Redazione

Il calcio, almeno dal punto di vista dei tifosi, sembra fatto per dividere. Ma c’è qualche caso in cui un personaggio riesce a travalicare le barriere del campanilismo e del tifo, ispirando ammirazione e rispetto da chiunque si emozioni a vedere un pallone rotolare su di un campo verde. Ecco, Alessandro Del Piero è una di quelle figure. Compie 43 anni un totem del calcio italiano, indipendentemente dal colore della maglia. Anche se era quasi logico che finisse in bianconero, perchè la Juventus Alex ce l’ha sempre avuta nel cuore. E nè Boniperti, con il suo fiuto per i talenti, nè tanto meno l’Avvocato se lo sarebbero mai lasciato sfuggire.

Del Piero, leader silenzioso

Avvocato che, come sempre con i suoi campioni, lo ha ribattezzato: Pinturicchio, per la capacità di pennellare con il suo destro traiettorie perfette e per l’eleganza del suo stile di gioco. Eleganza che Del Piero si è portato dietro dentro e fuori dal campo. Mai una polemica, un’alzata di voce, neanche davanti a un palmares che in teoria gliele avrebbe potute permettere. Ma Alex è sempre stato così, un tipo di poche parole. Ma comunque, un leader, seppur silenzioso. Glielo riconobbe una Juventus che di personalità ne aveva a quintali, quella di Lippi, che lo elesse capitano in un ballottaggio con voto segreto. Più che un referendum, un plebiscito. Per la gioia di Agnelli, che quella fascia già gliela aveva vista sul braccio quando, neanche ventenne, si erano salutati per la prima volta.

Da Pinturicchio a Godot

Agnelli che lo ha amato e, come da tradizione, anche stuzzicato. E quando Del Piero è alle prese con il grave infortunio che di fatto cancella la sua stagione 1998/99, Pinturicchio diventa Godot. Perchè l’attesa per il suo ritorno è spasmodica, non solo per chi tifa Juventus. Quando torna Del Piero? Una domanda che riecheggia in ogni luogo, dai bar alle tribune degli stadi. A quel ragazzo nessuno riesce a resistere. E quando Godot, al contrario del suo omonimo, finalmente torna alla ribalta, la gioia è unanime. Ma inutile nascondersi, Del Piero è bianconero. Trasversale, ma pur sempre legato a doppio filo a quei colori, a quella società che lo ha accolto quando era ancora un ragazzo.

Del Piero e la Juventus, tra gioie e dolori

La Juventus e Del Piero si sono accompagnati, mano nella mano, tra gioie e dolori. Tra la Champions vinta a Roma e quelle perse a Monaco e ad Amsterdam, tra la rete che vale un intercontinentale e la Serie B. Il dieci bianconero, quello che è stato di Sivori e di Platini, è diventato il suo e lo è stato per quindici anni. Una associazione di idee ineludibile: dieci, Juventus, Del Piero. In Italia come nel mondo, perchè Pinturicchio ha rappresentato per quasi vent’anni la squadra bianconera e, più in generale, il calcio tricolore. La sua classe, le sue giocate, hanno superato ogni confine. Anche fisicamente, quando ha terminato la sua splendida carriera nella lontana Australia. Ha ricevuto standing ovation ovunque, persino all’Old Trafford, che più di una volta ha fatto piangere. Ma il calcio è così. Si vince o si perde, eppure i campioni si amano a prescindere.

La Nazionale, il coronamento di un sogno

E anche chi, per qualche motivo, non riesce a superare il senso di appartenenza di Del Piero al mondo Juventus, non può comunque dimenticarlo in maglia azzurra. Come nel 2006, quando aveva tagliato via i capelli mossi, presentandosi al Mondiale in assetto fisico e mentale simile a quello di un Marine. C’era una guerra da vincere, una Coppa da portare a casa, l’Europeo 2000 da vendicare. E Alex, assieme ai suoi compagni, non si fa pregare. La sua rete in contropiede contro la Germania è la liberazione da un incubo. Andiamo a Berlino. E torniamo da campioni.

Come campione è stato, dentro e fuori dal rettangolo di gioco, Pinturicchio. Che ha vinto tutto ciò che si poteva vincere, ha una tipologia di gol (e che gol!) che porta il suo nome ed è per tutti un modello calcistico e umano. Difficile riuscire ad unire ciò che il calcio ed il tifo dividono. Ma non impossibile. Non se ti chiami Alessandro Del Piero.