Adriano Stabile

«Così fan tutti…» verrebbe da dire alla luce della “guerra fredda del doping” tra Usa e Russia. Perché se è vero che il rapporto McLaren (che ha portato a pesanti sanzioni contro lo sport russo) ha messo in luce l’inquietante e sistematica copertura del doping da parte degli organi sportivi in Russia, è altrettanto vero come la recentissima diffusione di alcuni documenti “hackerati” della Wada riproponga il problema dell’ambiguità degli Stati Uniti, tollerata con leggerezza dalle istituzioni sportive mondiali.

Doping negli Usa, le dettagliate accuse di Exum

Così tornano in mente le rivelazioni di Wade Exum, responsabile dell’antidoping del comitato olimpico statunitense (Usoc) tra il 1991 e il 2000. Exum, che lasciò il suo incarico facendo causa all’Usoc, accusò in un tribunale federale l’ente di aver tradito i programmi antidoping al punto che la metà degli atleti risultati positivi ai test nel corso degli anni non erano mai stati puniti. Exum raccontò di aver cercato di istituire un efficace sistema di test, ma che il comitato olimpico frappose «una serie di ostacoli sul cammino della messa in atto dell’antidoping». All’epoca parlò soprattutto di positività al testosterone.

COINVOLTI CARL LEWIS E ALEXI LALAS
Successivamente, in un’intervista alla Cbs dell’aprile 2001, Wade Exum disse di ritenere che gli Usa avevano mandato alle Olimpiadi di Sydney 2000 anche atleti che facevano uso di antidolorifici, stimolanti e nandrolone. Due anni dopo, nell’aprile 2003, le sue accuse divennero più dettagliate e corroborate da 30 mila pagine di documenti consegnati a “Sports Illustrated” e all’“Orange County Register”: per almeno 12 anni gli Stati Uniti avrebbero nascosto le positività di 114 atleti, tra cui 19 medaglie olimpiche e campioni come Carl Lewis (atletica leggera), Joe De Loach (atletica leggera), Floyd Heard (atletica leggera), André Phillips (atletica leggera), Mary Joe Fernandez (tennis) e Alexi Lalas (calcio). «Mi sono licenziato dopo aver visto che si tendeva a far passare sotto silenzio tutti i casi doping made in Usa – le parole di Wade Exum nel 2003 – facevamo dai 3.000 ai 5.000 controlli annui, risultava positiva una media tra l’uno e il due per cento, ma nessuno di quei nomi usciva mai pubblicamente».

Usa doping exum

Alexi Lalas, ex calciatore della nazionale Usa e del Padova

LEWIS POSITIVO A TRE STIMOLANTI
All’epoca si alzò una bufera soprattutto su Carl Lewis, che a Seul 1988 aveva vinto l’oro olimpico dei 100 metri soltanto dopo la squalifica per doping di Ben Johnson. Ebbene, lo stesso Lewis prima di quei Giochi, era risultato positivo a tre stimolanti vietati (efedrina, pseudoefedrina e fenilpropanolamina) durante i Trias Usa a Indianapolis, che valevano come qualificazioni olimpiche. Lewis confermò le rivelazioni di Exum ammettendo di essere risultato positivo, così come altre centinaia di atleti americani. L’ex campione disse però di non aver ricevuto un trattamento di favore, ma di essere stato scagionato, come gli altri colleghi, dopo aver dimostrato che si trattava di doping accidentale. Nel suo caso sarebbe risultato positivo a causa di prodotti contaminati presi in erboristeria per curarsi da un forte raffreddore. Lewis, senza che fossero informate le autorità sportive internazionali, era stato inizialmente sospeso dal comitato olimpico Usa per poi essere immediatamente prosciolto dopo le sue spiegazioni. «Ognuno era stato trattato allo stesso modo – le parole di Carl Lewis nel 2003 – vi erano state centinaia di atleti che non erano stati puniti».

OTTO POSITIVITÀ, MA LA IAAF SCAGIONÒ TUTTI
La Iaaf, federazione internazionale di atletica leggera, nel rivendicare la regolarità delle procedure con una nota ufficiale del 30 aprile 2003, fece anche capire che Exum non aveva detto il falso. «La Iaaf – era scritto nella nota – sebbene i nomi degli atleti non erano stati divulgati, era stata informata di otto casi di positività all’efedrina o a uno dei suoi derivati, ritrovati in piccole quantità. Questi controlli  erano stati eseguiti in occasione delle selezioni statunitensi in vista dei Giochi Olimpici. La commissione medica della Iaaf si è del tutto convinta, sulla base delle informazioni trasmesse, che l’Usoc, a buon diritto, aveva considerato quei controlli negativi in base alle regole vigenti all’epoca». Ma il dubbio nasce spontaneo: perché tutto finì là? Perché nessun ente internazionale (la Wada già all’epoca esisteva) fece ulteriori indagini? Oggi, in Russia, a qualcuno è tornata in mente quella vicenda. Con tanti dubbi e sospetti.