Francesco Paolo Traisci

“La 7ª giornata del Campionato Serie B 2016-2017 si segnala per il primo Cartellino Verde, assegnato dall’arbitro Marco Mainardi all’attaccante del Vicenza Cristian Galano in occasione della gara Virtus Entella – Vicenza. All’8’ minuto del secondo tempo l’arbitro fischia un calcio d’angolo a favore del Vicenza, ma Galano segnala che il pallone non ha subito alcuna deviazione, trattandosi quindi di rimessa dal fondo a favore della squadra avversaria. Il significativo gesto di lealtà e correttezza di Cristian Galano, nella sua semplicità e con il suo valore, arricchisce una stagione iniziata nel migliore dei modi”.

Così inizia il Comunicato Stampa n. 18 del 4 ottobre scorso emanato dalla Lega Nazionale Professionisti B. La vicenda ormai la conosciamo tutti e la sintesi fornitane nel comunicato ufficiale sembra perfetta. Un gesto, semplice ma di eccezionale importanza per l’esaltazione di quei valori che lo sport sempre più frequentemente va declamando. Un comportamento che vuole rappresentare una delle concretizzazioni di quel dovere di lealtà e correttezza imposto a tutti i componenti dell’ordinamento sportivo. Ma in che cosa consiste questo dovere? In realtà il più delle volte il dovere di correttezza e lealtà viene imposto senza essere definito. Ad esempio, il Codice di Comportamento Sportivo del CONI, che specifica alcuni doveri fondamentali, inderogabili e obbligatori per tutti gli sportivi (praticanti e dirigenti), esso è previsto dall’art. 2 che afferma: “Principio di lealtà: i tesserati, gli affiliati e gli altri soggetti dell’ordinamento sportivo devono comportarsi secondo i principi di lealtà e correttezza in ogni funzione, prestazione o rapporto comunque riferibile all’attività sportiva. I tesserati e gli altri soggetti dell’ordinamento sportivo cooperano attivamente alla ordinata e civile convivenza sportiva”. Che vuol dire? In realtà si tratta di una tautologia, ossia la definizione di una parola con se stessa, che non scioglie i dubbi sul contenuto del comportamento richiesto. In questo caso parliamo di correttezza in campo, nello svolgimento della “prestazione sportiva”, ossia del rispetto delle regole del gioco, così come previste dal regolamento FIFA e, a cascata, da quello della FIGC. Ma anche degli obblighi generali previsti per tutti gli appartenenti al mondo sportivo. In tal senso il Codice appena citato si sofferma quasi esclusivamente sui comportamenti vietati, ossia quelli considerati sleali. In particolare, se sono un calciatore in campo, oltre a rispettare le regole del gioco, devo evitare i seguenti comportamenti:

1. Non posso giocare per far perdere la mia squadra o mettermi d’accordo con gli avversari per farla vincere o perdere (art. 3 divieto di alterazione del risultato delle gare).
2. Non posso assumere farmaci o sostanze in violazione della normativa antidoping o comunque nocive alla mia salute (art. 4 divieto di doping o di altre forme di alterazione della salute).
3. Non posso essere violento in campo né istigare alla violenza sugli spalti (art. 5 non violenza)
4. Non posso mettere in atto comportamenti razzisti o comunque insultare avversari (o compagni), dirigenti ed arbitri, per questioni legate alla razza, alla provenienza etnica, ma anche regionale (il famoso insulto campanilistico, oppure insulti legati al sesso (e all’orientamento sessuale) all’età ed al credo religioso (art. 6 non discriminazione).
5. Non posso non insultare pubblicamente l’arbitro i dirigenti ed i giocatori avversari prima, durante e dopo la gara (art.7 divieto di dichiarazioni lesive).

Tutto ciò comporta, se svolto in campo, l’ammonizione o l’espulsione e una conseguente squalifica (è la stessa FIFA a stabilire le sanzioni minime per queste violazioni, in particolare per gli episodi di violenza e di discriminazione), oppure se svolto a margine o fra una gara e l’altra, comunque la squalifica. Tutto ciò dunque per evitare cartellini gialli e rossi. E che c’entra quello verde? Ecco, secondo i propri ideatori, per ottenere il cartellino verde si richiede qualcosa di più: non solo di non mettere in atto quello che viene sanzionato con i cartellini di altri colori, ma fare qualcosa di più, fregiarsi di un comportamento che testimoni correttezza ancora maggiore, un comportamento di collaborazione estrema con l’arbitro, anche contro i propri interessi e quelli della propria squadra. Vedremo giocatori smentire l’arbitro e dire che si sono buttati in area di rigore, convincerlo che il rigore a favore non c’era e rifiutarsi di tirarlo? Forse è eccessivo, e forse è giusto così. Perché nella testa dei giocatori (e dei tifosi) l’arbitro (con tutti i suoi ormai innumerevoli aiutanti) sta in campo proprio per prendere le decisioni, perché quasi sempre i giocatori sono in buona fede quando reclamano e perché spesso quando simulano è ad un torto ritenuto subito durante l’azione precedente. Ma speriamo che il gesto di coraggio del giocatore del Vicenza trovi emuli per una maggiore collaborazione fra arbitri e giocatori e per un gioco sempre più pulito e corretto.