Augusto Ciardi

C’è una sostanziale differenza fra i verbi imitare e scimmiottare. C’è un mondo di mezzo fra l’ispirarsi a un modello e il credere che sia sufficiente importare un format per riprodurre un successo a migliaia di chilometri di distanza. Dopo il flop ai Mondiali 2010, la Federcalcio, “ispirandosi” al modello tedesco (che dopo gli insuccessi della Nazionale ripartì da zero sfruttando le leggi locali), aprì le porte della Nazionale agli oriundi, ben pensando che sarebbe bastato vestire di azzurro Ledesma e Amauri per riportare in auge il calcio nostrano.

Diritti tv, il modello dell’Italia non decolla

Oggi i lungimiranti club di A abbozzano i piani e studiano le strategie per mungere di nuovo le vacche che offrono l’unico latte sfamante, le piattaforme satellitari e del digitale terrestre con le quali negoziano i diritti televisivi per il triennio 2018-2021. Il presupposto è sempre lo stesso, se le tv non pagano, i club rischiano di sprofondare, non avendo mai accresciuto i guadagni diversificando gli investimenti, non essendosi mai impegnati seriamente per esportare un campionato che, seppur depredato dai potentati stranieri, mantiene ancora il  suo fascino. Non avendo mai compreso a fondo l’importanza di costruire stadi di proprietà in grado di accogliere tifosi che per le tv (non soltanto) hanno abbandonato gli spalti, rinunciando sia ai tagliandi per le singole partite sia agli abbonamenti, con dati inquietanti che riguardano club che in un recente passato facevano quasi sistematicamente sold out.

STADI SCOMODI E VUOTI
In Italia vogliono spolpare le tv e si ricordano della cornice di pubblico solo quando si rendono conto che chi spende per diffondere i match compra il pacchetto intero, partita più spettacolo delle tribune. Non a caso i registi sono costretti ai salti mortali con inquadrature strette al punto da zoomare sui pochi tifosi presenti fino quasi a mostrare in primo piano le loro carie. Con la negoziazione dei diritti del prossimo anno alle viste, i club si preoccupano di come tornare a riempire gli impianti.

I tifosi vanno allo stadio per atto di fede e lo zoccolo duro seppur a fatica resiste. Barcollando. Poi c’e chi sceglie di andare in base alla campagna acquisti, ai risultati, alla fruibilità dell’impianto, ai servizi decorosi. E c’è chi decide di non andare. Anche perché preferisce guardare le partite in tv. Ma non soltanto per questo motivo. Per esempio c’è chi dice no a prezzi di biglietto da teatro pagati per assistere a spettacoli “C movie” in stadi che somigliano a malridotti cinema rionali.

I CASI DI ROMA, NAPOLI E CROTONE
«In Inghilterra trasmettono in tv meno del 50% delle gare in programma, e gli stadi sono pieni». Il nuovo motivetto è stato mandato a memoria dai dirigenti italiani. Già, perché se Empoli-Chievo non fosse in programma su Sky o Mediaset Premium, il Castellani e le sue tribune fatte di tubi innocenti traboccherebbero.

A Roma l’Olimpico è vuoto perché le istituzioni alzano barriere in curva e applicano meticolosamente le leggi (a differenza di ciò che accade in altre città) che regolano il comportamento dei tifosi allo stadio (giusto punire severamente chi delinque, inopportuno e iniquo accanirsi se, per esempio, si srotola uno striscione ironico e non offensivo o incitante alla violenza o se si cambia posto in curva). A Napoli il San Paolo è vuoto perché in un impianto decadente si chiedono anche 40 euro per un biglietto di curva, che dista anche 30 metri dal campo. A Milano il San Siro rossonero è vuoto perché i tifosi non si ritrovano più nella società che gli ha regalato trenta anni di successi. Gli stadi delle provinciali e delle neo promosse si svuotano dopo un iniziale entusiasmo. Anche perché il Crotone, dopo la storica promozione in A, va a giocare a Pescara perché lo Scida è inadeguato, e torna nel suo fortino in pieno autunno, quando l’esaltazione per il salto nella massima serie ha lasciato posto alla presa di coscienza dell’impietosa classifica.

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La Curva Sud della Roma vuota in occasione del derby di un anno fa

MANCA UNA STRATEGIA FUORI DAI GRANDI EVENTI
Nella tanto decantata Premier League gli stadi sono stati rifatti o ammodernati senza aspettare Olimpiadi o altri eventi continentali e mondiali. Nel 1996 furono organizzati gli Europei, ma gli stadi erano già stati sottoposti a make-up. In Italia speriamo nelle Olimpiadi da organizzare l’anno del mai per darci un’aggiustata, idealizzando nascita o ristrutturazione di stadi, palestre, piscine, palazzetti. Strutture a cui nessuno ha mai pensato nei decenni precedenti, se non quando c’era da tirare su degli ecomostri lasciati a metà per fondi mai arrivati o troppo presto finiti nelle tasche sbagliate. Questa è l’Italia, che pur di non eliminare i propri difetti chiude gli occhi e si immagina membro del Kingdom unito.

LA SERIE B INGLESE FA PIÙ SPETTATORI DEL DERBY DI GENOVA
Mai più partite la domenica alle 15 in tv. Ecco la nuova trovata. Poi forse penseremo a ripartire equamente i proventi delle televisioni. In Gran Bretagna gli stadi non li hanno rifatti soltanto i sultani. Tra il club che incassa di più dai diritti tv (l’Arsenal nel 2015-16 con 101 milioni di euro) e quello che ne incassa meno (l’Aston Villa, 67 milioni), c’è una differenza minima, a differenza da ciò che si registra in A dove nella passata stagione la Juventus ha introitato 103 milioni mentre Carpi e Frosinone si sono accontentati di 22 milioni. In Inghilterra il club minore che può contare sull’equa ripartizione dei diritti tv, con lungimiranza va incontro ai tifosi ammodernando lo stadio. Sabato al Pride Park Stadium di Derby, per il match fra il County e il Brentford (Serie B inglese) c’erano 26.707 spettatori. Per lo zero a zero fra la ventunesima e l’undicesima forza della Championship. Da noi il Derby non è una squadra ma una stracittadina, per esempio quella di Genova, giocata lo stesso giorno: 21.500  spettatori. Serie A italiana. Lo stadio del Derby County è stato costruito nel 1996. Inaugurato nel 1997. Periodo storico d’oro per gli impianti in UK, perché le televisioni iniziavano a pagare fior di sterline, perché le amministrazioni cittadine non ponevano ostacoli, perché la politica non intralciava in base alle convenienze i progetti, perché gli speculatori edilizi venivano messi al bando, perché i proprietari dei club non vivevano da cicala ma ragionavano da formica.

NEGLI ANNI ’80 IL CAMBIO DI MARCIA IN GRAN BRETAGNA
In Gran Bretagna in principio fu il Rapporto Taylor, che dopo la strage dell’Hillsborough Stadium di Sheffield del 1989 impose l’adeguamento degli impianti alle nuove normative, che prevedevano posti a sedere. Senza deroghe. E regolò prezzo dei biglietti, sistema di filtraggio, erezione di barriere e vendita di alcolici. Misure standard per l’intero Paese (valido anche in Scozia). Chi non si fosse adeguato, sarebbe stato out.

Precedentemente, il disastro di Bradford aveva già innescato il processo di ispezione degli impianti. L’11 maggio 1985 morirono 56 persone, 265 rimasero ferite. A causa di un incendio che sparse sangue, terrore e caos nel vetusto Valley Parade, tirato su nel 1906 con legno che prese fuoco quel maledetto giorno. Da venti anni il calcio inglese nelle categorie professionistiche vanta stadi all’avanguardia, che invogliano i tifosi a riempire le tribune. A prescindere dalla messa in onda dei match.

IL PENOSO PRECEDENTE DI ITALIA ’90
Nel 2011 fu stilata una classifica che poneva l’Italia al penultimo posto per ammodernamento degli stadi. Superiore, fra i Paesi calcisticamente più evoluti in Europa, soltanto alla Grecia. All’epoca eravamo ancora sotto choc perché non ci avevano assegnato gli Europei 2012, umiliati da Polonia e Ucraina ma presuntuosi al punto da indignarci. Per niente portati al mea culpa, all’autocritica, al ricordo del penoso precedente di Italia 90, quando in nome della speculazione furono tirate su cattedrali del deserto ed edificate stazioni metro e ferroviarie fantasma, mai inaugurate.

In Inghilterra, ma anche in Germania e in Spagna, per andare allo stadio puoi dimenticare l’automobile e scegliere a piacimento quale linea metropolitana utilizzare. In Italia se non ti armi di santa pazienza ti conviene restare a casa, televisione o non televisione. I dirigenti e i proprietari dei club italiani lo sanno, ma ora sono troppo impegnati a garantirsi un altro triennio di ossigeno.

MODELLO INGLESE, MENO PARTITE IN TELEVISIONE
In Inghilterra vengono trasmesse soltanto il 45% delle gare stagionali in programma. E se un match straniero di rilievo cade in contemporanea con partite di Premier League, può essere oscurato per non rubare attenzione all’evento locale. In Italia si proverà a seguire lo stesso criterio. L’idea è di diffondere 6 delle 10 gare settimanali di A. Sperando che un Milan-Juventus continui ad attirare allo stadio oltre 70 mila spettatori e che negare televisivamente Empoli-Chievo comporti la trasformazione dei telespettatori in spettatori da stadio.

I rappresentanti dei club sperano di convincere le tv a non giocare al ribasso puntando sulla qualità. Nella passata stagione le 20 gare con minor seguito televisivo hanno ammucchiato 250 mila telespettatori (minimo storico i 3.900 stoici che guardarono Frosinone-Chievo). Un quindicesimo degli utenti che si collegano per un match fra la Juventus e una delle milanesi, che supera i 3 milioni 500 mila spettatori.

L’IDEA DELLA LEGA PENALIZZERÀ I TIFOSI ANCHE IN TV?
L’asso che vuole giocare la Lega di Serie A è l’assenza del mega pacchetto, al momento a appannaggio di Sky, quello che prevede l’esclusiva di diffusione di tutte le partite. In pratica il tifoso che volesse seguire tutti i match in tv (quelli che diverrebbero visibili, ossia il 60% circa del totale) dovrebbe sottoscrivere almeno due abbonamenti tv. O in alternativa tornare a frequentare lo stadio. E una volta tornato a casa si accontenterebbe del match in chiaro che potrebbe essere piazzato alle 18 della domenica, ma che non riguarderebbe mai squadre di alta classifica.

Da una parte i club assettati di soldi, dall’altra i tifosi, penalizzati allo stadio e a breve forse anche dalle tv. In mezzo le televisioni, che avranno come al solito la parola decisiva, e magari già per il triennio in ballo potrebbero aver mangiato la foglia rendendosi conto che finora i club italiani hanno ottenuto molto di più rispetto a quanto abbiano dato.