Francesco Cavallini

La gioia degli appassionati, che già pregustavano di ammirare sulle strade del Giro la sagoma di Chris Froome, il protagonista degli ultimi anni del ciclismo mondiale, rischia davvero di rimanere effimera. Il perchè è tutto nel nome di una sostanza, salbutamolo, un broncodilatatore utilizzato per la cura dell’asma. Nel controllo effettuato sul britannico durante la Vuelta, poi vinta, ne è stato riscontrato più del consentito. E l’UCI, che per prassi pubblica sul suo sito tutte le positività all’antidoping, lancia (involontariamente) l’ultima bomba sul già traballante mondo del ciclismo. Anche il quattro volte vincitore del Tour cade nella rete. Di nuovo alto tradimento. Crolla un altro mito. Anzi, sarebbe meglio dire l’ennesimo.

…e anche Froome è umano come gli altri

Ciò che preoccupa è la normalità con cui viene accettato il fatto. Segno tangibile che il doping nel ciclismo non è solamente presente, ma ormai dato praticamente per scontato. Ci si indigna, si rimane a bocca aperta quando il nome coinvolto è così grande da minare ulteriormente la credibilità di questa disciplina, ma in fondo è quasi sempre come se tutti se lo aspettassero. Come se si trattasse di un dubbio radicato, che non aspetta altro di essere certificato. Una conferma che ormai arriva con una regolarità che mette spavento. Basta, ad esempio, guardare l’albo d’oro del Tour de France, deturpato da asterischi, note a fondo pagina, squalifiche e correzioni a latere. E ora bisognerà capire se lo stesso destino toccherà anche ai successi di Froome.

Armstrong, la truffa sportiva del secolo

Il cui dominio quasi incontrastato ricordava, per certi versi, il settennato di Lance Armstrong. Che da leggenda è divenuto reietto, con il suo sistema atto a un doping assolutamente scientifico, tra i dubbi e i sospetti che poi il tempo ha trasformato in realtà. In quel caso, se possibile, il tradimento è stato ancora peggiore. Perchè Armstrong non rappresentava solo il ciclismo, ma anche il simbolo di chi ha affrontato una grave malattia e ne è uscito più forte. Un segno tangibile di speranza per milioni di persone in tutto il mondo. Il trionfo della volontà, dell’abnegazione, della capacità di lanciare il cuore oltre l’ostacolo. E invece no. Un’altra truffa, sportivamente parlando. Nè la prima, nè, purtroppo, l’ultima.

Il doping, piaga del ciclismo sin dai tempi della leggenda

A cominciare dai miti di sempre, anche loro non scevri di colpe. Ma all’epoca di Coppi, ad esempio, antidoping non ce n’era. E quando si è reso necessario si è capito che anche chi era palesemente più forte degli altri (come il signor Eddy Merckx da Tielt-Winge) di tanto in tanto si lasciava tentare da sostanze strane. Gli anni Novanta poi hanno scoperchiato il Vaso di Pandora, con la caccia alle streghe, esagerata (e che in fin dei conti è costata più di tutti a Marco Pantani, che forse alla fine dei conti era il più pulito) ma ben giustificata dagli scandali che mano a mano hanno inquinato un mondo ancora pieno di passione, ma con un problema doping ormai evidente. Bjarne Riis, Jan Ullrich, nomi celeberrimi del ciclismo di quei tempi che, a carriera ampiamente terminata, hanno confessato. E poi lo shock di Armstrong, casi controversi come quello di Ivan Basso, per finire, appunto, con l’ultimo mito che cade. Rovinosamente. Non dalla bici, quando è possibile cavarsela con qualche frattura. Qui c’è a rischio qualcosa di più. A rompersi non è un osso, ma il giocattolo. E i pezzi si fanno sempre più difficili da rimettere a posto.