Matteo Muoio

Paolo Di Canio compie oggi 49 anni. Il ragazzino del Quarticciolo è vicino al mezzo secolo. Personaggio unico, discusso e alle volte discutibile, che nel proprio modo d’essere ha trovato coerenza nonostante le tante contraddizioni, dentro ed extra-campo. Simbolo, in due momenti diversi, di due Lazio in difficoltà e forse proprio per questo tanto amato dalla tifoseria, nonostante bandiera, di fatto, non lo sia mai stato. Comprimario a Torino e Milano, più a suo agio con l’azzurro di Napoli. Quello della nazionale non gli è mai stato concesso, se non in under 21. Grande in Scozia e poi in Inghilterra, anzi, nella ‘provincia’ inglese; proprio la scelta di legarsi a certe realtà, oltre ad un innegabile talento, lo ha reso icona del calcio made in Italy nel campionato di Sua Maestà. Di nuovo alla Lazio, ha inaugurato l’era Lotito e la lunga saga di diatribe tra il presidente e i suoi tesserati, poi ha chiuso in C2 alla Cisco Roma, all’epoca terza realtà capitolina. E’ stato un allenatore promettente, sempre in Inghilterra, capace di conquistare una promozione in League One con lo Swindon Town e di salvare il Sunderland alla prima esperienza in Premier. Dopo l’esonero dai Black Cats ha intrapreso con successo la carriera da commentatore e presentatore televisivo, ripresa ad inizio anno dopo lo stop di settembre, causato da una manica corta e un tatuaggio galeotto.

Di Canio con la maglia del West Ham

Gioiello Lazio e gagliardetto Juve, grande nel Regno Unito

Paolo Di Canio è un ragazzo del Quarticciolo, quartiere popolare di Roma. Uno dei lotti. Di fede laziale, inizia a giocare a calcio nel Pro Tevere per poi passare, a 13 anni, nelle giovanili biancocelesti. Gli anni in Primavera e il prestito in C2 alla Ternana, dove un brutto infortunio rischia di compromettergli la carriera. L’esordio con la Lazio arriva nella stagione ’88-’89; è la Lazio di Calleri e Materazzi in panchina, la partita un Cesena-Lazio finito 0-0. Il primo gol con l’aquila arriva nel derby e vale la vittoria laziale nella stracittadina: esulta sotto la curva giallorossa con l’indice alzato, una corsa che diventa immortale nell’immaginario biancoceleste. Talento, lazialità, sfrontatezza, ai tifosi basta per eleggerlo a uomo del popolo; in campo è uno di loro. Si parla di nuova bandiera, non fosse che il presidente Calleri nell’estate del ’90 decide di venderlo alla Juve per 7 miliardi e mezzo. Per l’occasione Di Canio affermerà sia meglio diventare un gagliardetto bianconero che bandiera biancoceleste. In bianconero la scintilla non scocca mai, nè con Maifredi nè con Trapattoni, con cui comunque vince la Coppa Uefa ’93-’94. Tre anni di poche cose, 53 presenze e appena 7 gol, poi passa in prestito al Napoli di Ferlaino e Lippi: in Campania va meglio, tanto da convincere Berlusconi a portarlo al Milan nell’estate del ’94. Male la prima stagione, meglio la seconda, che si chiude con l’ultimo scudetto dell’era Capello; proprio un litigio in tournèè con il tecnico bisiaco pone fine all’esperienza in rossonero e dà inizio alla campagna di Britannia. Inizia dalla Scozia, dai cattolici di Glasgow, quindi dal Celtic. Giocatore dell’anno in biancoverde, dopo una stagione da 12 gol e 14 assist nell’estate del ’97 si trasferisce in Inghilterra per indossare la maglia dello Sheffield Wednesday; un anno e mezzo di prodezze e colpi di testa, su tutti la spinta all’arbitro Allcock che gli costa 11 giornate di squalifica. Nel dicembre ’98 è al West Ham, dove in quattro anni e mezzo segna 48 gol in 114 presenze: la più bella in sforbiciata contro il Wembley, nel marzo 2000. Con gli Hammers vince la Coppa Intertoto del 1999-2000, stagione in cui arriva a segnare 17 gol, record personale in carriera. Nel 2001 riceve il premio Fair Play dalla Fifa – con allegata lettera d’encomio firmata Blatter – per lo splendido gesto in Everton-West-Ham, quando decide di fermare il gioco bloccando il pallone con le mani anzichè insaccare a porta vuota una volta capito del brutto infortunio incorso al portiere Paul Gerrard. Quindi una stagione al Charlton, prima del ritorno in biancoceleste nell’estate 2004. Lotito ha appena rilevato la società e non ha una chiara strategia di mercato, l’idea di riportare a casa un beniamino però è azzeccata: Di Canio è il leader della scapestrata banda di Caso prima e Papadopulo poi, che si salva solo alla penultima giornata. Il punto più alto di quella stagione è la vittoria nel derby d’andata del 6 gennaio 2005: a metà primo tempo Liverani inventa una traccia delle sue e pesca Di Canio, che con una splendida girata al volo batte Pellizzoli. E’ il passato che ritorna, 16 anni dopo il ragazzo del Quarticciolo esulta ancora sotto la Sud. A fine partita dedicherà alla Nord il saluto romano, simbolo di una ‘simpatia’ fascista mai troppo nascosta. Ripeterà il gesto in altre tre circostanze sul finire del 2005, in occasione delle sfide interne contro Siena, Juventus e Livorno. Gli costerà il biasimo nazionale ed internazionale, oltre ad alcune multe inflitte a lui come alla società per responsabilità oggettiva. Chiude la seconda esperienza laziale nell’estate 2006 dopo una buona stagione con Delio Rossi e pesanti diverbi con Lotito, che gli fece sapere anzitempo di non volere rinnovare il contratto ad un 38enne. Dice addio al calcio giocato dopo due stagioni alla Cisco Roma, in Serie C2, per finire da dove aveva cominciato.

POST-CALCIO E PROBLEMI DI ‘FEDE’
Quindi un’esperienza nella nazionale italiana di beach volley, poi il patentino d’allenatore e la prima esperienza in panchina, in Inghilterra. Parte dallo Swindon Town appena retrocesso in League Two e al primo tentativo lo riporta in League One. Si dimette nell’estate 2013 dopo una salvezza senza patemi. Nel marzo 2013 arriva il doppio salto in Premier, con la dirigenza del Sunderland che si affida a lui per salvare la squadra, diciassettesima in campionato. La scelta ha grossa risonanza mediatica per via delle simpatie politiche del tecnico, che portano addirittura il laburista Miliband a dimettersi dal board societario. Di Canio riesce comunque nell’obiettivo, viene confermato per il 2013/2014 e poi esonerato dopo aver raccolto un solo punto nelle prime 5 partite. Inizia quindi il terzo tempo dell’ex attaccante, che decide di abbandonare la panchina per dedicarsi alla carriera da presentatore e commentatore televisivo. Già opinionista per Mediaset dal 2009 ad inizio 2011, dal 2014 passa su Fox Sports, dove conduce con buoni risultati il format House of FootballNel settembre 2016 viene però sospeso da Sky; il motivo, ancora una volta, è riconducibile alle sue idee politiche. Si presenta ad un’anteprima di presentazione in maniche corte e rende visibile, tra i tanti tatuaggi, quello che riporta la scritta Dux sul braccio destro. La decisione è immediata, la polemica dura qualche settimana. La ‘squalifica’ è terminata a gennaio e l’ex Lazio e West Ham ha ripreso a parlare di calcio inglese in Di Canio Premier Show.

Di Canio sulla panchina del Sunderland