Francesco Cavallini

Il 30 ottobre per quasi cento milioni di persone al mondo è festa nazionale. Anzi, è come se fosse la festa patronale, tanta è l’aura di mito che circonda il festeggiato. Già, perchè il 30 ottobre di 57 anni fa nasceva a Lanús Diego Armando Maradona. Per alcuni semplicemente Diego, per altri el Diez, per una larga parte di popolazione argentina (e non solo) addirittura D10s. Una commistione profonda tra sacro e profano, in una figura che forse più di tutte ha incarnato tutte le contraddizioni del calcio. Idolo e bersaglio, santificato e dannato. Dategli un pallone e vi rovescerà il mondo. Per il resto, meglio lasciar stare.

Un santo Diego non lo è mai stato, in campo e fuori. Anche quando aveva la sfera ai piedi, nel momento in cui Maradona era semplicemente Dieguito, un ragazzo con la gioia di correre dietro a quell’ammasso di cuoio bianco e nero, di tanto in tanto il suo volto un po’ indio si corrucciava. E a volte si chiudeva la vena. Ma in un mondo in cui il VAR era una pia speranza di pochi e i cartellini venivano tirati fuori molto più di rado, era una questione di sopravvivenza. Anche se poi, alla fine, di eccessi in campo (almeno negativi) se ne ricordano davvero pochi.

maradona compleanno

Stencil in Argentina che raffigura Maradona a Messico ’86

Molti di più i miracoli, quelli sì, che hanno trasformato la storia calcistica di due realtà lontane, ma apparentemente molto simili. L’Argentina e Napoli, entrambe figlie di Spagna, con un’attitudine alla vita (e al calcio) che annulla in un attimo migliaia di chilometri di distanza. Luoghi caldi, passionali, a volte anche troppo. Pronti a sollevare qualcuno alla gloria degli altari e subito dopo gettarlo nella polvere. È successo a tanti, quasi a tutti, persino a Messi. Ma non a Diego. Maradona ha coronato il sogno di un popolo, quello partenopeo, e risollevato lo spirito di un altro, quello argentino, che nel 1986 ha gridato di gioia molto di più che nel 1978, quando sul Mundial casalingo si allungava l’ombra della dittatura.

Angelo e diavolo, santo e peccatore. Capace di numeri incredibili con una naturalezza forse mai più riscontrata su un campo da calcio, ma sempre incentivata da uno spirito ribelle che non è venuto a mancare neanche nei momenti più bui. Impossibile? Non è una parola che rientra nel vocabolario di Diego. Se ci fosse stata, non avremmo potuto assistere ad alcune delle pagine più affascinanti, nel bene e nel male, della storia del pallone. Si può segnare di mano agli odiati rivali inglesi in un quarto di finale mondiale e passarla liscia? In teoria è difficile… Come è difficile, se non davvero impossibile, decidere pochi minuti dopo di dribblare tutta la squadra avversaria partendo dalla propria metà campo e depositare la palla in rete. Come a legittimare la bontà del peccato precedente attraverso un miracolo.

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Altare votivo a Maradona a Napoli

Calciatore divino, ma essere umano come tutti, e come tale profondamente fallace. La vita privata di Maradona è un lungo elenco di errori, di problemi, di controversie. Come se anche questo fosse il contrappasso richiesto dagli dei del calcio per un talento così enorme che risulta complicato credere fosse rinchiuso in un ragazzo di un metro e sessantacinque. Troppo piccolo (si pensava) per il calcio dei grandi, troppo grande per un mondo che lo ha ammaliato, idolatrato, usato e poi distrutto e abbandonato. Ma a Napoli e in Argentina nessuno lo può dimenticare, come del resto chiunque si emozioni nel vedere un pallone su un campo verde. Che sia a Dubai ad allenare un club nel bel mezzo del deserto o a Cuba a fare due chiacchiere con Raul Castro, il compleanno di Diego è sempre un evento segnato in rosso sul calendario. Come la festa del santo patrono.

E allora che si affollino gli altari votivi, che si renda lode al mito, alla leggenda. Trenta ottobre, celebriamo Diego Maradona da Lanùs, santo patrono dei Diez di tutto il mondo. E per sempre unico ed inimitabile D10s.