Francesco Cavallini

Prima uno striscione, rigorosamente in rossonero. Poi sono volate mazzette di dollari. Ovviamente finti, mica veri come quelli con cui le società europee potrebbero riempirgli le tasce. Gigio Dollarumma, pardon, Donnarumma non sembra averne risentito e nel secondo tempo del match contro la Danimarca si è anche esibito in qualche specialità della casa. Eppure il caso è emblematico. Siamo in Polonia, 1300 km, metro più, metro meno, da Milano. Non c’è di scena la squadra rossonera, ma l’Under-21 azzurra. E nonostante tutto ciò, dei tifosi del Milan al seguito della nostra Nazionale hanno voluto mostrare al loro (ex?) portiere tutta la delusione per il mancato rinnovo del contratto.

Gigio non è il primo e non sarà l’ultimo a subire una contestazione. Nella maggior parte dei casi, però, i fischi e gli striscioni (i soldi finti sono un divertente optional) arrivano per le prestazioni in campo, che quando non vengono ritenute sufficienti bastano e avanzano per scatenare la rabbia di una tifoseria. Ma accade anche, seppure non di sovente, che qualcosa di detto, di fatto o di non fatto (come in questo caso) sia in grado di far rivoltare i supporter contro chi fino a qualche giorno prima magari era un idolo assoluto. Basti pensare alla parabola di Dani Alves, un mese fa eroe di Coppa Italia e ora parìa e indesiderato a Torino per via di qualche parola (social) di troppo.

Icardi e l’autobiografia incriminata

Storia abbastanza recente quella di Mauro Icardi, bomber e capitano della nuova Inter. Pessima idea quella di raccontare, in un passo della sua autobiografia, un diverbio un po’ troppo acceso di qualche tempo prima con i suoi tifosi. L’argentino aveva sfidato la curva, ricordando le sue origini da ragazzo del barrio e minacciando di far arrivare cento amici argentini per scontrarsi con chi lo contestava. Episodio passato in cavalleria, ma che messo nero su bianco ha scatenato la reazione dei supporter nerazzurri.

inter pirelli

24 gol in campionato per Mauro Icardi

Icardi viene fischiato prima del match contro il Cagliari, sbaglia un rigore e contribuisce alla sconfitta casalinga dei suoi contro i sardi. A fine partita la rabbia nerazzurra monta e arriva addirittura sotto casa del capitano interista. Striscione, un assembramento davanti al portone e cori di scherno. Fortunatamente, la storia finisce lì. Rettifica immediata e ritiro delle copie incriminate, scuse da parte del capitano e contestazione, più o meno, rientrata. Per poco, perchè la deludente stagione dell’Inter 2016/17 ha una coda polemica che non risparmia neanche Icardi. Che comunque, con le sue 26 reti complessive, pare uno dei meno colpevoli dell’intera questione

L’amaro addio di Paolo Maldini

Ci sono poi simboli, bandiere, uomini che per decenni hanno indossato con onore e passione la stessa maglia e che solo per questo meriterebbero una dispensa da qualsiasi tipo di contestazione, più o meno pesante. Ma a volte i tifosi riescono anche a passare sopra al palmares e alla carriera più luminosa. Flashback al 24 maggio 2009, quando a San Siro va in scena qualcosa che definire semplice irriconoscenza è pura arte eufemistica. Per colpa di vecchi attriti mai del tutto sedati, l’addio al calcio (e al Milan) di Paolo Maldini da festa si trasforma in disastro.

La storica maglia numero 3 di Paolo Maldini

Franco Baresi, c’è solo Franco Baresi, urla la Curva Sud, mentre viene srotolato uno striscione. C’è solo un Capitano. Ma anche lì, ben campeggia il numero 6 del grande Franco, non il 3 del Paolino nazionale. Che non la prende bene, anzi. Il resto dello stadio cerca di coprire i cori e inneggia al campione che se ne va, ma non è abbastanza. Un giro di campo frettoloso (saltando a pie’ pari la Sud), niente premiazione, niente festa con i compagni. Niente di niente. La motivazione è da ricercarsi nei commenti, mai teneri, rivolti negli anni da Maldini alla tifoseria durante passate contestazioni. Le antiche ruggini non vengono cancellate neanche davanti a 902 presenze, otto finali di Coppa dei Campioni e 26 trofei. Davvero un peccato.

Doppia razione di fischi per Neuer

E infine ci sono due storie simili, entrambe legate in qualche maniera al calciomercato. Due acquisti non molto digeriti, che sfociano in contestazioni epiche. È il caso di Manuel Neuer, che a venticinque anni lascia lo Schalke04 della sua Gelsenkirchen per approdare in Baviera, alla corte del Bayern Monaco. È un trasferimento che fa scalpore, non solo perchè parliamo di uno dei migliori estremi difensori del mondo. La partenza di Neuer dalla Vestfalia e il suo successivo arrivo a Monaco sono segnate da reazioni a dir poco sopra le righe delle due tifoserie.

Neuer con la maglia dello Schalke04

Iniziano quelli dello Schalke, che in qualche maniera vanno anche compresi, se non nei modi, almeno nelle motivazioni. Alla notizia della conclusione dell’affare, il faccione del portiere finisce su tutti i giornali cittadini ed i siti dei tifosi a mo’ di ricercato. Il capo d’accusa, se così si può dire, è alto tradimento. Il calciatore tifoso del club per cui gioca (vi dice nulla?), che fino a qualche giorno prima aveva orgogliosamente dichiarato che non sarebbe mai andato a difendere la porta del Bayern, acerrimo rivale dello Schalke, improvvisamente prende il primo volo per la Baviera. Non si fa. Come però non si impiccano manichini (e anche qui fischieranno le orecchie a qualcuno) con tanto di maglia rossa ai ponti della città.

Ma se Neuer pensa, con il trasferimento a Monaco, di distrarsi dalla contestazione dei suoi ormai ex tifosi, ha capito male. Incuranti del valore tecnico del portiere, i fans bavaresi lo accolgono con freddezza e diffidenza. Fino a prova contraria, Neuer è un nemico. Anzi, per lui, tifoso dichiarato dello Schalke, viene creato un apposito codice di comportamento. Gli è vietato di cantare l’inno del club, di baciare lo stemma e addirittura di avvicinarsi troppo alla Curva Sud dell’Allianz Arena, il cuore caldo della tifoseria del Bayern. Sei anni, cinque Meisterschale e una Champions League dopo, il passato in blu di Neuer sembra essere dimenticato, almeno a Monaco di Baviera. Non a Gelsenkirchen, dove il traditore è ancora (logicamente) ricoperto di fischi ad ogni apparizione sul manto verde della Veltins-Arena.

Manfredonia fa scindere il C.U.C.S.

L’ultimo caso, almeno nell’ormai arcinoto ambiente romano, è diventato praticamente questione di stato. Lionello Manfredonia, romano, nato e cresciuto nella Lazio, torna nella Capitale nel 1987 dopo due stagioni alla Juventus. Il problema però è la sponda del Tevere scelta, perchè non si tratta della seconda esperienza biancoceleste del calciatore, ma di un controverso trasferimento alla Roma di Dino Viola, che lo acquista dai bianconeri per 3 miliardi di lire. Apriti cielo. Un giocatore preso dalla Juventus ed ex bandiera della Lazio? Quanto di peggio la Curva Sud possa immaginare.

Manfredonia con la maglia della Lazio

Stavolta però a rimetterci non è il calciatore (che terminerà drammaticamente la sua carriera con un arresto cardiaco in campo, fortunatamente non fatale), ma la tifoseria romanista. Il C.U.C.S., lo storico Commando Ultrà Curva Sud, esce da questa storia con le ossa rotte. Il gruppo che nel 1977 aveva dato vita al sodalizio dei supporter giallorossi si spacca e tra i seggiolini dell’Olimpico si consuma una drammatica scissione. Nasce il G.A.M., Gruppo Anti Manfredonia, che non perde occasione di dedicare cori e striscioni all’ex giocatore di Lazio e Juventus. La parte meno oltranzista, convinta che una volta indossata la maglia giallorossa un calciatore vada sostenuto sempre e comunque, si riorganizza e si dà la denominazione di Vecchio CUCS.

La Sud viene quindi spartita per criterio di appartenenza (all’epoca ancora niente barriere o biglietti nominali), ma è impossibile tenere a distanza le due opposte fazioni, che si sfidano a colpi di canti e di fischi. Durante un match di Coppa Italia, poi, la situazione degenera, con l’esposizione da parte del GAM di uno striscione con su scritto “Indegno, levati quella maglia”. Ne nasce una enorme rissa, sedata a fatica, che certifica la scissione del Commando Ultrà. La questione Manfredonia, anche complice il ritiro forzato di Lionello, verrà poi quasi dimenticata, lasciando però integre rivalità calcistiche e persino economiche, con un duro scontro sulla paternità del “marchio CUCS”.  Che negli anni Novanta diventa sempre più un vuoto contenitore, anche e soprattutto a causa delle continue scissioni. Lo storico striscione dei tifosi giallorossi smette di essere esposto nella stagione 1999/2000. Ma in fondo, tutto nasce nell’estate del 1987. Quando si dice spaccare la curva