Francesco Cavallini

He’s Got the Whole World in His Hands, cantano in molti stadi d’Inghilterra. Ma stavolta lui, che sarebbe Edin Dzeko, il mondo Roma ce l’ha ai suoi piedi. A Londra, sponda Chelsea, quella porta mai violata in nove partite prima di questa. Ma questa è speciale, sono dieci. Ma anche cento. Cento match con la maglia della Roma. Cinquantanove reti, come a dire che in quasi due partite su tre c’è il suo zampino. Di sicuro c’è sul 3-3 che fa tornare i giallorossi dalla City addirittura con rammarico. Sotto 2-0, sopra 2-3, per poi subire il pareggio di testa da quello che probabilmente è il calciatore più basso in campo. Un classico, una partita da Roma.

Edin Dzeko, il Cigno di Sarajevo

E una partita da Dzeko, che fa cento con tanto di lode, perchè diventa difficile non cantarne l’importanza per la squadra, ma anche il valore assoluto del calciatore. La rete che pareggia i conti sul 2-2 richiama paragoni pesanti. I romanisti pensano subito al “solito” Batistuta, che nell’anno dello Scudetto piegò Buffon in maniera molto simile. Per chi quella Roma invece non se la ricorda, il confronto diventa addirittura più difficile, perchè si va a scomodare il Cigno di Utrecht, Marco van Basten, da cui il bosniaco prende anche la parte non geografica del proprio soprannome. Un cigno che qualche settimana fa si è fatto leone, ma che contro il Chelsea è tornato leggiadro, senza però rinunciare alla potenza, alla rabbia, a quello spirito guerriero che molti, incluso uno dei suoi tre tecnici a Roma, ritenevano latitasse.

Molte critiche, tutte smentite

E invece sotto il settore dei tremila romanisti arrivati a Londra da mezza Europa Dzeko fa come il postino. Non solo suona due volte, ma consegna celermente e con puntualità. Potrebbe fare anche di più, ma una volta Courtois allunga la già chilometrica gamba per impedirgli il più semplice dei tap-in, mentre in un’altra occasione c’è il tempismo ma manca la mira. E pare divertirsi Edin Dzeko a smentire tutto quello che nel corso di due stagioni e un quarto si è detto sul suo conto. Poca personalità, poco impegno, segna solo gol facili, non è mai decisivo. Il rosario delle lamentele è lungo e parecchio autolesionista, ma con l’andare del tempo (e dei palloni in porta) ogni singolo grano si disintegra davanti alla realtà dei fatti.

Calciatore di personalità e carisma

Dzeko è un calciatore lezioso, non calcia di potenza. Sarebbe da chiedere qualcosa al riguardo al portiere del Chelsea o a Donnarumma, trafitto da quasi trenta metri. È alto, ma di testa fa quasi zero. Quasi, appunto, perchè la girata del 2-3 è un perfetto esempio di tempismo e coordinazione. Robetta mica da niente per un marcantonio di oltre un metro e novanta per più di ottanta chili. Dzeko non trascina la squadra? A vederlo, non si direbbe, da come dà ordini a Strootman (non certo l’ultimo arrivato) o da come aizza la folla. Che ha finalmente imparato ad amarlo, a vederlo come una risorsa ed un talento, più che come un bersaglio di critiche poco sensate. E in una notte che riconsegna a Di Francesco e ai tifosi la vera Roma, che seppur acciaccata e sofferente si permette di mettere alle corde i campioni d’Inghilterra, splende la luce di Edin Dzeko. L’esame di maturità, ammesso che ancora servisse, è superato a pieni voti. Candidato, si alzi. Cento e lode.