Francesco Cavallini

Italiani: popolo di santi, navigatori e…difensori. Almeno, fino all’avvento del guardiolismo. Da quel momento in poi, secondo Giorgio Chiellini, si un po’ persa la capacità di insegnare a difendere per favorire altre caratteristiche, che prima non dovevano certo far parte del bagaglio tecnico di chi è deputato a impedire agli avversari di avvicinarsi alla porta. Non si sente più l’uomo, non si è più rigorosi nella marcatura. Al contrario di chi, come Chiellini, è stato calcisticamente educato con precetti più tradizionali. Il difensore, chiosa lo juventino, si preoccupa ormai troppo di giocare il pallone e di impostare e poco di fare il suo mestiere.

I difensori difendono sempre meno

Le parole dell’azzurro aprono un dibattito che coinvolge la tradizionalmente florida scuola difensiva italiana, gli sconvolgimenti tattici portati dall’imporsi del tiki-taka e, di rimando, le prospettive della Nazionale. Un’Italia che da sempre è stata abituata a contare su stopper vecchio stile, dai modi ruvidi ma efficaci, più attenti a non farsi scappare l’avversario che a come servire i compagni in fase di proposta di gioco. Una tipologia di difensore che, secondo Chiellini, va scomparendo, a favore del cosiddetto difensore moderno, che ha tutt’altre caratteristiche. Ma quando vengono a mancare la concentrazione, la determinazione nel chiudere gli spazi, persino l’attenzione di coprire il proprio uomo sui cross o sulle palle inattive, questo vuoto generazionale comincia a sentirsi eccome.

Chiellini forse ha ragione, ma…

Chiellini, in parte, ha ragione. L’Italia non ha il tiki-taka nel DNA e, non importa quante squadre potranno tentare di imitare la Spagna che è stata di Del Bosque o il City di Pep Guardiola, probabilmente mai ce lo avrà. Diventa quindi controproducente modellare sin da giovani i propri difensori a una tipologia di football che mal si confa alla tradizione italiana. Ma è impossibile, soprattutto quando nelle coppe europee ci si scontra sempre più spesso con un altro tipo di calcio, rimanere troppo ancorati al passato.

Il calcio infatti si evolve e con esso le caratteristiche e l’interpretazione dei ruoli. E se anche un difensore vecchio stampo, ruvido e per nulla tecnico come Stones, nelle sapienti mani di Guardiola diventa in grado di gestire la palla senza perdere in efficacia difensiva, significa che esiste la possibilità (e la necessità) di trovare una via di mezzo. Per non dimenticare le proprie radici, senza però farsi superare da un gioco che al momento è mutevole e in continua evoluzione come mai prima d’ora.

Il futuro della difesa dell’Italia

Nonostante gli “attacchi” del guardiolismo, la scuola tricolore continua comunque a sfornare difensori di alto livello. Caldara, Romagnoli e Rugani, tanto per citare i tre menzionati da Chiellini, hanno tutti i mezzi per sfondare, una volta acquisita la necessaria esperienza internazionale. Per farlo, però, c’è da attendere ancora un po’. Il Mondiale, se mondiale sarà, se lo giocherà la vecchia guardia. L’inossidabile BBC, in cui la tendenza alla modernità e la tradizione difensiva si coniugano alla perfezione, con l’impostazione di Bonucci, l’equilibrio di Barzagli e le buone vecchie maniere del Giorgione nazionale. Poi, largo ai giovani. A patto che si confrontino presto e con continuità con il calcio dei grandi. E soprattutto a patto che, oltre a gestire il pallone, si ricordino che se si chiamano difensori, un buon motivo dovrà pure esserci.