Francesco Cavallini

Tutto nasce da una scuola e da una panchina. Su di essa dei giovani studenti, una volta usciti dal Liceo Classico Massimo d’Azeglio, poggiavano i libri e si dedicavano a un nuovo sport. Il football. Lo avevano visto praticare più di qualche volta da un gruppo di stranieri che aveva fondato un club, o almeno così lo chiamavano. FC Torinese. E anche quei ragazzi il 1 novembre 1897 decisero che era ora di creare una nuova società. Da buoni latinisti, vollero chiamarla Juventus. Gioventù. In nome di una passione che, anche se nessuno poteva immaginarlo, avrebbe acceso i cuori di molti. Perchè, come diceva uno dei fondatori, Enrico Canfari, invecchia la Juventus, ma nella Juventus non si invecchia. Nasce così lo Sport-Club Juventus, che poi cambierà nome altre due volte, giungendo alla denominazione che tutti conosciamo. Juventus Football Club. Ed il resto, come si dice, è storia.

Dal rosa al bianconero e poi al tricolore

Una storia lunga e complessa, che segue il filo degli eventi della Storia, quella con la S maiuscola, accompagnandola e facendosi da essa accompagnare. Una storia che, a giudicare dalla data e dall’argomento, dovrebbe iniziare in bianco e nero. Ma così non è. Una maglia bianca e calzoni alla zuava, poi camicia rosa e papillon. Che elegantoni questi ragazzi torinesi. Ma Gordon Savage, che è il primo straniero nella storia juventina, torna dalla sua Nottingham con un regalo. Le maglie del Notts County, una squadra talmente antica da essere nata prima della stessa Football Association. Un ottimo modello a cui ispirarsi. E quelle strisce bianconere, in fondo, non sono così male. Diventeranno un simbolo che travalica i confini nazionali.

compleanno juventus

Confini in cui la giovane Juventus fa bene, molto bene. Nel caotico football dell’anteguerra si aggiudica un titolo di campione d’Italia, il primo di una lunghissima serie, nel 1905. L’anno successivo, a causa di dissapori interni, una parte dei membri fondano il Torino. Nasce così il derby della Mole, il più antico d’Italia. La giovane Juventus, non certo ancora Vecchia Signora, ne soffre e rischia l’oblio sportivo. Ci vorranno quasi vent’anni per tornare a vincere. E un nuovo presidente, con un cognome che diventerà sinonimo di Juve. Edoardo Agnelli, figlio del fondatore della FIAT, Giovanni. Nasce un sodalizio inscindibile, che tra alti e bassi si avvia a compiere cent’anni. Che regala la codificazione del cosidetto stile Juve: eleganza, professionalità e mentalità vincente. E che porterà al club bianconero 32 dei 33 Scudetti in bacheca, alla media di uno ogni tre stagioni.

La Fidanzata d’Italia domina il calcio nazionale

Si comincia nel 1926, per proseguire con stile negli anni Trenta. Nell’Italia del Ventennio c’è la Juventus del Quinquennio, che tra 1930 e 1935 non lascia alle altre neanche le briciole. Dei ventuno azzurri che si aggiudicano la Coppa del Mondo 1934, nove giocano con la Juventus. Nasce il cosidetto Blocco Juve, il primo di tanti nella storia della Nazionale. Ma il destino, sotto forma di un incidente aereo, porta via la giovane vita di Edoardo Agnelli e con essa anche le vittorie. Ci vorrà l’arrivo di suo figlio Gianni, per tutti l’Avvocato, per tornare a dominare in Italia. Perchè questo è ciò che spesso la Juventus fa. Domina. Vince con regolarità impressionante, nonostante qualche periodo di appannamento più o meno lungo.

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La Juventus del Quinquennio

E divide. La Juventus o si ama o si odia. È il club italiano con più tifosi, ma anche quello con più detrattori. Per molti è il simbolo del potere economico (e politico) della famiglia Agnelli. E poi, in fondo, chi vince spesso sta sempre un po’ antipatico. “Spesso” significa quattro volte tra la fine della seconda guerra mondiale e gli anni del boom economico. Nel 1958 la Juventus diventa il primo club a potersi fregiare della stella, il simbolo che certifica la vittoria di dieci scudetti. Per raddoppiarla ci vorranno appena ventiquattro anni. Perchè dopo un altro decennio avaro di soddisfazioni, dominato dalle rivali milanesi, i bianconeri cominciano un nuovo ciclo. Ed è in quel periodo che lo stile Juve produce i suoi migliori risultati. Nove titoli tra il 1972 e il 1986, conditi da polemiche infinite e da trofei portati a casa anche in Europa. Vincere è l’unica cosa che conta, sostiene la bandiera juventina Boniperti. E più di qualcuno crede che a Torino questo motto venga preso un po’ troppo sul serio.

Juventus grande in Italia e in Europa

Nel mezzo, nel 1985, a pochi anni dal centenario, c’è il momento più triste. Che in teoria dovrebbe coincidere con la gioia più grande, che però in realtà viene quasi cancellata dalla tragedia. All’Heysel di Bruxelles muoiono 39 persone. E poco importa che su un campo insanguinato la Juventus riesca finalmente ad alzare la Coppa dei Campioni, dopo una serie di delusioni europee che sembrava infinita. Ma ci sarà tempo per rifarsi, undici anni dopo, con una squadra piena di stelle, come quella su una strana maglia blu indossata una sera più bella delle altre all’Olimpico di Roma. Si festeggiano i cento, vincendo, come sempre. Poi, col nuovo millennio, arriva una storiaccia.

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La Juventus è campione d’Europa per la seconda volta nel 1996

E con essa il processo, l’onta della Serie B, un’ombra che scalfisce l’immagine di una Signora che va per i centodieci. Ma che conserva lo spirito di una ragazzina e che, come tanto tempo fa, dopo un periodo buio torna a dominare. Uno, due, tre, quattro, cinque, gli Scudetti consecutivi diventano addirittura sei, un record che solo a pensarlo fa paura. E per festeggiare un altro decennio si punta al settimo, perchè invecchia la Juventus, ma non il suo spirito. Vincere è l’unica cosa che conta. E allora auguri, Vecchia Signora del calcio tricolore. Centoventi e non sentirli.