Paolo Graldi

“Lotteremo fino all’ultima curva dell’ultimo gran premio”, è il mantra che Maurizio Arrivabene, team principal della Ferrari, recita al termine di ogni Gran Premio. Gli si potrebbe obiettare: e ci mancherebbe altro. La Rossa deve fare come tutti, in questo sport che non premia le ambizioni ma solo i traguardi superati per primi, deve correre, correre a perdifiato fino all’ultimo respiro.

Questa è la regola. Enunciarla come una promessa solenne significa poco: è come dire che per camminare occorre muovere le gambe. Il fatto è un altro e c’è poco da girarci intorno.

La Ferrari e i suoi piloti hanno buttato a mare il titolo mondiale piloti dopo aver buttato alle ortiche il titolo mondiale costruttori.

Mercedes, Red Bull e Ferrari, questo le squadre che se li giocavano. Mercedes con maggiori possibilità e infatti ne ha già vinto uno, Ferrari, impegnata a risalire una china che l’ha tenuta con il capo sott’acqua per troppi anni, sverniciando perfino la sua fama leggendaria, e poi la Red Bull che coltivava ambizioni da primato ed ha saputo risalire la china della crisi mettendo a punto una monoposto veloce e affidabile. E due piloti, due torelli infuriati, che se non sbagliano a giocare all’autoscontro, sanno far alzare in piedi le platee ed anche salire sui gradini liberi del podio.

Il gradino occupato, si sa, è di Lewis Hamilton il quale, a quattro gare dalla fine del concorso a tappe del 2017 guarda attraverso la lente dei numeri e vede la corona avvicinarsi a grandi passi, la quarta per lui, che lo porterebbe alla pari di Vettel, il suo vero antagonista.

Non ci vuole un genio in matematica, ha detto il tedesco, per capire che il distacco di 59 punti è praticamente incolmabile: è vero, la storia e la leggenda di questo sport, ci narrano che tutto è sempre possibile e che un niente può rimescolare le carte e rimettere tutto in gioco.

E’ però anche vero che il vero giocatore d’azzardo su tutte le piste del mondiale, quest’anno, è lui, l’inglese e di errori, adesso che non c’è più il bellicoso Rosberg al suo fianco da rivale indomabile, ma il docile e obbediente Bottas, quasi non ne commette più. Si aggiudica le pole position, vince le gare, aumenta il bottino dei punti, si gonfia di gloria e si sbronza di vanagloria.

E però non sbaglia un colpo, altro che alti e bassi di carattere e di tenuta agonistica. Hamilton la fa da padrone e se la gode osservando che la Ferrari sbaglia le partenze, fa duellare disastrosamente i suoi due cavallini rampanti, e poi rompe pezzi e pezzetti a ripetizione. Va in griglia dalla prima fila e non finisce neppure il secondo giro per tornarsene mestamente ai box. In Giappone “colpa” di una candela, un aggeggio da cinquantasei euro che ha finto di funzionare e poi si è imbevuto di benzina mandando in tilt il turbo del motore.

La volta prima era stato un tubicino dell’olio riparato alla meglio ma poi finito male prima del via. A volerci mettere della scaramanzia si potrebbe parlare di accanimento della sfortuna, aiutata in qualche caso da errori di strategia e da svirgolate dei piloti. Ma non basta a spiegare, la sfortuna e il suo accanirsi sulle due Rosse. C’è dell’altro.

C’è, lo ha confessato a mezza bocca il patron del Cavallino, mister Marchionne: la squadra è troppo giovane, i pezzi non sono stati adeguatamente rodati, la crescita troppo veloce. Spegnere il sorriso sui volti di Toto Wolff e Niki Lauda si è rivelato più ambizioso che realistico e così gli errori si sono sommati agli incidenti e il risultato è, ahimè, sotto gli occhi di tutti.

Già, in scuderia, si guarda avanti, al futuro, al prossimo campionato. La corda è ancora tesa ma le speranze sono già spezzate. E’ proprio l’insieme che non sta insieme. Il male è diffuso, non aggiustabile con tempo che rimane perché i vincitori in pectore sono scappati via e il gap è incolmabile. E dire che ci avevamo creduto.

Vettel è un campione vero, un cavallo purosangue di razza suprema e sublime anche come persona, col suo garbo innato, con la misura dei suoi gesti, con quell’amorevole tratto verso i meccanici e la squadra tutta. Davvero lui lo meriterebbe il titolo perché porterebbe il blasone mondiale con l’umiltà e la forza interiore dei grandi guerrieri. Quel casco iridato, temiamo, per quest’anno ha già una testa dove infilarsi.

 Lo ha detto Jacques Villeneuve (continua l’indagine per scoprire chi gli fornisce quelle orrende camicie), con la franchezza e la competenza del grande tecnico che vive e vede le corse con una straordinaria libertà di pensiero. Il campionato è praticamente chiuso per la Ferrari per una sola, severa ragione: non ha saputo giocarselo. E a questa roulette dei trecento cinquanta all’ora si vince se la pallina si ferma al posto e al momento giusto: per prima, sotto la bandiera a scacchi.