Matteo Muoio

Felipe Anderson è tornato a giocare vicino alla porta, lo aveva richiesto espressamente ad Inzaghi a fine campionato ed è stato accontentato. Il tecnico ha dovuto fare di necessità virtù, sapendo di non poter contare su Keita per la prossima stagione e di non avere neppure – a livello numerico e qualitativo – gli esterni per tornare, in caso, al 4-3-3: quindi via con Anderson accanto ad Immobile nel 3-5-2. Il brasiliano ha risposto benissimo, facendo vedere ottime cose contro la Spal e risultando il migliore in campo contro il Leverkusen, partita in cui ha messo a referto un gol e 2 assist, oltre a svariate emicranie provocate ai difensori tedeschi. Imprevedibile e imprendibile, potente e deciso, sembrava il Felipe di inizio 2015. Inzaghi studia e spera: sa che la situazione Keita non si risolverà a breve e sa pure che dal mercato potrebbe arrivare un sostituto non all’altezza. Meglio cautelarsi con Anderson, che l’esterno basso non vuole più farlo e ha una voglia matta di rilanciarsi, o comunque consacrarsi definitivamente.

Anderson seconda punta: i numeri sono scoraggianti

Oggetto misterioso alla prima stagione, esce alla distanza e diventa letale con Pioli, stagione 2014-2015. Da gennaio fino a fine campionato è probabilmente il miglior esterno offensivo del campionato, a tratti – si potrebbe azzardare – tra i migliori d’Europa: troppo veloce per i difensori, troppo tecnico per perdere il pallone in progressione, con un piede in grado di disegnare parabole pazzesche. Chiude con un bottino di 10 gol e 9 assist. Lo vorrebbe lo United, che arriva a mettere sul piatto 50 milioni, ma il mercato volge al termine e Lotito non avrebbe il tempo di trovare un sostituto, quindi lascia cadere l’offerta, convinto di poterne incassare ancora di più dopo 12 mesi. Anderson però si perde, come tutta la Lazio, nella stagione successiva, alternando guizzi dei suoi con momenti di buio lunghi e irritanti: 7 gol e 5 assist, nessuna offerta da capogiro nel mercato estivo. Con Inzaghi va meglio, nonostante il tecnico gli chieda spesso sacrificio schierandolo esterno basso nel 3-5-2; Anderson è più continuo della stagione precedente ma la distanza dalla porta avversaria ne limita la pericolosità in zona gol. A fine campionato i gol sono appena 4, cui fanno il paio però ben 12 assist che lo rendono il miglior rifinitore della Serie A.

Anderson

Anderson esulta con Immobile e Milinkovic dopo il gol al Leverkusen

Il rebus da risolvere

I numeri servono per analizzare la fattibilità dell’esperimento tentato da Inzaghi, che potrebbe comunque rivelarsi scelta obbligata. Anderson vede poco la porta e dovrebbe sostituire l’amico Keita, che ha chiuso il campionato con un bottino di 16 gol. Numeri a parte, spesso l’ultimo Anderson ha mostrato pochissima cattiveria quando si trattava di offendere in prima persona: come si perdesse negli ultimi 20 metri, come la palla iniziasse a scottargli tra i piedi. E non era tanto una questione di posizione in campo e lucidità. In generale, Anderson è un uomo di fascia, è lì che da il meglio.  Il suo posto è nel 4-3-3, ha fatto benissimo pure nel 4-2-3-1. Da seconda punta ha giocato nella semifinale d’andata del derby di Coppa: collante tra il folto centrocampo ed Immobile, a lui erano affidate le ripartenze biancocelesti. Nell’occasione si comportò benissimo, togliendo al bomber napoletano le attenzioni di Rudiger e Manolas e confezionando pure l’assist per il vantaggio firmato Milinkovic. Quella partita aveva però un canovaccio tattico preciso, la Lazio non potrà giocare così per tutta la stagione. Detto questo, l’Anderson visto al primo anno di Pioli era un giocatore straordinario, talmente forte da far pensare di poter giocare ovunque davanti. L’enigma Felipe Anderson è tutto qui: bisogna capire se quanto fatto vedere due anni fa sia da attribuire esclusivamente ad un impressionante momento di forma e convinzione oppure, quanto venuto dopo, sia il risultato di una serie di circostanze sfavorevoli o comunque poco congeniali al ragazzo. Che, di certo, deve crescere dal punto di vista della personalità e della convinzione. Anderson vuole tornare grande. Anzi, diventare grande più che mai. Inzaghi ci sta lavorando molto, ha capito che buona parte delle sue fortune nella prossima stagione passeranno dai piedi e dalla testa del brasiliano.