Paolo Valenti

Le passioni dei padri ricadono sui figli. L’assonanza col più severo detto biblico trova spesso ragion d’essere nella transizione tra genitore e bambino di quell’afflato che tocca le emozioni di una vita: l’amore per il calcio che, alimentato dalla dimensione relazionale, si trasforma in tifo e, nei casi più fortunati, professione.

Padri e figli nel calcio

E’ quasi inevitabile quando ti chiami Sandro Mazzola e tuo padre è il capitano del grande Torino, squadra la cui meraviglia è riuscita a resistere al logorio del tempo nonostante nessuno, oggi, l’abbia mai visto giocare. Il piccolo Sandro aveva il suo armadietto negli spogliatoi vicino a quello del padre, entrava in campo la domenica tenuto per mano nel percorso dal sottopassaggio al centro del campo, quello spazio così verde, così grande da contenere i sogni di una vita. Sogni che troveranno il modo di registrarsi nella realtà dei prati profumati di altre città: Milano, Vienna, Roma a sollevare Coppe internazionali e vincere scudetti. Anche se ti chiami Maldini la passione di tuo padre ricade su di te. Una passione non facile da gestire, quando cominci a sgomitare nelle giovanili con quella voce che costantemente ti accompagna ogni volta che la domenica l’allenatore ti sceglie titolare: è il figlio di Cesare, con tutti i dubbi e le allusioni non dette alimentate dall’invidia e dal sospetto di chi non riuscirà ad andare oltre quella stagione. Ma Paolo ha testa e talento, che in campo gestisce in maniera più oculata del padre, cancellando dal vocabolario dei cronisti il termine maldinate che, vent’anni prima del suo esordio in serie A, era la matita rossa che marcava gli errori che talvolta Cesare commetteva per eccesso di confidenza. Una carriera infinita, una cometa luminosa che spingerà Cesare a dire di sé: “sono il padre di Paolo”, invertendo definitivamente i rapporti gerarchici tra i due. Sarà Cesare, a un certo punto, a dover dimostrare di essere l’allenatore della Nazionale per meriti propri e non per il legame col figlio, indiscusso leader degli azzurri nell’ultimo decennio del ventesimo secolo.

padre figlio calcio

Paolo e Cesare Maldini durante i Mondiali di Francia 1998.

QUANDO IL NOME DEL PADRE E’ INGOMBRANTE
Non esistono solo le favole belle da raccontare. Il nome di un padre rischia di essere un ingombro pesante da gestire, un cerchio d’ombra dal quale affrancarsi per rivendicare un’identità autonoma e un profilo originale. Sarebbe istruttivo, in questo senso, fare due chiacchiere con Jordi Cruijff, di cui è superfluo ricordare l’ascendenza. Una carriera vissuta sempre sui binari di un confronto impossibile con la leggenda costruita dal padre tra campo di gioco e panchina: l’interprete più paradigmatico e assoluto del calcio totale, l’apertura delle idee, l’innovazione costante applicata al calcio. Questo era Johan Cruijff, al quale chi ama il football e la musica classica avrebbe voluto regalare il secondo, inevitabile appellativo di Sebastian per costruire un’assonanza anche solo nominale tra il genio calcistico olandese e il sublime compositore Bach. Improbo il compito di Jordi, quand’anche fosse stato solo quello di avvicinarsi alle tracce lasciate dal padre. Una carriera cominciata a metà degli anni novanta in tinta blaugrana, proseguita a Manchester (United side) e tramontata nella Liga (Alaves, Espaniol) senza bagliori. Nome pesante, carriera leggera: per capire se questo percorso sia stato un successo o un fallimento, non è ai numeri che bisogna guardare. Oggi di figli d’arte sono pieni i campi di calcio di tutto il mondo: Michael Bradley, figlio di Bob, un discreto passato anche in serie A con Chievo e Roma, gioca nella MLS; Kasper Schmeichel, figlio dell’indimenticabile Peter campione d’Europa nel 1992 con la Danimarca, ha vinto lo scorso anno la Premier Leaugue; in serie A i vari Abate, Destro, Simeone, Di Francesco e l’ultimo arrivato Chiesa riportano all’attenzione di giornalisti e tifosi nomi già familiari a chi non è più un ragazzino. Nel passaggio da padri a figli il confronto sui risultati conseguiti, la notorietà, i soldi può portare a frustrazione degli uni nei confronti degli altri. Sarà solo il senso di attesa che si prova all’avvicinarsi di ogni partita, il piacere di condividere coi compagni un obiettivo comune, la pervasione di bellezza che invade l’anima ogni volta che l’orizzonte si colora di una distesa verde di centocinque metri per settanta a definire la riuscita di una transizione che è felice se capace di rinnovare quella cosa indescrivibile che è l’amore per il calcio.