad allenare una squadra maschile (Viterbese, nel 1999) e poi commissario tecnico della Nazionale Italiana, dal 2000 al 2005. Quindi in Canada ed adesso nei Caraibi. Adorata. La Special One locale. Possibile che in Italia il calcio in rosa non abbia bisogno di lei? I salotti televisivi se la sono contesa, ma di campo ne ha visto davvero poco. Probabilmente perché è troppo brava e preparata? Forse un ambiente ancora un po’ maschilista la teme oltremisura? Di certo, la Morace non si limita ad indovinare i congiuntivi. É preparata tecnicamente, ha una laurea in giurisprudenza, ha personalità da vendere. Insomma, una Donna con la D maiuscola. La sua esperienza, arricchita anche da un curriculum internazionale, sarebbe utilissima.

Un ritorno da dirigente-ambasciatrice?

La Morace ha buoni rapporti con i dirigenti italiani? La domanda è legittima, nel momento in cui il calcio in rosa si sta preparando al grande salto e rinuncia a una figura come la sua. La Morace fornirebbe un sostegno decisivo a livello comunicativo. Il calcio femminile, lo dicono i numeri, inizia ad appassionare. Le gare sono seguite, in media da 2-3 mila persone. Quanto un club maschile medio di serie C. Insomma vi sono i presupposti per un progetto serio, importante, mirato. Dopo 105 reti in 153 presenze con la Nazionale, forse è il tempo di andare a ritrovarla. Non si può cancellare un mito.