Adriano Stabile

La finale di Champions League di domani, tra Real Madrid e Atletico Madrid, sarà la quarta che si gioca a Milano, considerando anche la vecchia Coppa dei Campioni. Lo stadio di San Siro, intitolato dal 1980 al fuoriclasse interista Giuseppe Meazza (che giocò anche un paio d’anni nel Milan), raggiunge a quota quattro finali, tra Champions e Coppa dei Campioni, l’Olimpico di Roma, il Santiago Bernabeu di Madrid, il funesto Heysel di Bruxelles (considerando unica la doppia finale del 1974) e il Prater di Vienna. Lo stadio che ha ospitato il maggior numero di finali della “coppa dalle grandi orecchie” è quello di Wembley, a Londra, che ha visto l’ultimo atto del massimo torneo europeo per club nel 1963, 1968, 1971, 1978, 1992, 2011 e 2013 (nelle ultime due occasioni nel nuovo impianto, inaugurato nel 2007). Considerando le città ospitanti, anche Parigi batte Milano con le sue cinque finali ospitate, tra Parco dei Principi (1956, 1975 e 1981) e Stade de France (2000, 2006) mentre Monaco di Baviera è a quattro, tra Olympiastadion (1979, 1993 e 1997) e Allianz Arena (2012).

Champions League, quando la finale è a Milano

INTER-BENFICA 1-0 del 27 maggio 1965
Rete: 42’ Jair.
Inter: Sarti, Burgnich, Facchetti, Bedin, Guarneri, Picchi (cap.), Jair, Mazzola, Peirò, Suarez, Corso. All. Herrera.
Benfica: Costa Pereira, Cavem, Cruz, Germano, Machado, Neto, Coluna (cap.), José Augusto, Eusebio, Torres, Simoes. All. Schwartz.
Arbitro: Dienst (Svizzera).

Finale Champions Milano

I capitani prima della finale del 1965

La prima finale di Milano. La finale si gioca sotto un forte acquazzone tanto che, a detta di molti, la partita andrebbe rinviata. Il Benfica chiede persino di spostare la sede della gara, senza successo. Sugli spalti, nonostante la pioggia, ci sono oltre 80 mila spettatori, in gran parte tifosi dell’Inter, che ha il vantaggio di giocare l’ultimo atto della Coppa dei Campioni in casa. Il campo sembra una risaia e Peirò cerca di approfittarne con un tiro insidioso che il 35enne portiere portoghese Costa Pereira fatica a controllare, a causa del pallone viscido. Dopo un insidioso tiro-cross del terzino Cavem, smanacciato da Sarti, ecco il gol dell’Inter al 42’: Peirò scambia con Mazzola che serve Jair sulla destra, diagonale del brasiliano con il pallone che scivola tra le mani dello sfortunato Costa Pereira infilandosi tra le sue gambe e finendo in rete. Il portiere del Benfica, con uno scatto di reni, riesce a smanacciare la sfera dalla porta, ma troppo tardi, quando ormai ha ampiamente oltrepassato la linea bianca.

Nella ripresa l’Inter sfiora più volte il raddoppio, con Peirò, Jair e Mazzola, che colpisce il palo. Poi per il Benfica si mette davvero male: al 65’ Costa Pereira è costretto a uscire per infortunio, dopo un’uscita disperata. A quel tempo non esistono le sostituzioni e tra i pali, con i lusitani in dieci uomini, va il difensore Germano. Nonostante ciò José Augusto, il migliore tra i suoi, si fa cinquanta metri di corsa servendo una palla d’oro al giovane Eusebio, che manca il tocco del pareggio di un soffio. Al fischio finale lo stadio esplode di gioia: l’Inter del mago Herrera conquista la sua seconda Coppa dei Campioni, dopo quella del 1964.

 

FEYENOORD-CELTIC 2-1 d.t.s. del 6 maggio 1970
Reti: 29’ Gemmell (C), 31’ Israël (F), 117’ Kindvall (F).
Feyenoord: Pieters Graafland, Romeijn (102’ Haak), Laseroms, Israël (cap.), van Duivenbode, Hasil, Jansen, van Hanegem, Wery, Kindvall, Moulijn. All. Happel.
Celtic: Williams, Hay, Gemmell, Murdoch, McNeill (cap.), Brogan, Johnstone, Hughes, Wallace, Auld (77’ Connelly), Lennox. All. Stein.
Arbitro: Lo Bello (Italia).

Feyenoord Celtic 1970

Le finaliste del 1970 nella collezione Soccer Stars Gala

La seconda finale di Milano. La seconda finale di Coppa dei Campioni a San Siro vede di fronte gli olandesi del Feyenoord, per la prima volta arrivati a questo punto del torneo, e gli scozzesi del Celtic Glasgow, già campioni d’Europa nel 1967.
Si gioca alle 21. L’arbitro è di casa nostra, il mitico Concetto Lo Bello, che dirige davanti a 53mila spettatori, equamente divisi tra olandesi, scozzesi e, pochi, italiani. Il direttore di gara è messo alla prova già all’11’ quando annulla per indiscutibile fuorigioco un gol dello scozzese Hughes. Il gol del Celtic, quello vero, arriva al 29’: Murdoch tocca una punizione di tacco a Gemmell che trafigge Pieters Graafland con una saetta. Gli olandesi però protestano perché Lo Bello, incredibilmente, si posiziona dietro alla barriera sulla traiettoria della palla, ostruendo così la visibilità del portiere del Feyenoord. L’arbitro siciliano si risparmia le critiche di un paese intero grazie al pareggio, che arriva dopo appena due minuti, in seguito a un batti e ribatti di testa nell’area di rigore del Celtic: l’ultima incornata, vincente, è del libero e capitano del Feyenoord, Israël, che infila il pallone radente il palo. Il match non è particolarmente spettacolare e, nel secondo tempo, si incattivisce un po’: Johnstone, fuoriclasse scozzese, viene colpito da un paio di calci di troppo. L’unica emozione vera, prima dei supplementari, è il palo colpito da Wery, numero nove del Feyenoord.

Il match si decide all’overtime, evitando così la ripetizione della finale (come accadrà nel 1974): il gol della vittoria del Feyenoord, a tre minuti dal fischio conclusivo, porta la firma del bomber svedese Kindvall che raccoglie un lancio lungo, nonostante un tocco di mano disperato di un difensore del Celtic, e scavalca il portiere con un delizioso pallonetto. Stavolta Lo Bello è bravo nel concedere la norma del vantaggio. Il Feyenoord è campione d’Europa e, per festeggiare, donne e mogli degli olandesi fanno irruzione negli spogliatoi con i calciatori ancora nelle docce.
L’austriaco Ernst Happel vince il duello tra i due mostri sacri che siedono sulle panchine di San Siro. Bisserà il successo nel 1983, alla guida dell’Amburgo, battendo la Juventus. Lo scozzese Jock Stein, che aveva già vinto la Coppa dei Campioni nel 1967, si consolerà con scudetti e altre coppe a ripetizione alla guida del Celtic, sulla cui panchina resta per altri otto anni.

 

BAYERN MONACO-VALENCIA 1-1 d.t.s. poi 5-4 ai rigori del 23 maggio 2001
Reti: 3’ Mendieta (V) rigore, 50’ Effenberg rigore (B).
Rigori: Paulo Sergio (B) (fuori); Mendieta (V) (gol); Salihamidzic (B) (gol); Carew (V) (gol); Zickler (B) (gol); Zahovic (V) (parato); Andersson (B) (parato); Carboni (V) (parato); Effenberg (B) (gol); Baraja (V) (gol); Lizarazu (B) (gol); Kily Gonzalez (V) (gol); Linke (B) (gol); Pellegrino (V) (parato).
Bayern Monaco: Kahn, Kuffour, Andersson, Linke, Sagnol (46’ Jancker), Hargreaves, Effenberg (cap.), Lizarazu, Salihamidzic, Scholl (108’ Paulo Sergio), Elber (100’ Zickler). All. Hitzfeld.
Valencia: Canizares, Angloma, Ayala (90’ Djukic), Pellegrino, Carboni, Mendieta (cap.), Baraja, Aimar (46’ Albelda), Kily Gonzalez, Carew, Sanchez (65’ Zahovic). All. Cuper.
Arbitro: Jol (Olanda).

Bayern 2001

Effenberg solleva la Champions 2001

Champions League a Milano. L’ultima finale di Champions League disputata a Milano è all’insegna dei tiri dagli undici metri. Come già accaduto nel 1970 anche stavolta alla “Scala del calcio” non va in scena un grande spettacolo. L’arbitro olandese Jol peraltro abbassa il livello della contesa concedendo, in meno di un’ora, tre rigori discutibili. Il primo dopo appena tre minuti, quando Mendieta tenta la percussione e Andersson, caduto a terra nella mischia, tocca di mano ma involontariamente. Lo stesso Mendieta (che oggi è tornato a Milano per fare il deejay…) trasforma dal dischetto. Il Valencia di Hector Cuper si chiude difendendo il vantaggio mentre il Bayern Monaco prova ad acciuffare il pareggio: l’occasione capita ai bavaresi già al 6’ quando Effenberg, in corsa, finisce addosso all’ex torinista Angloma e l’arbitro Jol concede il secondo rigore dubbio. Scholl va sul dischetto ma Canizares devia la traiettoria oltre la traversa. I tedeschi provano a pungere con tiri da fuori di Lizarazu, Effenberg e Scholl o con due conclusioni poco convincenti del centravanti brasiliano Elber.

In apertura di ripresa il Bayern acciuffa il pareggio con il terzo rigore concesso da Jol: anche in questo caso l’arbitro non fa la scelta migliore perché l’ex capitano della Roma Carboni effettivamente tocca di mano in area spagnola, ma alle sue spalle è spinto fallosamente da Jancker in elevazione. Sul dischetto stavolta si presenta Effenberg che non sbaglia. La finale di Champions paradossalmente si addormenta sul più bello, a parte qualche fallaccio e un errore sotto porta di un esitante Zahovic, che sciupa l’occasione della vita per il Valencia.
Dal dischetto sono necessari 14 tiri: prima sbagliano Paulo Sergio, ancora Zahovic, Andersson e Carboni. Poi, quando si va ad oltranza, il portiere della nazionale tedesca Kahn neutralizza il tiro di Pellegrino, regalando al Bayern Monaco la sua quarta Coppa dei Campioni/Champions League, 25 anni dopo l’ultima vittoria. Per i bavaresi il successo ha il sapore della rivincita, dopo la tremenda sconfitta di due anni prima contro il Manchester United, capace di ribaltare il risultato a tempo scaduto. Tra le immagini più belle della serata la premura dell’eroe Kahn nel consolare il portiere avversario, Canizares, disperato a terra.