Francesco Cavallini

Non certo per grazia ricevuta, citando il classico film di Nino Manfredi. Se, come pare, Eusebio Di Francesco sta accumulando consensi e sta scavalcando gli altri concorrenti (Emery, Montella, l’outsider Tuchel) nella lotta per la panchina della Roma della prossima stagione in caso di addio di Spalletti, è grazie al lavoro e alla gavetta. Il tecnico pescarese, quarantotto anni a settembre, ha trasportato fuori dal campo i valori che lo hanno sempre contraddistinto sul terreno di gioco, l’agonismo e la cultura dell’abnegazione. Doti che nel corso di quasi due decenni da professionista gli hanno permesso di vestire tredici volte la maglia della nazionale italiana e di vincere uno Scudetto proprio in maglia giallorossa.

Eppure proprio da lì parte la sua voglia di rivincita, da un titolo conquistato ma non del tutto suo. Solo cinque presenze in quella trionfale cavalcata, colpa, si fa per dire, di Capello, di una rosa lunga e soprattutto di un gravissimo infortunio. Di Francesco lascia la Roma da vincente e torna a Piacenza, da dove era partita la sua avventura in serie A. Poi Ancona, Perugia e la decisione di appendere gli scarpini al chiodo. Ma nella Capitale Eusebio non l’ha dimenticato nessuno. Difficile farlo. Calciatore duttile e sempre disponibile al sacrificio, ma anche uomo leale e sensibile, che guida i compagni con l’esempio. Tratti perfetti per sedersi sulla panchina giallorossa. Non da allenatore però, perchè a guidare la Roma in quella stagione c’è, guarda caso, Luciano Spalletti, al primo anno della sua prima esperienza romanista. Di Francesco si siede accanto al mister di Certaldo nelle vesti di team manager. Vive l’intenso anno delle dieci vittorie consecutive, ma a fine stagione saluta la Capitale.

Eusebio Di Francesco con la maglia della Roma

Lo aspetta il suo Abruzzo, dove inizia la sua nuova carriera. L’esordio a Lanciano, poi il Pescara, a sostituire in corsa Cuccureddu. Dalla Lega Pro si sale in B, ma nessuno è profeta in patria, neanche Di Francesco. Una seconda annata mediocre non gli vale la riconferma. Ma arriva la chiamata della serie A, dall’assolata Lecce. La situazione societaria è una mezza scommessa, come lo è l’ingaggio del tecnico abruzzese. Quindici partite, dieci sconfitte e neanche il tempo di mangiare il panettone. Eppure, sarà che in fondo il destino ripaga chi in ciò che fa ci mette tutto se stesso, finalmente Eusebio trova la sua nuova casa. A ingaggiarlo è il Sassuolo di Squinzi, reduce da due playoff di B persi e con la disperata voglia di arrivare nel calcio dei grandi. Il pescarese è l’uomo giusto al momento giusto e riesce a trasformare i neroverdi in una splendida realtà, capace di conquistare la promozione nella massima serie ed una storica qualificazione all’Europa League.

Una carriera in ascesa tra promozioni ed esoneri, non del tutto dissimile a quella di Antonio Conte. Ed è proprio questo uno dei punti principali a favore di Eusebio Di Francesco nella possibile corsa alla panchina della Roma. L’esempio dell’ex CT della nazionale, ora Re d’Inghilterra con il suo Chelsea, ha stimolato non poco l’opinione pubblica capitolina, rimasta scottata dall’esperienza di Luis Enrique (per citare qualcuno che ha necessitato di un periodo di ambientamento alla Serie A, tra l’altro mai del tutto completato) e non propriamente felice di prendere in considerazione allenatori stranieri, anche dal palmares importante, ma non testati nel nostro campionato. Tra gli indubbi vantaggi che Di Francesco porterebbe con sè a Roma c’è una conoscenza dell’ambiente, che (social media a parte) non è poi così cambiato dagli anni in cui Eusebio vestiva la maglia giallorossa o sedeva in panchina con il completo della società. Da sempre benvoluto ed apprezzato dalla tifoseria, anche quando il suo Sassuolo è venuto all’Olimpico a strappare ai giallorossi punti importanti, l’allenatore abruzzese è ovviamente estasiato all’idea di tornare nella Capitale, al punto da porre un freno ad una trattativa già ben avviata con la Fiorentina. C’è una clausola, che si aggira sui tre milioni di euro. Non uno scoglio insormontabile se la Roma decidesse di scommettere su di lui, visti anche i buoni rapporti con Squinzi (nonostante la telenovela Defrel dello scorso gennaio).

Eusebio Di Francesco

Eusebio Di Francesco

Ma come giocherebbe una Roma targata Di Francesco? Di quali pedine avrebbe bisogno Eusebio per applicare alla perfezione i suoi dettami tattici? Si parte da una certezza, da quel 4-3-3 figlio dell’impostazione zemaniana che contraddistingue le squadre dell’ex numero 7 giallorosso. Già, perchè la carriera di Di Francesco si è spesso incrociata con quella di Zeman, che lo ha voluto a Roma nel 1997 e che ne ha preso il posto in panchina a Pescara dopo l’esonero del 2011. Questa etichetta un po’ spaventa tifosi e addetti ai lavori, ancora sotto shock dai tempi della seconda avventura del Boemo sulla panchina della Roma. I numeri confermano tendenzialmente un po’ di tipica svagatezza difensiva, se si esclude la stagione 2015-16 in cui il Sassuolo ha terminato il campionato con la quarta miglior difesa, facendo meglio della stessa squadra giallorossa. Curioso invece il dato delle reti fatte, che nelle ultime tre stagioni è fisso a quota 49, con la possibilità di essere migliorato nelle due giornate che ci separano dall’epilogo della serie A 2016-17.

Dicevamo quindi 4-3-3, con a centrocampo calciatori in grado di coniugare qualità e quantità e due esterni d’attacco disposti al sacrificio e alle sovrapposizioni continue con i terzini. Al centro del tridente Di Francesco ha sempre optato per una punta mobile, capace di svariare per tutto il fronte d’attacco offrendo ai compagni occasioni per la triangolazione e spazi tra le linee. Che poi, a ben vedere, è l’esatto profilo di Gregoire Defrel, già cercato dalla Roma nella scorsa sessione di mercato, l’innesto che nelle idee di Massara poteva far rifiatare sia Salah che, eventualmente, Dzeko. Facile quindi immaginare un ritorno all’attacco dei giallorossi, complice anche la trattativa per riportare a casa Lorenzo Pellegrini, stella dell’Under-21 e punto fermo del Sassuolo di questa stagione. Sul centrocampista classe ’96 la Roma ha il diritto di recompra fissato a dieci milioni di euro. Possibile, in caso di arrivo di Di Francesco, che anche il francese venga inserito nell’affare e che magari si ripeta l’operazione Pellegrini con altri gioielli del vivaio giallorosso, come Federico Ricci.

Eusebio Di Francesco saluta il pubblico del Mapei Stadium

Oltre ai possibili arrivi (sempre caldi i nomi di Papu Gomez, Andrea Conti e Daniele Baselli), ci sono già in rosa calciatori che potrebbero ben adattarsi al gioco di Di Francesco. Chi potrebbe essere favorito dal 4-3-3 è di certo Leo Paredes, regista di qualità assoluta, ma che in un centrocampo a due (come quello del 4-2-3-1 di Spalletti) manca un po’ di dinamicità. L’argentino ha giocato la sua migliore stagione a Empoli come volante nel 4-3-1-2 di Giampaolo, con accanto due compagni di reparto in grado di sopperire alle sue carenze atletiche e di permettergli di gestire al meglio il pallone. Senza trequartista tornerebbe alle origini Radja Nainggolan, che assieme a Strootman, De Rossi e il già citato Pellegrini si alternerebbe quindi nella mediana giallorossa. La definitiva conversione alla difesa a quattro renderebbe il probabile addio di Manolas meno doloroso, con il pacchetto arretrato composto da Rüdiger, Fazio e Juan Jesus che dovrebbe comunque essere rinforzato. In avanti, strano a dirsi, rischierebbe il posto l’attuale capocannoniere del campionato. Dzeko non ha esattamente il physique du rôle del classico attaccante delle squadre di Di Francesco, ma è anche vero che, nonostante la struttura imponente, il bosniaco è in realtà molto più mobile di quel che può sembrare e che di certo l’allenatore abruzzese troverebbe il modo di inserirlo nei suoi schemi. Salah, Perotti ed El Shaarawy sembrano invece perfetti per il calcio verticale del tecnico del Sassuolo, soprattutto il Faraone, in grado all’occorrenza di ricoprire anche il ruolo di punta centrale.

Sempre nell’eventualità che Spalletti lasci la Roma e che Monchi e soci decidano di optare per Di Francesco, ci sono comunque un paio di incognite rappresentate dall’ex giallorosso. In primis la scarsa esperienza in campo europeo. La partecipazione alla scorsa Europa League, condita da una precoce eliminazione del Sassuolo nel girone, non rappresenta certo il miglior biglietto da visita. Poi c’è la difesa,che come abbiamo visto non è esattamente il punto forte delle squadre dell’ex allenatore del Pescara. Ultimo, ma non ultimo, il palmares non proprio invidiabile. In una piazza difficile come quella di Roma, presentarsi con un tecnico il cui unico successo è rappresentato da un campionato di B non scatena certo la fantasia dei tifosi, soprattutto in un’annata che rappresenterà la prima da orfani di Francesco Totti. Per non parlare dei grandi nomi della rosa, che alle prime difficoltà potrebbero fagocitare un allenatore già esperto ma ancora a secco di argenteria in men che non si dica.  Ma del resto, come prima già ricordato, anche Antonio Conte al suo arrivo sulla panchina della Juventus era un ex calciatore della squadra che si apprestava ad allenare e veniva da alcune esperienze buone ed altre non proprio esaltanti tra A e B. E allora se la Roma vuole raggiungere definitivamente raggiungere il livello dei bianconeri, potrebbe tentare la strada dell’emulazione. Chissà che non si scopra che l’allievo è in grado di superare il maestro. O perlomeno di eguagliarlo. Nella Capitale non avrebbero certo di che lamentarsi.