Luigi Pellicone

Gigio Donnarumma. Da qualche ora, ribattezzato “Dollarumma“. Social network impazziti. Solo perché il ragazzo, 18 anni appena compiuti, mesi fa giura amore al Milan e poi rifiuta il rinnovo del contratto da 4,5 milioni a stagione? E che sarà mai successo? Via quelle facce scandalizzate. Donnarumma non è né il primo, né l’ultimo calciatore che lascia la propria squadra con l’etichetta di “ingrato”, “traditore” o “mercenario”.

I tradimenti di Ronaldo, Emerson e Gattuso

Gli esempi non mancano: in primis, Ronaldo. Nell’estate del 1997 sbarca a Milano, sponda Inter. Sfiora lo scudetto, trascina i nerazzurri alla vittoria in Coppa UEFA, gioca un Mondiale da protagonista sino al misterioso epilogo finale. É l’inizio della fine. Il brasiliano inizia a infortunarsi. Il primo “crack” a novembre del 1998. Il tendine rotuleo cede definitivamente nell’aprile del 1999. L’urlo del fuoriclasse squarcia l’aria dell’Olimpico e il cuore dei tifosi interisti. La sfortuna però lo rende ancora più amato. Gli interisti lo aspettano. Due anni, con pazienza e fiducia. Ronaldo torna nel 2002, perde uno scudetto già vinto il 5 maggio e però vince il Mondiale da protagonista. L’Inter è pronta a riabbracciarlo. Peccato, lui no. Il Fenomeno ha assaporato il gusto della vittoria e gli è piaciuto parecchio. Saluta e va al Real Madrid. E così, dopo averlo restituito al calcio, l’Inter lo vede andare via. Alto tradimento. Tifosi increduli: non può finire cosi. Infatti. Il peggio deve arrivare. Nel 2007, il brasiliano soffre di “saudade”. Vuole tornare a Milano. E completa l’opera. Indossa la maglia del Milan e segna all’Inter in un derby. Donnarumma, in confronto, è Biancaneve.

Quella del 5 maggio 2002 l’ultima partita di Ronaldo in maglia nerazzurra

Emerson e il certificato medico

Altro giro, altro brasiliano. Emerson Da Rosa e la Roma. La storia si consuma fra il 2000 e il 2004. All’alba del nuovo millennio la società giallorossa lo preleva dal Bayer Leverkusen per 22 milioni di dollari. Un investimento che rischia di andare in frantumi, proprio come il ginocchio del brasiliano. Il centrocampista, però, si riprende e trascina la Roma al suo terzo scudetto. L’amore, però, si incrina sino a rompersi nell’estate del 2004. A luglio, il calciatore non si presenta in ritiro. La società riceve un certificato medico. Emerson è malato. Depressione: già, perché non può andare alla Juventus con cui ha già un accordo. Il calciatore, in scadenza di contratto, prende così per il collo la Roma che è costretta a cederlo per non perderlo a parametro zero. Tradimento? Si, ma bazzecole, rispetto al tecnico Fabio Capello che afferma pubblicamente “non allenerò mai la Juventus” e poi utilizza la macchina aziendale della società giallorossa per raggiungere, di notte, Torino e firmare con i bianconeri. Entrambi, per la cronaca, lasceranno la Signora dopo la sentenza che condanna la Juve alla B.

La fuga di Rino

Il trittico si chiude da dove si è iniziato. Con un ex milanista. Storia con protagonista Gennaro Gattuso. Metà anni ’90. C’è un giovane centrocampista che muove i primi passi da calciatore nel Perugia, dopo aver stupito tutti per la feroce determinazione con cui affronta partite e avversari. Gattuso esordisce in B a 17 anni nell’anno della promozione in A. Nel 1996, anche 8 presenze nella massima serie con la maglia del grifone. Quanto basta perché il Perugia pensi a un contratto. E mentre in Umbria riflettono, Gennaro ha già deciso. Gennaio 1997: il centrocampista, legato alla società umbra da un vincolo a livello giovanile in scadenza a giugno, sfrutta la legge Bosman. Lascia, senza lasciare alcuna traccia di sé, la città. Allarme e preoccupazione. Dove è finito Rino? Perché non si è presentato all’allenamento? É allertata persino la polizia. Lo cercano in tutta Perugia. Lo ritrovano a Glasgow, in Scozia, a firmare un quadriennale da 500 milioni a stagione. Tradimento. Con colpa. Gattuso non cerca scuse, anzi ammette candidamente. “A Perugia non beccavo una lira. Qui mi sistemo per tutta la vita”. E visse felice e contento.

Morale della favola: Donnarumma sia sereno. Del resto, se rifiuta un quinquennale da 4,7 milioni a stagione, ha (almeno) due perché. Soldi e/o carriera. In entrambi i casi, la decisione riguarda la sfera privata di un ragazzo che ha giudicato (lui, o chi per lui, per i più maliziosi) l’offerta del Milan non all’altezza. Evidentemente, c’è chi è disposto a pagare di più. In termini economici e di prospettive.