Luigi Pellicone

Processo a Di Francesco? No. Solo constatazioni amichevoli. Proprio come la partita con il Celta Vigo. Un temporale estivo sulla Roma. Una pioggia di gol che ha sorpreso e terrorizzato i tifosi. Il 4-1 con annesso poker servito in meno di un tempo è un campanello d’allarme. Trasformarlo in un processo, però, sembra eccessivo. É pur sempre calcio d’agosto. E però è pur vero che Roma sa essere difficile come poche. Gran parte della tifoseria, complice la vittoria della Lazio in Supercoppa, non ha digerito la sconfitta incassata a Vigo. E così, la Roma difrancescana è già nel mirino della critica.

L’allievo ha superato il…Maestro?

Di Francesco non è Zeman. D’accordo. Un po’, però, ci somiglia. E in alcuni frangenti lo ricorda. Specialmente nella fase difensiva. Un meccanismo particolarmente delicato. Ieri è saltato dopo pochi minuti. Il sistema di gioco adottato dal tecnico giallorosso non può permettersi ingranaggi non oliati. La difesa ha sbandato paurosamente. Troppo alta e poco attenta. Lenta in alcuni uomini. Incapace di tenere posizioni e distanze. Il centrocampo è naufragato: poco pressing e un’ecatombe di palloni sbagliati che hanno innescato le ripartenze spagnole e lasciato la difesa in balia delle folate avversarie. L’attacco non pervenuto: nessuno dei tre lì davanti ha dettato il passaggio in profondità, nè ha tagliato alle spalle dei difensori. Una giornataccia. Roma troppo brutta per essere vera.

Le riserve sono all’altezza dei titolari?

Di Francesco ha un un’onestà intellettuale ammirevole. Il tecnico non accampa scuse. Anzi, ammette il disastro. Approccio alla partita disastroso, sotto tutti i punti di vista. Nel secondo tempo sono entrati sei titolari e la musica è cambiata. La Roma ha uno spartito di gioco e interpreti adeguati. E allora la domanda è lecita: le riserve sono all’altezza dei titolari? Ingiusto crocifiggere ragazzi messi in campo per accumulare minuti nelle gambe. Altrettanto innegabile che alcuni elementi non siano all’altezza di una squadra che ha ambizioni importanti. A volere guardare il bicchiere mezzo pieno, l’amichevole di Vigo ha confermato la bontà del giudizio del tecnico. Chi è finito sul mercato in uscita, lo merita. E chi resterà a scaldare la panchina, dopo quanto offerto ieri, avrà poco di che lamentarsi. In questa ottica, la sconfitta è salutare: stabilisce gerarchie precise. Il campo ha parlato. E chi non è stato all’altezza deve lavorare per recuperare terreno e fiducia del mister.

Tifoseria, come sempre già spaccata in due

E l’ambiente? Spaccato in due. Chi ha fiducia nel nuovo corso e pretende che il tecnico sia libero di sperimentare. Chi rimpiange il passato, guarda altrove e punta l’indice su una squadra che sinora è lontana parente di quella della scorsa stagione. Come se passare da un 4-2-3-1 a un 4-3-3 sia una rivoluzione destinata a lasciare sul campo morti e feriti. In mezzo, un mercato che non decolla e la sensazione che la concorrenza sia molto più attrezzata rispetto allo scorso anno. I più pessimisti hanno già sentenziato un stagione agonica. Ottimisti? Probabilmente una maggioranza silenziosa. I realisti attendono Bergamo. Di Francesco, in questo senso, ha una fortuna: conosce l’ambiente. Lo ha vissuto da calciatore e dirigente. E sa come gestirne gli umori. E quindi è consapevole che la partita con l’Atalanta non si possa sbagliare.  Il “fuoco amico” è dietro l’angolo…