Francesco Cavallini

Quello tra genio e sregolatezza è un binomio che nel mondo del calcio non può essere circoscritto solo ai calciatori. Ci sono allenatori che di una sana dose di follia hanno fatto il proprio marchio di fabbrica. Ma, ed è il caso di cui parliamo oggi, a volte accade che persino i presidenti, quelli che dovrebbero gestire le società di calcio (soprattutto quelle moderne) in maniera rigorosa e manageriale, siano leggermente sopra le righe. E “sopra le righe“ è un eufemismo quando parliamo di Luciano Gaucci. Dove sta il genio? Nella sua capacità di scovare talenti, in campo ed in panchina, che poi si sono affermati nel calcio internazionale. E la sregolatezza? Beh, diciamo in tutto il resto.

Dagli ippodromi agli stadi

Luciano Gaucci, imprenditore romano a capo di una ditta di pulizie e di un marchio di materiale sportivo, si impone prima nel mondo dell’ippica che in quello del calcio. Era infatti il proprietario della scuderia in cui crebbe il famoso cavallo Tony Bin, una delle stelle degli ippodromi negli anni Ottanta. Nel frattempo decide di mettere piede nella galassia del pallone, prima come vicepresidente della Roma di Dino Viola e poi, nel 1991, rilevando la società di calcio del Perugia, che in quel momento era a rischio fallimento. Sin dai primi anni, il nuovo presidente si dimostra tanto dotato di fiuto per i giovani talenti, quanto esuberante e spesso incontrollabile, anche nella gestione del club.

Gaucci e il Perugia, binomio inscindibile

Il suo proposito è quello di riportare gli umbri, in quel momento in serie C1, nella massima serie. Per questo comincia una campagna acquisti sensazionale per la categoria, senza però ottenere subito la promozione. Ci riesce l’anno successivo, ma la serie B rimane comunque una chimera: la promozione viene revocata perché il presidente viene condannato per aver corrotto un arbitro regalandogli…un cavallo. La squalifica che il Caf gli infligge per tre anni non ferma però la scalata di quel Perugia, che nella stagione successiva ottiene la serie cadetta, per poi conquistare addirittura la serie a sotto la guida di Giovanni Galeone e grazie alle reti di Marco Negri. Il primo anno tra i grandi del Perugia di Gaucci termina però con una amara retrocessione a causa della classifica avulsa. Ma il purgatorio dura solamente un anno e la serie A può di nuovo abbracciare il Grifone e, soprattutto il suo vulcanico presidente.

Cosmi, Nakata, Materazzi e gli altri

Ed è proprio nelle stagioni che vanno dal 1998 al 2004 che il calcio italiano impara ad amare (o a non sopportare, molto dipende dai punti di vista) la figura del proprietario del Perugia. La squadra gira bene, guidata prima dal Sor Carletto Mazzone e poi dall’altrettanto “tarantolato” Serse Cosmi. Arrivano al  come Nakata, crescono futuri campioni del mondo (Materazzi), ma si mettono sotto contratto anche coreani (Ahn, licenziato dopo aver segnato al Mondiale il golden gol contro l’Italia) e improbabili pseudo-calciatori dal cognome un po’ troppo pesante (Gheddafi jr). Si ottengono salvezze tranquille e più di qualche soddisfazione, come la vittoria nell’Intertoto e la conseguente partecipazione alla Coppa UEFA. Quello del Grifone, tutto sommato, è un allegro circo, dove a guidare la rappresentazione c’è lui, Luciano Gaucci, che davanti alle telecamere o nelle tribune degli stadi non passa mai inosservato. Dalle esternazioni contro Matarrese alla rivalità con Moggi, fino alle presenze al Processo di Biscardi, molte delle scene cult del football tricolore di quegli anni lo vedono assoluto protagonista.

La Coppa UEFA, ma anche la latitanza

Gaucci acquista anche la Viterbese (sulla cui panchina pone la prima e unica allenatrice della storia del calcio professionistico italiano, Carolina Morace), il Catania e la Sambenedettese. Ma quando Gaucci sembra arrivato allo zenit della sua parabola, tutto crolla di colpo. Viene indagato assieme ai figli per il fallimento del Perugia e si autoesilia a Santo Domingo per tre anni. Giusto il tempo di patteggiare la pena e di vederla cancellata dall’indulto. Torna in Italia e cerca rivincita nei confronti di chi, a suo dire, gli ha tolto tutto. Come Elisabetta Tulliani, che prima di essere la compagna di Gianfranco Fini era stata anche presidentessa della Samb e aveva avuto una relazione proprio con Lucianone. Che ora, alla soglia degli ottant’anni, si è finalmente dato una calmata. Strano per chi, come lui, ha sempre vissuto mettendo al primo posto le passioni: donne, calcio e cavalli. E di certo, almeno al riguardo, non può avere rimpianti.