Francesco Cavallini

La Roma non si discute, si ama, ebbe a dire Renato Rascel. Nei giorni di burrasca e in quelli senza vento, come recita una canzone dedicata alla Città Eterna. E se dopo una vittoria come quella contro il Chelsea è più facile essere felici e orgogliosi di essere romanisti, non è mai semplice essere Daniele De Rossi. Neanche nelle serate più belle, figurarsi in quelle in cui nulla sembra andare per il verso giusto. E se non basta neanche un secondo tempo ai limiti della perfezione contro i Blues a convincere i suoi detrattori, beh, c’è da chiedersi cos’altro dovrebbe fare il centrocampista romano. Che, almeno a sentire alcuni infelici giudizi sul suo conto, sarebbe ormai un calciatore in fase calante. Che poi la carta di identità stia lì a sottolineare che non si può essere giovani per sempre, viene in mente a pochi.

Il problema attuale del capitano della Roma è che paga un inizio di campionato claudicante, nel vero senso della parola. Dietro le prestazioni non eccellenti, dietro una condizione fisica che lasciava più di qualche dubbio sull’effettivo apporto di De Rossi al gioco, c’era un dolore al ginocchio, che ne ha spesso pregiudicato la facilità di movimento. E sono arrivate le critiche, perchè a Danielino, come lo chiamano affettuosamente i tifosi, che ancora hanno davanti agli occhi il ragazzo coi capelli biondi che ha esordito nel lontano 2001, spesso non si perdona nulla. O almeno, su di lui più di qualcuno ha sempre qualcosa da ridire. Tra leggende metropolitane e riferimenti più o meno velati alla sua vita privata, nel corso degli anni se ne sono sentite di cotte e di crude sul suo conto. Non che a De Rossi la cosa abbia mai interessato più di tanto. Niente piagnistei, niente accuse di lesa maestà. Solo risposte, sul campo e davanti ai microfoni. Ci mette la faccia De Rossi, sempre e comunque.

Un giovanissimo Daniele De Rossi nella stagione 2002/03

Nonostante tutto e nonostante una carriera che a trentaquattro anni in pochi possono vantare. Certo, la bacheca è quella che è, ma sarebbe stato molto più semplice andare altrove e vincere. Eppure non sarebbe stata la stessa cosa. E due Coppe Italia e due Supercoppe sollevate con la maglia della Roma valgono bene le delusioni. Come quella di sentire una seppur minima parte della sua gente avere parole forti, troppo dure per un ragazzo che, con tutti i suoi limiti, ha sempre e genuinamente anteposto la squadra a tutto il resto. E che sia effettivamente così lo si capisce, paradossalmente, quando non è sul terreno di gioco. Perchè in fondo potrebbe anche decidere di puntare sulla carta del lei non sa chi sono io. Un campione del mondo. Uno dei centrocampisti più forti e completi della sua generazione. Un idolo per la tifoseria.

Il diritto di giocare, in teoria, non glielo potrebbe togliere nessuno. Ma così non è, perchè nessuno è più importante della Roma, neanche Daniele De Rossi. Che in panchina non mugugna. Osserva. Impara. E quando un compagno segna, spesso non fa neanche in tempo a girarsi che già si vede arrivare addosso, dritto dritto da fuori dal campo, un ragazzo con un sorriso enorme, che non vede l’ora di abbracciarlo e di ringraziarlo. E se per qualche motivo il capitano giallorosso è in tribuna, pare di vedere un leone in gabbia. Che soffre, si agita, vorrebbe scavalcare le recinzioni e gettarsi nella mischia. E che esulta come un ragazzino ai gol dei compagni, urlando il loro nome assieme al resto dello stadio. Perchè De Rossi è un calciatore, ma prima di tutto un tifoso. E quando la Roma fa gol, esulta due volte.

De Rossi esulta sotto la Curva Sud

Ma anche quando è tra gli undici titolari o subentra a partita in corso, al di là delle valutazioni puramente tattiche o relative alla sua condizione fisica, la sua presenza regala comunque un qualcosa in più. Daniele De Rossi è l’allenatore in campo di questa Roma. Si vede, lo si percepisce. La sua guida, la sua leadership sono imprescindibili per la squadra giallorossa. Il suo futuro, quando deciderà di appendere gli scarpini al chiodo, è quasi certamente su di una panchina. Verrebbe da dire che in fondo ce l’ha nel DNA. Panchina che però non deve necessariamente essere quella del suo unico grande amore calcistico, anzi. Meglio gettarsi in un apprendistato più o meno lungo e soprattutto lontano da casa. Perchè occupare la porzione di area tecnica che dà sotto la Curva Sud per uno come lui, così visceralmente attaccato al club e alla maglia, sarebbe sì l’onore più grande, ma anche un rischio, almeno alla prima esperienza. Nessuno è profeta in patria e nessuno, forse solo il suo augusto predecessore con la fascia al braccio, avrebbe così tanto da mettere in gioco sedendosi sulla panchina giallorossa.

Ma se il rimpianto più grande è quello di avere una sola carriera da dedicare alla Roma, sarà difficile vederlo tradire il suo cuore. E quindi forse seguirà le orme paterne. Magari cominciando dai più piccoli, insegnando loro cosa vuol dire indossare la maglia giallorossa. Difficile trovare maestro migliore. Poi, se son rose, fioriranno. Ma non è ancora il tempo per pensarci. Gli scarpini non sono ancora appesi al chiodo, Daniele De Rossi non vuole smettere di onorare quei colori e quella fascia. E di baciare Roma e la Roma ogni giorno. Come una moglie, una figlia, una mamma. Quegli amori che durano per sempre e che nulla al mondo potrà mai cancellare.