Matteo Muoio

Uno scudetto, due Coppe Italia, una Coppa delle Coppe, due Supercoppe italiane e una europea in 3 anni e mezzo di Lazio. Sven-Göran Eriksson è l’allenatore più vincente della storia biancoceleste e uno dei migliori passati per il nostro campionato negli anni ’80 e’90. A quasi 70 anni non è ancora andato in pensione: tra i primi ad intuire le potenzialità del nuovo mercato cinese, ora allena lo Shenzen in seconda divisione dopo le stagioni in Super League con Guangzhou R&F e Shangai SIPG. Un fenomeno della panchina, un manager puro, tanto che in carriera ha vissuto pure svariati anni da direttore tecnico. Certo, ha guidato la Lazio dell’epopea Cragnottiana, ai tempi una delle formazioni più forti al mondo, ma portò la sua mentalità vincente in un club a secco di trofei dallo scudetto del ’74. “Eriksson è stato davvero un precursore, era mentalmente avanti di vent’anni nel modo di intendere il calcio. – ha dichiarato l’ex terzino biancoceleste Beppe Pancaro in una recente intervista per SoFoot – Dominava il gioco, attraverso la preparazione alla partita, gli strumenti, i metodi di allenamento. Una persona intelligente, equilibrata qui conosceva lo spogliatoio e lo gestiva alla grande. Un allenatore a 360 gradi, uno dei migliori avuti qui in Italia”. Non è sicuramente un caso che diversi dei protagonisti della sua Lazio oggi siedano in panchina; la maggior parte di loro parla di Svennis come di un vero e proprio maestro. La scuola dello svedese ha sfornato ottimi elementi: qualcuno ha vinto e si è affermato tra i top della categoria, altri si stanno mettendo in luce e, probabilmente, tra pochi anni conquisteranno palcoscenici importanti. Non solo. L’approccio multidisciplinare alla materia calcistica offerto dallo svedese ha spinto alcuni ex biancocelesti a studiare da dirigenti.

Eriksson lasciò la Lazio nel gennaio 2001, dopo aver accettato già da alcune settimane la panchina della Nazionale inglese

Nel segno di Eriksson: gli allenatori

In principio fu Mancini. Pupillo dello svedese, che se lo porta a Roma da Genova, inizia proprio come vice di Eriksson nella stagione 2000-2001. Pochi mesi dopo è sulla panchina della Fiorentina, con cui vince la prima Coppa Italia della carriera da allenatore. Poi Lazio e Inter in Italia, City in Inghilterra e Galatasaray in Turchia, quindi di nuovo Inter. Ha vinto con i nerazzurri – alla prima esperienza –, con gli inglesi e pure una Coppa di Turchia, ora è in attesa di un nuovo progetto. E’ legata al Mancio pure la prima parte di carriera da allenatore di Mihajlovic, che gli ha fatto da secondo all’Inter dal 2006 al 2008. Poi due buone esperienze a Bologna e Catania, meno positive quelle con la Fiorentina e con la Nazionale serba. Si è rilanciato a Genova, sponda Samp, ha fatto quello che poteva col Milan e ora pare aver trovato una dimensione ideale a Torino, sulla panchina granata. Vice di lusso, sia con Mancini che con Mihajlovic, l’altro ex laziale Attilio Lombardo; ha seguito il tecnico jesino in Inghilterra e in Turchia, ora, dopo l’annata con Di Matteo allo Schalke, affianca Mihajlovic al Toro.

136 presenze e 24 gol per Mancini con la maglia della Lazio

Diego Simeone, invece, è partito dall’Argentina; ha vinto un campionato di Apertura nel 2006, con l’Estudiantes, e una Clausura col River nel 2008. In Italia ha iniziato con una piccola, il Catania, per poi tornarsene al Racing in Argentina prima di affermarsi come uno dei migliori tecnici al mondo sulla panchina dell’Atletico Madrid. Con i colchoneros utilizza un 4-4-2 di Erikssoniana memoria. Con lo stesso modulo si sta mettendo in luce un altro argentino, Matìas Almeyda. Ha iniziato da vice di Simeone al Racing di Avellaneda, poi lo ha sostituito al River Plate, nell’anno della clamorosa retrocessione in Primera B. L’ex mastino del centrocampo non si è scoraggiato e ha ricominciato dal Banfield, conducendolo subito alla promozione in Primera Divisiòn. Da due stagioni è alla guida del Chivas, in Messico, e quest’anno se la gioca per il titolo; in questo momento è primo in classifica. Il portoghese Sérgio Conceição, invece, ha iniziato da vice in Belgio, allo Standard Liegi, per poi spostarsi in patria: buone le annate con Sporting Braga e Vitória Guimarães, da quest’estate siede sulla panchina del Nantes, in Francia. Nesta ha deciso di farsi le ossa sotto il sole di Miami, nella seconda serie del campionato statunitense. Sta stupendo tutti l’ultimo prodotto del giardino svedese, Simone Inzaghi, che nell’anno dello scudetto fu il miglior marcatore della Lazio di Eriksson. Ha fatto benissimo nelle giovanili biancocelesti, con gli Allievi e, soprattutto, in Primavera, dove in poco meno di due stagioni conquista due Coppe Italia – una ai danni della Roma – e una Supercoppa. Nell’aprile dello scorso anno viene promosso in prima squadra per sostituire Pioli, in estate viene poi destinato alla Salernitana. Non fosse per la locura di Bielsa che lo riporta su quella dei biancocelesti. Doveva essere una soluzione d’emergenza, si è rivelata una mossa vincente. E’ pienamente in corsa per l’Europa League – sognando la Champions – e ad un passo dalla finale di Coppa Italia; soprattutto, la sua Lazio ha il secondo miglior rendimento della storia biancoceleste dall’epoca dei 3 punti. Meglio di lui solo il maestro Eriksson.

Con 20 gol Simone Inzaghi è il miglior marcatore della Lazio nelle competizioni europee

I DIRIGENTI
Non solo panchina però, c’è chi ha scelto la scrivania. Nedved, ad esempio, una volta appesi gli scarpini al chiodo, è entrato nell’organigramma societario della Juventus: consigliere d’amministrazione dal 2010, nel 2015 viene eletto vicepresidente. E’ un elemento fondamentale della migliore società italiana, il collante ideale tra area tecnica e dirigenza. Dejan Stankovic, invece, smesso col calcio giocato ha provato l’esperienza in panchina facendo il vice a Stramaccioni nell’annata all’Udinese. Poi, col ritorno di Mancini all’Inter si è riaccasato alla Pinetina da team manager e ora – notizia di pochi giorni fa – è stato nominato consulente Uefa dal presidente Aleksander Ceferin. Assolutamente particolare la storia di Veròn, altro pupillo di Eriksson; a 42 anni ha deciso di tornare in campo con la maglia dell’Estudiantes, squadra di cui è anche presidente dal 2014, anno del secondo – momentaneo – ritiro dal calcio giocato. Nel 2012 è stato pure il direttore sportivo dei biancorossi, mentre lo scorso anno ha fatto da allenatore/giocatore nell’Estrella de Berisso, club dilettantistico. Presidente, dirigente, allenatore, giocatore, la Brujita deve ancora scegliere la sua strada.

Pavel Nedved arrivò alla Lazio nel 1996 dallo Sparta Praga