Redazione

Il Chelsea di Conte si ritrova nel momento più difficile e contro l’avversario più complicato possibile. Lo United è quanto di peggio si possa incontrare per uscire da una crisi. E invece i Blues risorgono dalle ceneri. Decide Morata, ma è una vittoria di squadra. Il discorso per il titolo è con ogni probabilità comunque chiuso, ma intanto i campioni d’Inghilterra si riassestano in zone più consone alle ambizioni del club. Mourinho soffre parecchio: esce ridimensionato dalla sfida ed è a distanza siderale dai vicini di casa, che dalla domenica di Premier escono particolarmente felici. Ha vinto il Chelsea, ma anche e soprattutto il City.

Muscoli e qualità “made in Blues”

Il Chelsea attacca lo United alto, costringendolo a non giocare o comunque a lavorare solo palloni sporchi. I Blues si mangiano erba e avversari, dividendosi gli spazi. Bakayoko ha una missione: accompagna Kante nel limitare Matic. Forse (anche senza forse) per dimostrare che il tecnico non si è sbagliato nel cedere il serbo per fargli spazio. I due centrocampisti rispondono, come tutta la squadra, che gioca come Conte si aspetta: partecipazione, testa, muscoli e cuore.

Morata, uno abituato a ragionare in spagnolo, piuttosto che in inglese, non trotterella. Mostra caparbietà, carattere e determinazione. Roba che, se interpretasse sempre così il proprio ruolo, sarebbe uno dei migliori attaccanti del mondo. Lo spagnolo gioca una partita impreziosita dal gol, ma comunque ottima. Pressa, si propone, detta il passaggio, gioca con e per i compagni. In due parole: si sacrifica. Un verbo che il Chelsea torna a declinare dopo diverse settimane di assenza ingiustificata.

Conte lancia un segnale importante

Conte abbraccia i “suoi” giocatori. Quelli che ha messo in campo. Ci vuole coraggio a non convocare David Luiz, uno dei “figliocci” di Abramovich, nella partita che rischiava di essere l’ultima a Stamford Bridge. Una scelta a rischio, una caduta senza paracadute, specialmente nel riproporre Rudiger dopo la notte da incubo del tedesco in Champions. Invece Conte ha avuto ragione. É stato premiato per il suo coraggio. Una grande vittoria, condivisa con tutto lo stadio che intona il suo nome, seppur con inflessione tutta britannica: “Ancionio, Ancionio”. Altro che alla porta. Conte ha ancora molto da dire. Poi, probabilmente, sarà lui ad andarsene. Il destino sembra comunque segnato. Non ora, non adesso. Quasi sicuramente a giugno, ma senza rimpianti. E senza lasciare nulla di intentato.