Adriano Stabile

Iniziata male un anno fa, con una fugace apparizione a Trigoria e il rifiuto di andare in prestito al Frosinone, l’avventura di Gerson nella Roma continua a essere a dir poco travagliata. Il 19enne talento brasiliano è stato a un passo dalla cessione al Lilla  (per 5 milioni più 13 di diritto di riscatto per l’ex squadra di Rudi Garcia), ma alla fine, dopo aver preso l’aereo per la Francia, ha rifiutato anche questa destinazione, non firmando il contratto con il club transalpino. Gerson, che finora ha raccolto appena 4 presenze in campionato e 7 nelle coppe europee in giallorosso, torna così a disposizione di Luciano Spalletti.

La difficile storia di Gerson alla Roma

«È l’uomo giusto, al momento giusto, ma nel posto sbagliato», dice con un pizzico di ironia Stefano Paolini, consulente di mercato per il Brasile. «Gerson è finito nel posto sbagliato soprattutto perché la Roma non ha avuto la forza di obbligare il giocatore ad andare in prestito per sei mesi l’anno scorso – ci spiega in esclusiva per “Il Posticipo” – si era parlato di Frosinone e Carpi. Sono certo che se Gerson fosse andato al Barcellona o al Real Madrid si sarebbe sicuramente adeguato alla volontà del club andando in prestito, faccio per dire, all’Osasuna o all’Alaves. La Roma invece non si è imposta come una grande d’Europa. E infatti il ragazzo, appena arrivato, si disse contento, ma dichiarò di considerare i giallorossi una tappa per approdare nel grande calcio europeo».

SPENDERE TANTO PER I GIOVANI GIOVANI, COME PORTO E SHAKHTAR
L’idea della Roma, spendere tanti soldi (oltre 18 milioni nell’estate 2015) per un giovane calciatore, ha una sua logica, soprattutto se il ragazzo ha talento. «Spesso in Italia – continua Paolini – ci si lamenta perché non investiamo sui giovani come fanno, ad esempio, Porto o Shakhtar Donetsk che hanno talent scout fantastici. E invece, con Gerson, la Roma ha percorso la strada giusta, anche spendendo molto. Non dimenticate che lo Shakhtar spese 19 milioni di dollari per prendere il brasiliano Willian (nel 2007, quando aveva 19 anni, n.d.r.), ma poi lo ha rivenduto a 40 (nel 2013 ai russi dell’Anzhi, n.d.r.). Anche Alex Sandro è stato acquistato dal Porto, a 20 anni, per una decina di milioni di euro e poi è stato rivenduto alla Juventus nel 2015 per 26 milioni».

«La Roma avrebbe dovuto imporsi come un grande club d’Europa, obbligando il giocatore ad andare in prestito al Frosinone l’anno scorso. Al Barcellona o al Real Madrid una cosa del genere non sarebbe accaduta»

L’IMPUNTATURA DEL PADRE E IL MANCATO PRESTITO
Quindi, cosa non ha funzionato? «Io stesso feci i complimenti a Sabatini dicendogli che con Gerson avrebbe potuto fare tanti soldi, ma rimandarlo al Fluminense per altri sei mesi non è stata una buona idea. Il club brasiliano nel frattempo aveva cambiato allenatore (Levir Culpi ha sostituito Eduardo Baptista, n.d.r.) e Gerson non ha più fatto parte davvero del progetto tecnico della squadra brasiliana, perché ormai destinato ad andare alla Roma. Così ha perso sei mesi cruciali per la formazione di un giocatore, a quell’età».

In tutta questa storia un ruolo fondamentale lo ha avuto il padre-manager del ragazzo, Marcão, che si è opposto all’idea della Roma di mandare in prestito Gerson: «Si è messo in mezzo nella trattativa con la Roma in modo pesante – ci racconta Paolini – il ds giallorosso Walter Sabatini lo definì un saltimbanco. Mi sembra un personaggio volubile. Spesso i padri dei calciatori, in Brasile, rischiano di rovinare le carriere dei propri figli. È accaduto anche con Neymar (il padre è stato recentemente rinviato a giudizio per frode fiscale, n.d.r.) o con Diego, che passò anche per la Juventus». Non è escluso che Marcão abbia avuto un ruolo nella mancata cessione al Lilla: «Non ho notizie in tal senso – le parole del consulente di mercato – ma non possiamo escluderlo».

«Adesso tutto diventa più complicato per Gerson. Spalletti punta poco sui giovani e non escludo che, mettendolo in campo contro la Juve, il mister abbia voluto mandare un messaggio alla società»

SPALLETTI NON GLI HA DATO SPAZIO
Alle difficoltà in giallorosso ha contribuito anche il fatto che il ragazzo ha sentito poco la fiducia dello staff tecnico: «Porto e Shakhtar sono squadre egemoni nel loro campionato e si possono permettere di aspettare che un loro talento cresca. La Roma non può permetterselo e peraltro Spalletti, anche per sua stessa ammissione, non si affida a giocatori giovani e inesperti. Eppure adesso, fallita la cessione al Lilla, non escludo che possa schierarlo provocatoriamente contro il Cesena, in Coppa Italia. Secondo me, quando lo schierò contro la Juve, fece una provocazione alla società come a dire: “questo mi avete comprato e questo io metto in campo”».

IL MERCATO DELLA ROMA E L’OMBRA DI SABATINI
Gerson ce la farà a diventare un grande calciatore o tutto si complica? «Diventa tutto più complicato. Gerson deve ancora definire il proprio ruolo in campo: può giocare da “volante” davanti alla difesa e ha fatto anche l’esterno nel 4-3-3. La sua caratteristica principale in Brasile era prendere una palla sporca e darla di prima. Ora però è come se ci fosse un “buco” di un anno nella sua carriera». E mentre Gerson cerca di capire dove virerà la sua carriera, il fatto che stesse andando al Lilla, ex squadra di Rudi Garcia, e che il nuovo presidente del club francese, Gerard Lopez, abbia detenuto in passato una quota del calciatore tramite il fondo Mangrove, fa pensare che ci sia ancora l’ombra lunga di Walter Sabatini sul mercato giallorosso. «Pensare così vorrebbe dire svilire il lavoro di Ricky Massara  – conclude Stefano Paolini – però è probabile che l’attuale direttore sportivo della Roma si stia avvalendo di una struttura di rapporti costruita dal suo predecessore. È come quando un frontman lascia un gruppo musicale, quello stesso gruppo per un po’ continuerà a fare e a pubblicare musica scritta dal suo ex leader».