Francesco Cavallini

La bacheca è ora completa. Mancava un piccolo grande tassello, quello che nessuno, nè Matt BusbyAlex Ferguson, era riuscito a portare ad Old Trafford. Mancava, perchè ora anche l’Europa League, la buona vecchia coppa UEFA, fa bella mostra di sé nella stanza dei trofei del glorioso Manchester United. Merito di Josè Mourinho e dei suoi ragazzi, che con una cavalcata trionfale sono andati a conquistare la Coppa nei giorni più tristi, portando a Stoccolma il cuore infranto di una città intera. E grazie alle reti di PogbaMkhitaryan i Red Devils fanno finalmente cinquina, con tre Coppe Campioni, una Coppa delle Coppe ed ora anche l’Europa League. Cinque trofei importanti, ognuno con un valore molto particolare, come dimostrano le altre quattro…

29 maggio 1968 – Coppa dei Campioni – Manchester United – Benfica 4-1

Lo United che nel 1968 arriva a Wembley è figlio di una fiaba. Non una favola, no, perchè non c’è niente di favoloso nell’inizio di questa storia. Un aereo che si schianta durante il decollo, le fiamme e poi le lacrime. Qualcuno che a Monaco di Baviera era nella carlinga del maledetto volo 609 è in campo per la finale. C’è Bobby, il grande Bobby Charlton. In difesa governa Bill Foulkes. In panchina Matt Busby, padre putativo di quei giovani, che nel suo cuore non si perdonerà mai la tragedia. Loro ci sono, ma manca più di qualcuno. Geoff, Roger, Eddie, Mark, David, Tommy, Billy e Duncan. Eppure qualcuno giurerà di averli visti festeggiare.

Festeggiano perchè lo United, come l’Araba fenice, rinasce dalle ceneri di una tragedia che sembra infinita e crea un’altra grande generazione, che porta a compimento tutti i sogni di quella precedente. Accanto a Charlton arriva Law e fiorisce Best, genio e sregolatezza. C’è il buon senso di Stiles, meno calcio e un po’ più di calci. Dall’altro lato del campo c’è il Benfica di Eusebio, già due volte campione. Quarantacinque minuti di studio, poi i fuochi d’artificio. Avanti lo United, pareggiano i portoghesi. Si va ai supplementari e a quel punto del match si sveglia George. Un attimo, giusto quello che serve per trasformare un rilancio di Stepney in occasione, togliendo il tempo al difensore e depositando in rete dopo aver superato anche il portiere. Finirà 4-1 e i Red Devils possono alzare quella coppa al cielo. Per tutti i tifosi, ma anche per qualcuno in più…

15 maggio 1991 – Coppa delle Coppe – Manchester United – Barcellona 2-1

Per il rotto della cuffia. Già, perchè la FA Cup che permette allo United di partecipare alla Coppa delle Coppe 1990-91 è la sliding door della storia recente del club. Se quella finale fosse andata in un’altra maniera, probabilmente la pazienza della dirigenza per quel signore scozzese, sulla panchina da ormai quattro stagioni senza vincere neanche la riffa della parrocchia, sarebbe finita. E invece lo United trionfa e può imbarcarsi per una trionfale campagna europea, la prima di una squadra inglese dopo la squalifica quinquennale per i fatti dell’Heysel. È un Manchester solido, compatto, che gioca un 4-4-1-1 senza troppi fronzoli. guidato da Captain Fantastic Bryan Robson.

Gli altri fanno paura, e non potrebbe essere altrimenti. Il soprannome Dream Team arriverà l’anno successivo, ma il Barcellona che scende in campo a Rotterdam è praticamente quello che vincerà la Coppa dei Campioni 1992. In panchina Cruijff, in campo Laudrup, Koeman, Salinas e Begiristain. Effettivamente, c’è da preoccuparsi. Il match esplode nella ripresa, quando il Barça pensa più a guardarsi allo specchio che a posizionarsi su un calcio di punizione dalla trequarti. Bruce anticipa tutti compreso Busquets, autore di un’uscita disastrosa, e Mark Hughes può gettare il pallone in rete indisturbato. Cinque minuti dopo è sempre il gallese a fare a pezzi la difesa catalana, mal posizionata su una palla rubata durante una ripartenza. Poi segna Koeman su punizione, ma serve a poco. Primo trionfo europeo dell’era Ferguson. E non sarà certo l’ultimo.

26 maggio 1999 – Champions League – Manchester United – Bayern Monaco 2-1

Who put the ball in the German net? La risposta a questo semplice interrogativo è una sola, Ole Gunnar Solskjær. Non che abbia segnato solo lui nella magica serata del Camp Nou, ma la sua rete capitalizza un momento calcistico forse irripetibile e che di certo i calciatori del Bayern Monaco non augurano neanche al loro peggior nemico. In Catalogna si sfidano lo United di Ferguson e lo squadrone teutonico di Hitzfeld. Gli inglesi, ormai orfani di Cantona, schierano la mitica generazione del ’92 solo a metà, perchè nè Scholes nè Phil Neville sono in campo. Ma Giggs, Beckham, Butt e Gary Neville sono pronti a fare faville.

Peccato che il primo acuto sia tedesco, con Mario Basler che sorprende incredibilmente Peter Schmeichel sul proprio palo con una punizione velenosa. La partita è appena iniziata, ma i minuti passano inesorabili. Il fortino bavarese tiene, nonostante gli assalti sempre più disperati dei Red Devils che lasciano sempre più spazio al contropiede del Bayern. Il portierone danese si redime dall’errore, ma non abbastanza, almeno secondo lui. Spinto dal senso di colpa, si lancia nell’assedio in pieno recupero su un corner. La palla non la tocca neanche, ma fa abbastanza confusione nella mischia che si crea da mandare in tilt la difesa tedesca. Sul tiro con poche pretese di Giggs tutti si dimenticano totalmente Sheringham, che al novantunesimo pareggia. Il resto è storia, anzi, leggenda. Due minuti dopo, Solskjær guadagna un altro calcio d’angolo. Beckham mette la sfera sulla testa del solito Sheringham, che gira bene, ma non troppo. In traiettoria c’è però il piccolo norvegese, che con una zampata sotto porta regala allo United una Champions League insperata che sa di impresa.

21 maggio 2008 – Champions League – Manchester United – Chelsea 1-1 (6-5 d.c.r.)

Tutto in un secondo. Il derby di Champions tra lo United del solito Ferguson ed il Chelsea di Grant (che nel settembre 2007 aveva sostituito Mourinho) si decide ai rigori. I centoventi minuti sul campo non sono bastati ad assegnare la Coppa. A Cristiano Ronaldo ha risposto Lampard, poi le due squadre si sono arroccate, più spaventate dal rischio di prendere gol che stimolate a tentare l’assalto alla porta avversaria. E quindi ci vuole la lotteria dagli undici metri, in uno stadio Lužniki di Mosca abbastanza freddo nonostante il clima primaverile. Nella lista dei rigoristi del Chelsea manca Drogba, espulso pochi minuti prima del fischio finale.

Il terzo penalty potrebbe essere quello decisivo. Sul dischetto va Ronaldo, non ancora CR7 ma semplicemente Cristiano, ventitré anni di talento puro, perfettamente esemplificato dalla splendida rete di testa che aveva aperto le marcature. Ma il killer instinct del Ronaldo dei record ancora non è del tutto sviluppato e se ne accorge lo United quando il portoghese, dopo la sua classica rincorsa, centra Cech con un rigore debole e centrale. La palla del match ce l’ha John Terry, il capitano dei Blues. Ma l’erba dello stadio russo tradisce gli uomini di Abramovich, perchè Mister Chelsea incredibilmente scivola e calcia a lato il rigore che vale la coppa. Un altro miracolo dopo quello di Barcellona? Sì, perchè si va ad oltranza e a sbagliare è Anelka, regalando ai ragazzi di Ferguson il terzo successo nella regina delle competizioni continentali, l’ultimo titolo europeo dello United prima della splendida notte di Stoccolma.