Redazione

Il pallone è mio e lo gestisco io. Inno femminista adeguato al calcio in salsa rosa. Protagoniste, le calciatrici danesi che minacciano lo sciopero. Anche se incrociare i tacchetti significa gettare alle ortiche la qualificazione al mondiale 2019. La Danimarca, fra l’altro è vice campione d’Europa e si presenterebbe alla kermesse con ottime possibilità di vincere.

Oggetto del contendere: i soldi

Anche le donne litigano per i soldi. Eccome: la nazionale danese rinuncerà a giocare il match decisivo con la Svezia fino a che la Federazione non sbloccherà la trattativa sugli stipendi da percepire. Le ragazze hanno proposto un aumento salariale che può essere ricoperto con una percentuale dei ricavi dei biglietti venduti per le partite della nazionale. La polemica non è neanche nuova: anche il mese scorso le danesi sono state sul punto di non scendere in campo e solo l’intervento della nazionale maschile ha scongiurato la figuraccia internazionale. Un mese dopo, la situazione è ancora sul punto di partenza.

Il nodo è strettamente contrattuale…

Il problema della Danimarca femminile affonda le radici nell’oggetto stesso della prestazione sportiva: le calciatrici danesi non sono dipendenti della federazione che, da questo punto di vista, non ha alcuna intenzione di compiere passi indietro. Anzi. É arrivata persino ad accusare gli uomini, “rei” di non aver agevolato i negoziati. Sarebbe interessante chiedersi quali siano, a questo punto, i punti del tavolo di concertazione.

Il problema, meramente economico

Anche perchè il problema è più grave di quello che sembra: le giocatrici incassano dalla federazione 300 euro per ogni impegno ufficiale (per le amichevoli non è previsto nessun tipo di rimborso) ma non sono considerate dipendenti, anche se passano circa 70 giorni l’anno a disposizione della nazionale. Un rimborso spese inaccettabile per alcune giocatrici, che fanno altri lavori e spesso sono obbligate a prendere giorni di ferie o permessi pur di non saltare raduni e partite.