Francesco Cavallini

Inutile girarci intorno, Paese che vai, problemi che trovi. Il Paradiso in terra non esiste e anche le visioni più perfette, se stuzzicate a dovere, lasciano il posto a magagne più o meno immaginabili. L’Italia da questo punto di vista è tranquilla, noi i panni sporchi difficilmente li laviamo dentro casa. E quindi accade che Aurelio De Laurentiis si scagli contro l’offerta di Img, che si aggiudica i diritti TV della serie A all’estero per 360 milioni di euro, cifra che il presidente del Napoli ritiene irrisoria. Un accordo che, almeno secondo ADL, accontenta tutti tranne le big, che avrebbero potuto guadagnare molto di più. Toh, esattamente come funziona in Inghilterra, che dal punto di vista dei diritti TV è il modello da imitare. O forse no?

Le big della Premier si lamentano per la ripartizione dei proventi

No, almeno a sentire le big del calcio di Sua Maestà. Che dalla ripartizione “democratica” dei miliardari ricavi dei diritti TV da parte della Premier League hanno solo da perdere. E che vorrebbero che venisse applbicato un criterio più meritocratico, partendo dal presupposto che sono le grandi squadre, con il loro appeal mediatico, a convogliare la maggior parte degli spettatori sul prodotto Premier League, non certo le piccole. Piccole che, grazie al sistema attualmente in vigore, secondo i dati dello scorso campionato ricevono un minimo pressochè garantito di 90 milioni di sterline dai proventi della vendita dei diritti tra Regno Unito e estero.

I diritti TV in Premier: una parte uguale per tutti, l’altra decisa per merito

Ma come funziona la ripartizione inglese, il bersaglio delle critiche dei grandi club? Le squadre ricevono tutte una fetta uguale di parte della torta (circa 80 milioni di sterline a testa), mentre il resto è ripartito a seconda del piazzamento in campionato (40 milioni di sterline alla prima e 2 all’ultima) e dal numero di gare trasmesse in diretta da chi si è aggiudicato i diritti. Questo, oltre al valore complessivo della vendita, il segreto di un calcio in cui anche le squadre di mezza classifica hanno possibilità economiche da far impallidire la quasi totalità della Serie A.

Si vorrebbe passare a un modello simile al Made in Italy

Peccato che il sistema Robin Hood, quello che toglie un po’ ai club ricchi per dare a quelli poveri, non stia più bene a chi si sente il maggior rappresentante del calcio d’oltremanica. E che si stia spingendo verso un sistema meno paritario e più basato su risultati e bacini d’utenza (che alcune squadre come lo United o il Liverpool vedono moltiplicato dal massiccio seguito della Premier nel mercato asiatico). Proprio come quello italiano. Ma per approvare queste modifiche, servirà una maggioranza di 14 club sui 20 partecipanti. E le piccole hanno tutta l’intenzione di fare quadrato contro le “prepotenze” delle big. Il mito dell’eguaglianza non crollerà così facilmente. Almeno, non nella terra di Re Artù e della Tavola Rotonda.