Redazione

Real Madrid-Barcellona non è mai stata solo una partita di calcio. Per novanta minuti nel rettangolo di gioco si concentrano anni di storia. Non solo calcistica. Anzi, il calcio è spesso l’ultima ragione per cui i tifosi attendono con ansia il match che, negli ultimi anni, rappresenta il meglio che il calcio europeo possa offrire. È storia, tradizione, una possibilità per dimostrare al mondo intero di avere ragione. La Corona contro gli indipendentisti della Catalogna. Se ne parla da decenni, se n’è parlato di nuovo in questi giorni, con  le elezioni anticipate per formare un nuovo Parlamento catalano, dopo che il governo spagnolo si è trovato obbligato a sciogliere quello precedente con a capo Puigdemont (destituito il 27 ottobre). In Catalogna la maggior parte degli abitante non si sente spagnola. A Madrid, simbolo del potere, casa del Re, Capitale del Paese, tutto questo non sta bene.

Non è calcio, ma politica

Real Madrid-Barcellona non è mai stata una partita di calcio. La storia, volendo, inizia con Di Stefano, uomo simbolo dell’inizio dell’Impero Blancos, che nel 1953 è stato ad un passo dal vestire blaugrana. L’argentino è l’uomo della svolta della storia del Real Madrid. Prima del suo arrivo, il Real non vinceva un campionato da venti anni; con lui, otto stagioni su dieci al primo posto e cinque coppe dei Campioni. L’approdo di Di Stefano a Madrid è la perfetta immagine della forza politica che rappresentava (e continua a rappresentare) la Capitale spagnola. L’argentino era destinato al Barcellona, e solamente un intervento diretto del Caudillo Franco ha fatto sì che alla fine vestisse di bianco. Una vittoria politica, non calcistica. Il calcio, continua a significare molto ma non tutto quando si sfidano le due squadre più titolate di Spagna. Difficile pensare altrimenti. Il popolo catalano si sente vittima, quasi di fronte ad una dittatura, esattamente come dopo la guerra civile (1936-39) che portò alla fine della Repubblica e cancellò l’autonomia della Catalogna, dichiarando, tra l’altro, illegale la lingua catalana.

Il gioco delle coppie

Real Madrid-Barcellona offre la possibilità di vincere un duello storico. I calciatori in campo assimilano la voglia dei tifosi di prevalere. Non per la classifica, ma per se stessi. Il fatto che nei due club giochino i migliori calciatori al mondo, poi, amplifica tutto. È Ronaldo contro Messi, che si litigano il controllo del mondo calcistico segnando un’epoca che difficilmente potrà essere eguagliata. È stato Mourinho contro Guardiola, il tecnico conservatore in grado vincere regalando l’idea di non soffrire mai, contro l’innovatore, il giovane rivoluzionario che vuole provare a cambiare il sistema. È stato Figo, che dal Barcellona passa al Real Madrid e per ‘riconoscenza’ i tifosi catalani gli tirano una testa di maiale durante il Clasico. È Pique, che non perde occasione per gridare all’indipendenza, nonostante non abbia problemi a vestire la Roja della Nazionale. È ancora Guardiola, che a chilometri di distanza scende in campo in Premier League con un fiocco giallo sul petto, a sostegno di due membri del governo della Catalogna attualmente in carcere. È Florentino Perez, che nel 2009 non sopporta il Triplete vinto dai catalani e si ricandida per la presidenza del Real Madrid, portando nella stessa estate Kaka, Cristiano Ronaldo, Benzema, Arbeloa, Albiol e Xabi Alonso, senza però riuscire a scalfire l’egemonia del Barcellona. È stata in passato e potrà essere, in futuro, Neymar, accostato fortemente ai Blancos. Real Madrid-Barcellona non è mai stata una semplice partita di calcio. Nè mai lo sarà.