Francesco Cavallini

Stephan El Shaarawy, anni venticinque ancora da compiere, professione attaccante. Segni particolari, una cresta difficile da non notare. Ultimo domicilio conosciuto: Roma. Pregasi dare notizie. I tifosi aspettano preoccupati.

No, non è una puntata di Chi l’ha visto, almeno non ancora. Nessun mistero, il Faraone non è scomparso, nonostante non abbia giocato neanche un minuto nei test della pre-season giallorossa. Il motivo è presto spiegato, una fastidiosa lombalgia, che gli permette di allenarsi ma non con il gruppo, onde evitare infortuni fastidiosi che ne potrebbero pregiudicare l’utilizzo più tardi. Fisioterapia. Piscina. Differenziato, ma sempre viaggiando con la squadra. Non c’è da dare retta a chi parla di un El Shaarawy desaparecido. Elsha è vivo, e lotta (più o meno) assieme ai suoi compagni. Nel frattempo, la fascia sinistra dell’attacco della Roma è al sicuro, presidiata da Diego Perotti con, all’occorrenza, il volenteroso aiuto dell’esubero Iturbe. Il Faraone avrà tutto il tempo per riprendersi dai guai fisici. Poi, nelle intenzioni di Di Francesco, sarà ballottaggio con l’argentino.

Stephan El Shaarawy, prelevato dalla Roma a gennaio 2015

Stephan El Shaarawy, prelevato dalla Roma a gennaio 2015

Ecco, il ballottaggio. La famosa panchina lunga, i ventidue giocatori alla pari, il concetto di tutti titolari, tutti riserve. Bello e importante, se applicato con i modi giusti. Ma che, almeno nel caso dell’ex Milan, rischia di diventare un grosso problema. Nascondersi dietro a un dito serve poco, Stephan El Shaarawy è un calciatore umorale come ce ne sono pochi. C’è chi lo definisce incostante, ma la realtà dei fatti non è esattamente quella. Il Faraone fa parte di quella neanche troppo esigua schiera di giocatori che per rendere al massimo devono sentire la fiducia dell’ambiente e non l’ansia della competizione per il posto in squadra. Quando ha questa tranquillità, il numero 92 sa essere continuo e devastante. Basta ripensare alla prima parte del governo Spalletti bis. Un Dzeko involuto viene sacrificato sull’altare del tridente leggero. Elsha si prende il posto sulla sinistra, con Perotti a fare il falso nueve, e brilla. Sicurezza nei propri mezzi, con quello sguardo un po’ sfrontato di chi sa che la maglia da titolare ha un solo padrone.

Ma cosa succede quando inevitabilmente l’italo-egiziano è preda di qualche dualismo? Ecco, in quel caso non va esattamente alla grande. Torniamo un attimo ad un El Shaarawy diverso, quello in maglia rossonera. Arrivato a Milanello a diciott’anni, l’attaccante di Savona si fa subito notare. Molte reti, addirittura il primato di milanista più giovane a segnare in Champions League. Una stagione sopra le righe, che lo consacra a livello italiano ed europeo. Poi? Due anni di problemi fisici, certo, ma anche un arrivo ingombrante nella rosa del Diavolo. Mario Balotelli, che si prende riflettori e posto in squadra, relegando El Shaarawy al ruolo di comparsa. Ed è lì che il Faraone subisce, che diventa cupo, apatico. Come in quelle giornate in cui è in campo, ma sembra quasi non essere lì. Mai al centro del gioco, neanche uno dei suoi famosi guizzi, nessuna accelerazione devastante.

El Shaarawy

Fatte queste premesse, è evidente che la Roma e Di Francesco devono assolutamente lavorarci su. Potenzialmente, El Shaarawy può essere fondamentale per i dettami tattici del tecnico abruzzese. Nella assortita batteria di esterni, che Monchi spera di completare a breve con l’arrivo del tanto agognato Mahrez, l’azzurro rappresenta forse il più adatto al 4-3-3 puro applicato dall’allenatore giallorosso. La sua capacità di attaccare la profondità, di gettarsi negli spazi, di sgusciare tra le maglie della difesa avversaria sarebbe una manna dal cielo in fase offensiva. E la tenacia mostrata nei giorni migliori, quella voglia di sacrificarsi pur di rendersi indispensabile alla causa, non può mai essere un punto a sfavore. Ma è ovvio che, per quanto particolarmente adatto al gioco richiesto, nessuno può garantire all’italo-egiziano il posto da titolare. 

E allora ci vorrà tatto, ci vorrà sensibilità nel toccare le corde giuste, quelle che faranno vibrare l’animo del Faraone con la cresta. Ci sarà da farlo sentire importante, anche nel momento di relegarlo in panchina. Bisognerà fare attenzione a non scalfire le poche certezze di un ragazzo umile, che si fa ben volere, ma che alla prova della competizione diventa fragile, insicuro, incapace di esprimere mezzi che in realtà sono innegabili e ben visibili a chiunque altro, tranne che a lui stesso. È compito di Di Francesco non smarrire questo enorme patrimonio tecnico della Roma e della nazionale italiana. A partire dalle prime sfide della prossima stagione, quando, per forza di cose, El Shaarawy non potrà essere al livello fisico dei compagni di squadra e di conseguenza verrà utilizzato con il contagocce. Certo, sapere di non essere il solo, di vivere la situazione di ballottaggio perenne assieme a tutti gli altri, potrà aiutare.

Staremo a vedere. L’importante è che non si perda la possibilità di ammirare il talento del Faraone. Sarebbe davvero uno spreco. Per la Roma, ma paradossalmente anche per tutti gli altri.