Francesco Cavallini

Il prossimo venti agosto, Daniele De Rossi diventerà grande. Certo, per i tifosi della Roma resterà sempre Danielino, il ragazzino con la zazzera bionda e con il numero 27, quello che a diciannove anni gioca la sua prima partita da titolare da titolare all’Olimpico e segna. Un predestinato, sin da quel lontano 2002. E già allora molti nella Capitale sono pronti a scommettere che dopo il Capitano (quello con la C maiuscola e con la maglia numero 10) la fascia toccherà a lui, tanto che per De Rossi viene coniato un soprannome apposito. Capitan Futuro. Eppure questo futuro ci mette tanto ad arrivare. Anche un po’ troppo. La fascia, per forza di cose, gli finisce al braccio sempre più spesso, ma la longevità agonistica di Totti “complica” le cose e rende Daniele sempre il secondo in grado, quasi un semplice supplente.

Passano gli anni. De Rossi cresce, matura. E, come tutti, invecchia. Cominciano le facili ironie, i paragoni con Carlo d’Inghilterra, l’eterno Principe che forse non sarà mai Re. E quel soprannome, da sempre segno di stima e di affetto, comincia a pesare. Più che Capitan Futuro, si mormora, se continua così diventerà Capitan Passato Remoto. Il rapporto con Roma e con la Roma, forte, autentico, viscerale, rischia più volte di spezzarsi. Colpa di polemiche, voci di popolo, leggende metropolitane più o meno plausibili. Alla fine il cuore (i suoi critici aggiungeranno e il portafogli) ha più volte deciso che faceva troppo male l’idea di lasciare quella che, nel bene e nel male, è sempre stata casa sua. Anche qualche settimana fa il dubbio si era insinuato. Ma come da copione, è arrivata la tanto attesa firma che allunga il suo matrimonio con i colori giallorssi fino al 2019.

Un giovanissimo Daniele De Rossi nella stagione 2002/03

Ma non saranno due stagioni come tutte le altre. Per la prima volta, dopo più di tre lustri, quando De Rossi girerà lo sguardo non troverà accanto a sé il sorriso guascone di Francesco Totti. Il figlio prediletto di Roma, il Dieci Eterno, l’Unico Capitano non indosserà più quella maglia che per lui e Daniele è più di una seconda pelle. E la fascia, quella fascia, che come le insegne delle legioni rappresenta l’orgoglio di un popolo intero, toccherà a lui. Ci sono voluti quindici anni, ma Capitan Futuro è finalmente diventato Capitan Presente. Ma è sbagliato immaginare rose e fiori, corone d’alloro e archi di trionfo. Non sarà una passeggiata. Volente o nolente, l’immensa figura del Capitano, a cui non verrà certo cambiato il soprannome solo perchè (forse) ha appeso gli scarpini al chiodo, non sparirà da un giorno all’altro dalla memoria dei tifosi giallorossi. I paragoni, inutile dirlo, saranno automatici.

E non potrebbe essere altrimenti. Francesco e Daniele, così uguali e così diversi. Romani e romanisti, tifosi prima che calciatori. In questo si sono sempre somigliati, nonostante i modi opposti con cui hanno scelto di esprimere questo amore incondizionato per la squadra e per la città. Totti è stato per una vita il re dello sfottò, il perfetto ritratto del giallorosso amante della cojonella, quello che ti prende in giro così bene che a volte neanche te ne accorgi. De Rossi non ne è capace. È sincero, diretto, ai limiti del cinico e quasi del maleducato. La sua schiettezza è sempre stata un’arma a doppio taglio, esaltata dai suoi fan e deplorata dai suoi detrattori, che nella Città Eterna sono molti di più di quanti sia lecito immaginare.

Chi va all’ossessiva ricerca del titolo, della frase a effetto, con Daniele De Rossi va sul sicuro. Le sue interviste banali si contano sulle dita di una mano. Nel confronto verbale, lo zero a zero non è contemplato. Neanche in quello fisico, fondamentale del calcio e della vita in cui talvolta De Rossi ha ecceduto. La famosa vena sul collo, orgoglio di una tifoseria che vorrebbe emularlo nella sua foga agonistica, ogni tanto si chiude. Gesti e parole censurabili, atteggiamenti un po’ troppo sopra le righe, ma senza mai la voglia di nascondersi dietro a un dito. Siamo umani. Si sbaglia, si chiede scusa, si va avanti. In campo come nella vita, anche quando la dolorosa separazione da Tamara lo rende quasi irriconoscibile agli occhi dei suoi tifosi.

de rossi rischio addio

De Rossi e Szczesny festeggiano una vittoria

Proprio su questo improvviso (seppur giustificato) calo delle prestazioni, più di qualcuno ha voluto creare una incomprensibile contrapposizione tra la Roma giallorossa ed uno dei suoi simboli. Daniele diventa quello che non gioca più da tre anni, che ha la pancia, che non vale gli ormai famigerati sei milioni di stipendio che la società gli corrisponde. Gli stessi che minacciavano la guerra civile in caso di mancato rinnovo del suo contratto diventano quelli che ne invocano a gran voce la cacciata, o perlomeno l’esclusione dagli undici titolari. Il tifo romanista si sfalda, si divide, si attacca. C’è chi sta con De Rossi, chi è contro e chi (a dire il vero la maggioranza) ancora oggi si chiede come si possa essere arrivati a questo punto.

Per fortuna sua e della Roma, Daniele è tornato ad essere sereno, felice, circondato dai suoi affetti e dal calore del suo pubblico. L’età è quel che è, da quando l’uomo ha inventato il pallone i trentaquattro anni rappresentano quasi sempre lo spartiacque della carriera, l’inizio di un lento ma inesorabile declino, soprattutto per chi fa dello strapotere fisico la sua arma migliore. Ma anche se la velocità non è più quella di un tempo, De Rossi, come un buon vino, invecchiando migliora, almeno in alcuni fondamentali. Recupera l’esplosività perduta con un innato senso della posizione, non riuscendo a volte a contrastare efficacemente ha dovuto sviluppare il senso dell’anticipo e si è riscoperto decisivo in zona gol. Le quattro reti della stagione 2016/17 sono arrivate nel momento fondamentale, quando la Roma doveva difendere il secondo posto dagli assalti del Napoli, e in match non certo banali. Lazio, Milan e Juventus, oltre al momentaneo 2-1 nella già leggendaria partita contro il Genoa.

E proprio da quel match ripartono De Rossi e la Roma, dalle lacrime del numero 16 durante il giro di campo di Totti. Lacrime da vero tifoso in campo, talmente sopraffatto dall’emozione da non riuscire a guardare negli occhi quello che per sedici lunghi anni è stato (e sarà sempre) il suo Capitano. De Rossi, parole sue, ha avuto anche la possibilità, negata ai comuni mortali, di criticare Totti quando ce n’è stato bisogno. Sempre ovviamente all’interno dello spogliatoio, seguendo l’aurea massima che suggerisce di lavare i panni sporchi in casa propria. Ma anche se sei Daniele De Rossi, affrontare un’icona come il Numero 10 richiede coraggio. Qualità che per fortuna al biondo lidense non è mai mancata. Se a ventitré anni subentri in una finale mondiale al rientro da una squalifica di tre giornate, prendi il pallone e spari il tuo rigore dove nessun portiere al mondo può arrivare (con il rischio di fare una figuraccia in mondovisione), beh, gli attributi di certo non ti mancano.

L’abbraccio di Totti con Daniele De Rossi

Lo stesso coraggio che spesso e volentieri lo ha portato davanti alle telecamere dopo prestazioni della squadra troppo brutte per essere vere, con lo sguardo severo e austero di chi sa che sta per dire delle verità forse scomode, ma che faranno il bene della Roma. De Rossi non ha mai risparmiato critiche, a se stesso prima ancora che agli altri. Ha sempre saputo riconoscere i propri errori e imparare la lezione per il futuro. Certo, alcuni vizietti non se li è mai tolti (per informazioni chiedere alla Curva Nord, di recente “omaggiata” di un saluto non proprio irreprensibile), ma lì c’è poco da fare, è il tifoso che esce fuori in maniera prepotente e incontrollabile. Se Daniele De Rossi non fosse in campo, sarebbe dall’altra parte del vetro, a schiumare rabbia e passione come chiunque fa della Roma la sua ragione di vita. Lo si capisce dalle giornate in cui siede in panchina, con quello sguardo malinconico che si illumina ad ogni azione pericolosa e quelle gambe impossibili da controllare, che scattano come una molla ogni volta che un compagno di squadra gonfia la rete.

Viene quindi difficile pensare che qualcuno possa effettivamente disconoscere il valore del ragazzo, prima ancora che del calciatore, quando per la prima volta indosserà la fascia da “vero” capitano giallorosso. Succederà, perchè Roma è anche questo, è patrizi contro plebei, è Optimates contro Populares, guelfi contro ghibellini. Sembra fatta apposta per dividere e per dividersi. Ma De Rossi non se ne curerà, perchè ormai queste cose le sa benissimo. È cresciuto, da ragazzo è diventato uomo. E tra qualche mese prenderà quel gagliardetto che ormai conosce a menadito e andrà al centro del campo a stringere mani e scegliere monetine come se non avesse mai fatto altro nella vita. Poi magari si girerà, darà un buffetto ad Alessandro Florenzi, il più giovane della stirpe dei figli di Roma, e da bravo capitano e fratello maggiore lo catechizzerà. Impara bene, perchè fra poco tocca a te.