Augusto Ciardi

Avete presente le banali verità che ripetiamo a pappagallo dopo averle mandate a memoria constatando la superiorità economica quindi sportiva dei colossi del pallone? Quelle per cui non serve che sia un Nobel per l’economia a svelare l’onnipotenza di Real Madrid, Barcellona, Manchester United e City, Bayern Monaco, Paris Saint-Germain, Chelsea e, in parte, Juventus? Ecco, dimentichiamole, almeno per qualche minuto. Nessuno le smentirà, i fatturati di questi club non imploderanno, però proviamo a capire se si possa ancora fare calcio ad alti livelli e non soltanto piangendosi addosso guardando l’erba del vicino-lontano anni luce. Analizziamo il Piano A, laddove per A si intende Atletico, quello di Madrid, l’esempio più vincente fra le realtà umane, almeno finché, fra stadio nuovo oramai pronto all’uso e l’indotto creato nell’ultimo decennio, a breve anche dal punto di vista economico non entrerà a far parte del gotha mondiale. Passo dopo passo, senza aver vinto alla lotteria come accaduto al club di Parigi o quello di Manchester, sponda City.

Atletico Madrid: tutto ha inizio nel 2010

12 maggio 2010, l’Atletico Madrid batte il Fulham grazie a un gol allo scadere dei supplementari di Forlan  e vince l’Europa League, detta anche coppa europea per spagnole, considerando la loro supremazia e l’inconsistente arrogante superficialità, per esempio, italiana, nell’affrontare la seconda competizione continentale. 12 maggio 2010, siamo già in era emiri, petrolieri, americani spendaccioni. A breve arriveranno i cinesi. Il club madrileno un mese dopo certificherà il bilancio. 122 milioni 886 mila euro. Un anno dopo i ricavi diminuiscono, nel 2011 sono infatti 94,65 milioni di euro. Tenete a mente questi numeri, serviranno per smontare il castello degli alibi italiani, laddove si giustifica l’assenza di vittorie dei molti con l’ingordigia e l’opulenza dei pochi. L’Atletico Madrid è l’esempio lampante di come si possa contrastare due superpotenze in patria e almeno altre cinque in Europa, non costringendo i propri tifosi al più classico dei “grazie lo stesso”, ma esaltandoli con vittorie non casuali in competizioni che contano. Dal 2009-10, l’Atletico ha vinto 1 Liga (2013-14), 1 Coppa di Spagna (2012-13),  1 Supercoppa di Spagna (2014), 2 Europa League (2009-10, 2011-12), 2 Supercoppe europee (2010, 2012). A cui si aggiungono una finale in Coppa di Spagna (2010) e 2 finali sfortunatissime in Champions League (2013-14, 2015-16).

modello atletico madrid

L’Atletico Madrid è l’esempio lampante di come si possa mantenere la competitività e persino vincere pur dovendo rinunciare ai pezzi pregiati della propria rosa. Dal 2007, quando fu ceduto Fernando Torres al Liverpool (30 milioni di euro), sono andati via Aguero (2011, 45 milioni dal Manchester City), Radamel Falcao (2013, 60 milioni di euro dal Monaco) e Diego Costa (2014, 40 milioni di euro dal Chelsea). Le star di una squadra che nel frattempo si è privata anche di Miranda, Felipe Luis, Arda Turan, e nel giro di un anno saluterà anche Antoine Griezmann, degno erede dei frombolieri appena citati. L’importante è sapersi organizzare, piazzare gli uomini giusti nei ruoli strategici. Che non abbiano smanie da protagonisti mediatici, e dimostrino coi fatti come si lavora. Andrea Berta nel 2003, appena sposato, annuncia alla famiglia di lasciare il posto in banca, di lasciare sul tavolo tredicesima e quattordicesima, per non ostacolare più la sua vocazione. “È impazzito”, il commento unanime, fra lo sgomento di madre, moglie e amici più cari. Direttore sportivo del Carpenedolo, terza serie italiana. Presidente Tommaso Ghirardi, che poi lo chiamerà con sé al Parma. Prima di lasciare l’Italia ha lavorato anche nel Genoa. Ed ecco l’Atletico Madrid. Dove El Italiano è Director Tecnico, lavorando a braccetto con Il Director Deportivo Luis Caminero. Pupillo del super manager britannico Peter Kenyon, stimato da Mourinho che ne caldeggia l’ingaggio allo United, corteggiato da Thohir per l’Inter poi diventata cinese. Berta a Madrid sta bene, lui assieme alla moglie e alla figlioletta di sette anni. Sta bene nell’organigramma di un club che ha in Enrique Cerezo il punto di riferimento. Presidente dal 2003, Cerezo era il figlioccio di Jesus Gil, collezionista di sanzioni e inibizioni, costretto all’epoca a mollare il club, indicando nell’attuale presidente l’uomo giusto per l’Atletico. Produttore cinematografico, Cerezo detiene il 17,90% delle quote della società, Miguel Angel Gil Marin ha il 48,81%, mentre la società Wanda Madrid Investment SL detiene il 20% delle azioni. Personaggi noti, tutt’altro che sprovveduti, ma non intenzionati a svenarsi per il Futbol.

L’Atletico Madrid ha un posto nel club elitario del calcio europeo grazie al trading dei calciatori, all’indotto creato dalle vittorie, al senno di chi non fa mai il passo più lungo della gamba ma sa cosa significa il rischio di impresa, sforzandosi di andare anche aldilà delle proprie possibilità sapendo che spendere un po’ di più può significare vincere, e incassare, un po’ di più. Grazie alla pianificazione che porterà i Colchoneros dalla prossima stagione a giocare nel nuovo stadio, che poi sarebbe il vecchio stadio Olimpico di Madrid, inaugurato nel 1992, mai ristrutturato nonostante una delibera nel 2004, e al centro di una trattativa che nel 2008 ha permesso a Cerezo di rilevarlo dall’Ayuntamiento di Madrid, dopo trattativa con i tecnici del sindaco Alberto Ruiz-Gallardon: stadio all’Atletico, cessione formalizzata nel 2015, poco prima del  via ai lavori di ristrutturazione. Il Wanda Metropolitano può ospitare 67 mila spettatori, e si chiamerà così, Wanda, perché il colosso cinese ha acquisito i diritti di naming, oltre che il 20% delle quote azionarie, versando oltre 40 milioni di euro come approccio, nell’ambito di una mira di espansione sul fronte occidentale oramai evidente.

Espansione, ambizione, prospettive: il corso avviato circa un decennio fa dall’Atletico Madrid prevede una crescita costante ma non coniuga i verbi soltanto a futuro. Perché altrimenti all’Atletico passerebbero le giornate a cercare giustificazioni. Il fatturato 2016 ha toccato quota 233 milioni di euro. Record per il club, prima volta sopra i 200 milioni, grazie al cammino in Champions League (finale col Real), all’iniezioni di liquidi da parte dal socio di minoranza Wanda. 233 milioni di euro, contro i 175,1 dell’anno precedente. Crescita notevole, ma leggiamo i numeri delle altre big spagnole. Il Real Madrid nel 2016 ha fatturato 630,9 milioni di euro (660,6 nel 2015, 603 milioni nel 2014). Sempre sopra i 600 milioni di euro da cinque anni a questa parte. 94 milioni di euro in uscita destinati al mercato. Insomma il Real Madrid fattura il triplo rispetto all’Atletico Madrid. Il Barcellona nel 2016 ha fatturato 620.1 milioni di euro. 60 milioni in più rispetto al 2015 (560,7 milioni), mentre nel triennio precedente il fatturato si assestava di poco sotto i 480 milioni. Una differenza abissale delle due superpotenze nei confronti dell’Atletico.

IL MONTE INGAGGI DELL’ATLETICO
Altro aspetto interessante, il monte ingaggi, entrando nel merito della media stipendio per calciatore. L’Atletico Madrid in questa speciale classifica europea di piazza al tredicesimo posto, versando 2,99 milioni di euro in media a calciatore. Ossia ci sono 12 club europei che pagano stipendi medi più alti. Fra questi la Roma (undicesima posizione, 3,42 milioni in media a calciatore), e la Juventus (ottava posizione, 4,6 milioni a calciatore). La classifica è guidata dal Manchester United (6,69 milioni), seguito da Barcellona (6,55), Manchester City (6,29), Real Madrid (5,86), quindi Chelsea, Paris Saint-Germain e Bayern Monaco. L’Atletico Madrid paga in media a ogni calciatore più o meno quanto l’Inter (i nerazzurri pagano in media 2,9 milioni a calciatore), e questo già basterebbe per evidenziare le differenze e la resa diversa partendo da numeri più o meno simili. Se poi pensiamo che l’Atletico Madrid riesce spesso a tenere testa a club della stessa nazione che pagano in media 3 milioni (Real) e 4 milioni (Barça) in più ogni singolo calciatore, e che negli ultimi sette anni ha vinto due volte l’Europa League e due volte è arrivato in finale di Champions League (quest’anno è ancora in corsa), se prendiamo in esame i risultati sportivi e li rapportiamo ai costi di gestione, alle entrate, alle spese, agli stipendi, l’Atletico Madrid deve imporre riflessioni ai nostri club, quelli che accampano la scusa dei fatturati ogni volta che abbandonano una competizione. Che partono dichiarando di voler arrivare in fondo e alzare trofei, salvo piangere miseria quando non si dimostrano all’altezza. L’Atletico Madrid e non il miracolo da una botta e via del Leicester è la certezza che nel calcio il 70% delle volte vince sempre il più ricco. Ma quel 30% delle volte che accade qualcosa di diverso, e devi farti trovare pronto, perché quando vinci in stile Atletico Madrid, la soddisfazione è ancora più grande. E mai casuale.